Marguerite Lottin Welly
“Ho un sogno” per l’Africa, che diventi una terra di opportunità, felicità e “sviluppo”. Credo che gli africani, in special modo gli uomini, le donne e i giovani, che vivono nelle regioni del Sub Sahara, meritino un futuro migliore. Per decenni l’Africa è stata una vittima dal punto di visto economico e sociale: abbiamo pagato con il nostro “sottosviluppo”, mentre il resto del mondo ha potuto migliorare le proprie condizioni di vita.
Adesso paghiamo ancora, e caro, per gli effetti della crisi finanziaria globale in cui non abbiamo avuto alcun ruolo e su cui non ci è permesso di dire alcuna parola. Siamo di fronte a un crocevia e davanti ad una sfida epocale: l’Africa avrà una voce forte nella nuova architettura finanziaria ed economica oppure dovrà soffrire ancor più che nei periodi bui del colonialismo.
La crisi economico-finanziaria
Nel mezzo della crisi attuale si è formato un nuovo gruppo di paesi emergenti che si sono costituiti nel BRIC, cioè Brasile, Russia, India e Cina. Essi hanno posto alcune questioni importanti come la necessità di creare un nuovo sistema economico e politico multipolare. Intorno a questo nuovo polo si stanno aggregando anche altri paesi emergenti, alcuni dei quali sono entrati a far parte del G20. Nel Sud del mondo si è costituito anche un nuovo gruppo chiamato IBSA, India, Brasile e Sudafrica, dove appunto il Sudafrica svolgerà un ruolo propositivo molto importante. Questi sviluppi fanno molto sperare per la possibilità di affrancamento per l’intero continente africano. Nel giugno 2009 al Cairo, in Egitto, esperti dei ministeri dell’Economia e delle Finanze dell’Unione africana hanno presentato un documento intitolato “La crisi finanziaria globale: il suo impatto, le risposte e gli sviluppi futuri” e hanno spiegato che, contrariamente alle analisi superficiali di chi dice che l’Africa non soffrirà per la crisi a causa del suo “sottosviluppo”, l’occupazione, la produzione e i consumi subiranno invece degli effetti molto negativi. Il declino dell’economia dei paesi occidentali ridurrà la crescita dei paesi africani, con una riduzione del 20 % dei prezzi delle materie prime alla produzione. Il calo del commercio mondiale è stato del 9% nel 2009. L’Unione africana mette sull’avviso di gravi conseguenze sul fronte dei pagamenti del debito estero e chiede di avere una voce e uno spazio più grandi nella definizione del nuovo ordine economico mondiale. L’Africa conta quindi moltissimo sull’“aiuto” e sull’assistenza che i paesi del Bric potranno darle. Per molte ragioni storiche, politiche e culturali è l’Africa sub-sahariana a patire di più. Questa regione conta più di 800 milioni di persone su un territorio di 24,3 milioni di chilometri quadrati, pari a due volte e mezzo l’Europa. Ma ha un Pil di soli 847 miliardi di dollari (metà di quello dell’Italia), un debito estero di 200 miliardi e un export di 288 miliardi di dollari. Ma l’Africa ha pagato più volte questi debiti, con alti tassi di interesse, bassi prezzi per i suoi prodotti e le sue materie prime, condizioni commerciali punitive e con un “sottosviluppo” indotto, combinato con guerre per procura gestite dall’esterno per il controllo delle sue risorse. In Africa vive la maggior parte dei nuovi 100 milioni di “poveri” che la crisi economica globale ha prodotto nei mesi passati, come ha riportato anche la Fao. Non di meno, l’Africa ha tutte le istituzioni necessarie per diventare un continente unito come l’Unione europea: l’Unione africana, un parlamento africano, una Banca di sviluppo, una Banca di investimento, ecc. Da anni parecchi leader africani parlano di un mercato comune africano e di una moneta unica. Questi sono idee e programmi importanti che meritano di essere sostenuti e realizzati. Ma credo che sia arrivato il momento di mettere alla prova sia la domanda di unità degli africani che le espressioni verbali di appoggio provenienti dall’Onu e da molti governi del mondo, e incominciare a realizzare qualche “progetto” pilota di nuova e vera cooperazione.
Se i “progetti” funzionano
Ho visto parecchi “progetti” di “sviluppo” continentale, ma sono stata colpita e ispirata per il suo approccio umano e chiaramente anche per il suo impatto economico e sociale, dal “progetto” “Transaqua: un’idea per il Sahel”. Transaqua è stato preparato alla fine degli anni ‘80 da un gruppo di esperti e ingeneri italiani di “Bonifica”, una ditta di costruzioni, ingegneria e logistica del gruppo IRI. L’idea di base è quella di trasferire 100.000 milioni di metri cubi d’acqua all’anno dal bacino del fiume Congo (Zaire) verso la zona del Sahel del Ciad e del Niger. La massa d’acqua del fiume Congo, il più importante fiume africano, calcolata alla sua foce atlantica è di circa 1.9 miliardi di metri cubi all’anno, perciò la deviazione ne coinvolgerebbe solamente il 5%. Il “progetto” prevede la costruzione di un ampio canale navigabile lungo 2.400 km per riversarsi nel fiume Chari, tributario del Lago Ciad. Si calcola che un territorio compreso tra i 5 e i 7 milioni di ettari potrebbe essere interessato da uno sviluppo irriguo di tipo intensivo. Il Lago Ciad potrebbe essere salvato dal pericolo di prosciugamento e anche vaste aree del Ciad e del Niger potrebbero essere sottratte al processo di desertificazione. Nella sua “caduta” verso il Ciad, questa massa d’acqua potrà, mediante una serie di centrali idroelettriche, produrre anche energia elettrica. Il “progetto” deve essere considerato una grande “autostrada” fluviale capace di collegare i mercati di vastissime “enclaves” centro africane come il Rwanda, il Burundi, la regione del Kivu, tutto l’estremo Nord-Est del Congo e della Repubblica Centro africana, con i centri di consumo di altri paesi dell’Africa centrale (Nigeria, Niger, Ciad, Camerun, Kenya e Uganda). Inoltre, incrocia le linee di comunicazione e di trasporto che collegano i due porti oceanici di Lagos e Mombasa per i flussi commerciali extracontinentali. Il “progetto” Transaqua è un esempio di ciò che viene definito “Infrastrutture economiche di base”. Si tratta di miglioramenti nella fertilità e nella fecondità del suolo per le attività agricole, per l’allevamento come pure per lo sfruttamento dei boschi e delle foreste. Si tratta della gestione di grandi sistemi idraulici, che comprendono la purificazione delle acque in generale e la loro dissalazione in particolare, e quindi dighe, canali, irrigazione, ecc. Transaqua e simili “progetti” sfidano alla radice due dei nemici più insidiosi della sovranità africana, della sua indipendenza economica e dell’autosufficienza alimentare: l’ossessione delle situazioni di emergenza e le operazioni di carità mascherate da sforzi della cooperazione internazionale. Questi due approcci hanno contribuito grandemente a mantenere l’Africa in una situazione di “sottosviluppo” e di dipendenza. L’Africa non ha più bisogno di questi tipi di intervento di “aiuto”. Essi sono stati fatti per decine d’anni e si potrebbe continuare a farli per altri decenni senza alcun cambiamento significativo per le condizioni dell’Africa. Al contrario rafforzerebbero la percezione che le nostre vite dipendono dall’emergenza, dalla carità e dalla dipendenza. Invece è la grande integrazione infrastrutturale che diventerà la forza nel continente africano. Non è meramente un argomento economico, bensì una questione fondamentale strettamente legata alla cultura e all’identità dell’Africa di domani.
Il Noppaw: una grande sfida
Penso che sia compito di tutte gli uomini e di tutte le donne dell’Africa quello di affrontare le grandi sfide. La Campagna Noppaw è una di queste sfide, perché è una rivoluzione nel modo di vedere le cose che il mondo valuta importanti, come il premio Nobel. Non solo proponendo di dare il premio a tutta la collettività delle donne africane. Valorizzare la grandezza della quotidianità e della semplicità della vita, è la sfida rivoluzionaria in un mondo fatto spesso di cose che vengono esaltate come eccezionali ma che sono vuote. Le donne africane sono, con la loro speranza, le portatrici della vita e del futuro. Le donne africane, che sono spesso viste solo come vittime o oggetti, portano invece sulle loro teste il fardello dell’Africa. Il futuro del mondo cammina con le loro gambe. La Campagna ha quindi il valore straordinario di far arrivare la voce delle donne africane, il loro grido di dolore e di speranza, fino alle orecchie di chi governa il mondo, dove vengono prese le grandi decisioni internazionali. In un continente devastato da guerre provocate da interessi stranieri e locali, le donne sono portatrici della pace e della continuità nella famiglia e nella comunità e devono trovare spazi nuovi e più grandi di responsabilità, di decisione e di guida dei paesi. Le nostre battaglie decisive devono essere per la sanità e l’istruzione. Quando si dà l’istruzione ad una donna, la si dà a tutto un popolo. L’istruzione delle donne è come la radice viva di un albero che cresce e produce tanti e bellissimi frutti. Dobbiamo cercare di annaffiarla quotidianamente. (I – Il dossier cooperazione continua nel prossimo numero di giugno 2010)






