Antoine Sawadogo
Dopo mezzo secolo, i paesi dell’Africa francofona fanno l’esperienza della sovranità e dell’autodeterminazione dei popoli, ma solo in teoria. Nel settore dello sviluppo economico la maggior parte degli Stati non ha l’iniziativa della definizione delle politiche di investimento a corto, medio e lungo termine. In effetti, circa l’80% degli investimenti pubblici proviene dall’“aiuto” esterno. Questi paesi hanno basato il loro “sviluppo” sul principio dell’“aiuto” esterno, e i risultati non sono certo incoraggianti: debole tassa per l’educazione, più della metà della popolazione vivente sotto la soglia di “povertà” nella maggior parte dei paesi, cattivo piazzamento nella classifica del rapporto dell’UNPD sullo sviluppo umano, forte presenza di epidemie di meningite, crisi alimentare ciclica, ecc. Qual è la causa? I principali Stati “beneficiari” dell’“aiuto” o l’“aiuto” stesso? L’“aiuto” è sufficiente, regolare, e ben gestito dai “beneficiari”?
I differenti tipi di “aiuto” rispetto agli effetti negativi
L’“aiuto” acido: esso corrode un pò alla volta le fondamenta delle strutture sociali, economiche e politiche della comunità. Il caso più evidente è l’introduzione delle colture di rendita (come il cotone) a detrimento delle colture destinate all’alimentazione. Alla fine una tale politica porta all’insicurezza alimentare per le popolazioni interessate. L’“aiuto” torrenziale: esso spazza via tutto sotto il suo passaggio come un uragano e tenta di “ricreare un nuovo mondo”. Ne sono un esempio le grandi installazioni idro-agricole. L’“aiuto” «conflittuale»: tale tipo di “aiuto” ha in se i germi del conflitto. È un “aiuto” che esacerba le tensioni e le rivalità tra le comunità. È il caso per esempio dei “progetti” di sfruttamento delle miniere che talvolta mettono in piedi infrastrutture il cui controllo fa nascere delle velleità di subordinazione tra i gruppi sociali. L’“aiuto” fagocitante: esso ha la tendenza ad inglobare tutto. È il caso degli investimenti che mettono gli Stati sotto lo schiaffo del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale. L’“aiuto” di ipodermoclisi: mantiene solo in vita, ma non permette ai “beneficiari” di sviluppare un’autonomia. Tali tipi di “aiuto” vanno in concorrenza agli aiuti strutturali, costruttivi e rispettosi dei valori umani. Purtroppo gli Stati non possono fare altro se non accettare ciò che gli viene imposto. Detto in altro modo, la questione dell’“aiuto” allo “sviluppo” diventa sempre più delicata ed ambigua. Come reinvestire l’“aiuto” che porta a delle soluzioni perenni? E come rispettare la dignità e il diritto all’autodeterminazione dei popoli che beneficiano dell’“aiuto” allo “sviluppo”? Come non cadere nell’assistenzialismo puro e semplice? Questi interrogativi, che possono sembrare caricaturali, introducono l’idea principe di tale comunicazione: l’“aiuto” è un male necessario.
I tipi di “aiuto” rispetto ai canali di transito
È chiamato “aiuto” pubblico allo “sviluppo” in primo luogo quello che si effettua da Stato a Stato, sia dei donatori che dei finanziatori verso i paesi “beneficiari”. Questo tipo di “aiuto” va a beneficio delle strutture statali, e non arriva alle popolazioni se non attraverso dei servizi pubblici insufficienti e di cattiva qualità. In secondo luogo c’è l’“aiuto” che passa attraverso la cooperazione decentrata. Quello può essere efficace e benefico, ma rimane insufficiente e soprattutto si limita a poco. Le CTD (collettività territoriali decentrate) e le OSC (organizzazioni della società civile) del Nord come quelle del Sud non beneficiano ancora della credibilità necessaria per dare avvio a politiche pubbliche nel loro settore di competenza. Esse hanno solo le briciole o comunque dei contributi diversi da quelli raccolti presso le popolazioni.
I fondamenti dell’“aiuto”: dal dovere di solidarietà alla comunità di arrivo
L’“aiuto” allo “sviluppo” non è sempre esistito. Ha un’origine situata nella prima parte del 20simo secolo. Il piano Marshall che ha permesso la ricostruzione dell’Europa distrutta dalla guerra è senza dubbio il precursore di tale “aiuto” pubblico allo “sviluppo”, che nel corso degli anni ha raggiunto una proporzione considerevole nelle relazioni tra “Stati sviluppati” e “in via di sviluppo”. Ci si può chiedere perché alcuni paesi abbiano deciso in un dato momento della loro storia di attuare l’“aiuto” in favore dei paesi “poveri”. Le ragioni umanitarie: aiutare dei popoli in stato di bisogno vittime di catastrofi naturali (siccità, terremoti, ecc.). Credere in valori universali di cui l’“aiuto” è lo strumento: democrazia, rispetto dei diritti umani, preservazione dell’ambiente, ecc. L’“aiuto” diviene il vettore di un’ideologia occidentale fondata soprattutto sul razionalismo cartesiano. Il prestigio esterno degli Stati “sviluppati”: la pratica dell’“aiuto” costituisce per i paesi “sviluppati” uno strumento della loro politica estera. Poter avere un certo controllo tutelare su certi Stati (le ex-colonie francesi, britanniche o americane), avere la possibilità di assicurarvi un certo dominio culturale (l’insegnamento, le lingue, ecc.), economico (messa in piedi di multinazionali), politico (presenza di basi militari estere, per fare e disfare i regimi…), sono alcune ragioni che giustificano talvolta l’interesse per l’“aiuto” allo “sviluppo”. La globalizzazione delle minacce per la sicurezza e per le crisi economiche: il terrorismo internazionale che si approfitta delle situazioni di “povertà”, l’interdipendenza delle economie nazionali. Esempio: la crisi in Grecia rischia di contagiare gli altri paesi europei, ecc.
I grandi mali dell’“aiuto” in Africa
L’“aiuto”, così come praticato dopo gli anni ’50, non ha prodotto risultati positivi: lo sviluppo di una élite (in verità mediatrice dello “sviluppo”) che riflette solo su come ottenere l’“aiuto” esterno. Nessuno sforzo di ricercare delle soluzioni endogene ai problemi di “sviluppo”; lo sviluppo di un discorso di miseria in seno alla popolazione, che considera i “progetti” come la luce, e le Ong come dei messia. Queste popolazioni finiscono per convincersi che loro non possono nulla senza l’“aiuto” esterno. E i finanziatori stessi finiscono ugualmente per credere che senza loro le popolazioni moriranno. Da qui lo sviluppo di una dipendenza che si prolunga di generazione in generazione (la politica della mano tesa); lo sviluppo di pratiche parassitarie: i perdiem, la burocrazia del villaggio (proliferazione istituzionale). Queste pratiche parassitano le iniziative di sviluppo endogeno nella misura in cui, da una parte certi membri della comunità pensano che devono essere pagati per occuparsi della loro comunità, dall’altra si assiste talvolta ad una sorta di caporalizzazione delle iniziative locali attraverso strutture prodotte dall’“aiuto” esterno. Per esempio in Burkina Faso, i CVD (Consigli di villaggio per lo “sviluppo”) che escono fuori da una mutazione delle CVGT (Commissioni di villaggio di gestione dei territori), a livello locale sono le sole strutture ufficialmente abilitate a portare lo “sviluppo” alla base. Ma le CVD, nonostante in teoria siano composte dall’insieme delle forze vive del villaggio, non possono avere il monopolio delle iniziative in materia di “sviluppo”. In altre parole le prerogative che conferisce loro la legge, che impedisce ad esempio alle istituzioni portatrici di “aiuto” di trattare direttamente con le organizzazioni o gli individui portatori di innovazioni, sono talvolta anche fonte di soffocamento di iniziative originali; lo sviluppo di enclave di prosperità artificiale che mascherano lo stato reale delle amministrazioni (amministrazione di “progetti”, ecc.).
L’“aiuto” è un male necessario
Certe situazioni di catastrofi naturali o provocate dall’uomo necessitano dell’“aiuto” esterno. I terremoti, l’innalzamento delle maree, gli tsunami, la siccità, la desertificazione, le epidemie, le crisi alimentari, gli uragani, le invasioni di cavallette giustificano alcuni interventi esterni massivi e urgenti. Per contro, l’analfabetismo, l’assenza di strade percorribili, la penuria d’acqua potabile, di elettricità, ecc., rivelano il bisogno di politiche pubbliche strutturali e sostenute. Un’altra categoria di problemi che richiedono un accompagnamento specifico e delicato: la violenza fatta alle donne, la schiavitù e il lavoro minorile, lo sfruttamento dei contadini, l’esclusione sociale sotto tutte le forme, gli impedimenti di genere (le donne e i bambini non mangiano le uova, le persone nascono e muoiono non uguali), i disequilibri tra città e campagna, l’immigrazione selvaggia, la delinquenza giovanile… Se l’“aiuto” si disinteressa di tale tipo di problemi importanti per la cultura e la mentalità, si arriva a genocidi, ribellioni, catastrofi umanitarie. Se l’“aiuto” è necessario in tali situazioni, deve essere realizzato in funzione della capacità di gestione dei “beneficiari”, e soprattutto rispettare la loro soglia di tolleranza. In effetti, l’“aiuto” mal amministrato porta all’assurdo. Per esempio in Mali la scolarizzazione ultra sovvenzionata dalle Ong: gratuità della scuola, se le Ong si ritirano i genitori degli alunni si rifiutano di pagare per scolarizzare i loro bambini o per le forniture scolastiche. Altro esempio, la politica di gratuità dell’acqua in Burkina Faso per incitare le popolazioni a bere l’acqua del distributore o proveniente dalla trivellazione, acque migliori di quelle del pozzo o di superficie. Ma i distributori o le trivellazioni non sono mantenuti dalle persone comuni, sono coloro che le hanno istallate che devono assicurarne la manutenzione. In tal maniera non se ne paga una quota e non si paga per l’acqua. Inoltre, l’“aiuto” mantiene in piedi l’idea della mano tesa o dell’assistenzialismo a tutti i livelli delle società ricevitrici, mantenendo i rapporti tra dominante e dominato sia tra gli Stati che tra le popolazioni e questi paesi. Si penserà ai rapporti postcoloniali, che non sono ben stabiliti e sempre ben chiari con le vecchie potenze coloniali. Senza “aiuto”, le porte sono aperte per: lo sviluppo di regimi dittatoriali, di impunità; l’immigrazione selvaggia: le popolazioni fuggono dai paesi sempre più impoveriti, in condizioni che conducono talvolta ai drammi che si conoscono (imbarcazioni al largo delle Canarie o nel Mediterraneo, tentativi di passaggi di forza nell’enclave spagnola di Melilla); il saccheggio delle ricchezze non solo da parte delle elite, ma anche da parte degli operatori disonesti (nazionali e non) e poco scrupolosi.
Ricentrare l’“aiuto” sulle questioni vitali
Tre assi potrebbero essere esplorati, in vista di rendersi più utili e di responsabilizzare prima di tutto le popolazioni: Il trasferimento di tecnologie e di equipaggiamento dei mezzi di comunicazione: importanza dei NTIC (Nuove tecnologie di comunicazione e informazione), radio, diffusione dell’informazione su grande scala, presso i cittadini dei paesi del Sud al fine di incitarli ad esercitare i loro diritti e doveri, in breve: cittadini che sappiano e possano chiedere i conti e sanzionare i governanti. La formazione: scolarizzazione, alfabetizzazione sono chiavi essenziali, e offrono a tutti le basi per la costruzione del se, in un mondo in cui lo scambio e le modalità di cooperazione si intendono ormai a livello mondiale. Per essere efficace la formazione non deve rispondere solo a degli imperativi statistici o semplicemente cercare di toccare più persone possibile: la qualità dell’insegnamento o della formazione deve essere là, al fine di garantire le possibilità di uno “sviluppo” durevole. Il riequilibrio dell’“aiuto”, mettendo l’accento sul locale (le collettività territoriali, le comunità di base, le Ong, gli operatori privati del locale, le donne e i bambini). Tale riequilibrio passa per due dimensioni: una verticale e l’altra orizzontale. A livello verticale le convezioni siglate potrebbero prevedere al loro interno delle clausole secondo cui una parte significativa dei mezzi messi a disposizione degli Stati poveri venga gestita direttamente da loro a livello locale, dalle collettività a beneficio delle comunità di base. La dimensione orizzontale supporrebbe un obbligo di delega, in modo tale che i sindaci trattino direttamente con le OSC. Quest’ultimo punto rinvia inesorabilmente al rafforzamento delle capacità degli attori locali, al fine di avere un livello locale più responsabilizzato.






