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Dall'“aiuto” al dono reciproco

Angela Maria Silvia Bezerra

Abbiamo alle spalle ormai quaranta anni di cooperazione allo “sviluppo” e, nonostante gli apporti dei paesi “sviluppati” a sostegno dei “paesi in via di sviluppo” con investimenti e aiuti finanziari, il divario tra paesi ricchi e “poveri” è cresciuto e siamo di fronte ad un fallimento. Cresce il consenso riguardo alla convinzione che la logica della politica di “sviluppo” è inadeguata. La retorica di aiutare i paesi “poveri” attraverso la “spinta economica”, la “iniezione finanziaria” e il libero mercato è un ridurre la persona umana e i popoli ad oggetti economici. Essa non tiene conto della partecipazione dei popoli e della “libertà” di scegliere.

Lo “sviluppo” in questo modo, come afferma Vandana Shiva, è un processo violento che sradica le culture e le tradizioni dei popoli, minaccia la loro diversità, la possibilità di auto governarsi e di auto organizzarsi (Shiva, 1999). Il mercato libero ha costretto i paesi poveri a privatizzare le loro risorse: le foreste diventano la fonte del mercato e dell’agrobusiness, l’acqua viene privatizzata al fine di servire gli interessi delle multinazionali. L’idea che “non c’è alternativa” al capitalismo globale ci porta ad una rassegnazione e ad un determinismo senza sbocco, che è in contrasto con i valori della libertà e della creatività.

Un nuovo colonialismo

Secondo William Dugger “il mercato è un prodotto della volontà umana, non è una economia automatica o il prodotto di una dispensa divina. Il mercato può essere cambiato con un’azione collettiva”. Questa azione collettiva a mio parere è già in atto nella realizzazione di esperienze innovative dei movimenti sociali, delle cooperative e dell’economia solidale che sta facendo breccia in tutto il mondo preparando quell’humus per i grandi cambiamenti che ci fa già dire che “Un altro mondo è possibile”. Le nazioni impoverite oggi sono “formalmente” libere dal colonialismo, ma l’eredità disastrosa dei suoi modelli comportamentali è ancora molto viva, arrestando e ritardando lo sviluppo di questi paesi. Possiamo trovare nel pensiero di Paulo Freire una luce per capire le conseguenze del colonialismo e degli altri tipi di oppressione. Secondo Freire gli oppressori si sono tramandati da generazioni il diritto di possedere: terra, uomini, tempo... e possiedono per “diritto”, per il loro coraggio di rischiare e se gli altri non possiedono è perché sono pigri oltre che spesso ingrati. Dall’altra parte gli oppressi assumono i comportamenti dell’oppressore. Poiché è negata loro la possibilità di essere se stessi, ritengono che l’unico modo per essere uomini liberi è quello di imporsi le vesti dell’oppressore, quindi sono attratti dai loro stili di vita, vogliono assomigliarli. Ecco perché si impone l’attuale modello unico di “sviluppo”. Ma cosa è “sviluppo”? Copiare i modelli “moderni” tra l’altro fallimentari dei paesi occidentali? Il nuovo colonialismo oggi, non è più territoriale e basato sulla forza, ma si avvale di un mezzo più sofisticato che è il mercato transnazionale. La borghesia internazionale continua il suo dominio sia con l’imposizione del libero mercato sia attraverso delle Organizzazioni governative internazionali come la Wto, la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e anche le stesse Ong.

Il ruolo delle organizzazioni non governative

Tanti accusano le Ong di essere responsabili del nuovo colonialismo e di mantenere il ciclo di dipendenza dei paesi impoveriti. L’enorme apparato delle Ong, di stampo liberista con aiuti filantropici e umanitari tende a sostituirsi alla responsabilità dello Stato verso i suoi cittadini. “Di conseguenza, molti di questi Stati non riescono a sviluppare le competenze necessarie per realizzare politiche pubbliche in modo efficace, mentre altri si ripiegano nella rete di sicurezza globale per sfuggire alle loro responsabilità” (Cohen, Kupcu, Khanna). Questo tipo di intervento delle Ong serve a rendere il capitalismo più compassionevole e non affronta le cause strutturali che risiedono nel sistema neoliberale. A mio parere questa critica, anche se vera, rischia di penalizzare molte Ong che vogliono davvero dare un apporto costruttivo nel trasformare le strutture di oppressioni. Una grande sfida è capire il ruolo delle Ong nel processo di empowerment della società civile. Il concetto della società civile è ora nella retorica delle Organizzazioni internazionali come la Banca mondiale e le agenzie delle Nazioni Unite. Tale concetto è comunque legato al paradigma neoliberale dove la società civile è importante per legittimare l’agenda occidentale, consentendo ai paesi egemoni di mantenere il proprio predominio. In questo contesto il ruolo delle Ong dovrebbe essere quello di sostenere la società civile e i movimenti sociali senza prendere il loro posto. L’empowerment della società civile non può essere essenzialmente costruzione di organismi di “sviluppo” e di intermediazione per rappresentare i ‘poveri’. Deve essere un processo che passa il potere a coloro che non lo hanno, quindi il ruolo delle Ong deve essere quello di facilitatori e non di agenti organizzatori delle società civili. In Brasile ad esempio il ruolo dei movimenti sociali è stato ed è tuttora fondamentale per il processo di (ri)democratizzazione che ha preso il via negli anni ‘80. Studenti, sindacati dei lavoratori, delle organizzazioni rurali e dei senza terra hanno avuto un ruolo da protagonisti nel cambiamento dei regimi dittatoriali. Le Ong avevano appoggiato questi movimenti. Oggi i movimenti sociali criticano le Ong che, servendo gli interessi capitalistici, stanno spoliticizzando la società civile e svuotando il discorso politico dei movimenti sociali.

Dall’efficienza economica all’efficacia culturale

Un altro aspetto importante in questo processo di emancipazione ed empowerment della società locale è l’apporto delle Ong del Sud, che per la loro appartenenza alla cultura locale sono rilevanti per uno sviluppo sostenibile. Le Ong del Nord, che hanno le agenzie di attuazione diretta sul campo, hanno una propensione ad assumere la guida a scapito delle Ong locali. Queste ultime spesso si lamentano di essere usate come fonte di informazioni senza essere considerate davvero come partners con poteri decisionali. Il capacity building, il “logical frame work”, il rendiconto finanziario, il monitoraggio e la valutazione funzionano più come strumento di controllo che non come reale interesse di cooperazione tra uguali. A questo proposito, penso che sarebbe veramente innovativo e doveroso un processo di “revisione” reciproco, dove anche le Ong del Nord siano valutate dal loro partners del Sud. Chissà quante cose imparerebbero insieme? Tante Ong del Sud ormai cominciano ad apparire nello scenario internazionale come dei veri protagonisti della cooperazione. Queste nuove prospettive sono delle sfide anche per le Ong del Nord che dovranno aggiornarsi nei loro metodi e prendere sul serio il concetto di un partenariato democratico e fra uguali. Le Ong del Sud che lavorano direttamente con campagne di sensibilizzazione sono a loro volta criticate dalla popolazione locale a causa della loro agenda di stampo occidentale e per la tendenza a parlare “per loro”, sostituendosi quindi alle popolazioni stesse invece di avere un approccio democratico dando a questi popoli posizioni decisionali. Le Ong, sia del Nord che del Sud, saranno veramente responsabili se saranno in grado di mettere la persona al centro della cooperazione e contribuire ad uno “sviluppo” endogeno delle comunità locali. La cooperazione internazionale perciò, ripensata in questa prospettiva, può acquisire nuove categorie di riflessione e svilupparsi per vie e modi più sostenibili. Ne suggerisco alcuni. Abbandonare i modelli di “efficienza economica” e assumere un approccio di “efficacia culturale”. “Efficacia culturale” è quello status nel quale i “beneficiari” (individui o gruppi) sono completamente liberi da ogni pressione di altre culture o ideologie politiche e in cui si garantisce loro la capacità di esprimere e articolare la propria identità. Quindi dobbiamo liberarci dagli interessi egocentrici: un “progetto” può essere sostenibile solo quando le parti sono libere da qualsiasi interesse egocentrico. Un altro interessante concetto che si sta sviluppando è legato al principio di sussidiarietà che va intesa non come “aiuto” ma come “dono reciproco”. A questo proposito ci può aiutare ancora Paulo Freire con la sua pedagogia liberatrice: “L’oppressore diventa solidale con gli oppressi quando il suo gesto cessa di essere un gesto sentimentale, di falsa religiosità di carattere individuale, e diviene un atto d’amore. Quando gli oppressi non sono più per lui un nome astratto e diventano uomini concreti che subiscono ingiustizia”. “Nessuno – dice Freire - libera nessuno, nessuno si libera da solo: gli uomini si liberano nella comunione”. Solo così il nostro cooperare allo “sviluppo” dei popoli può uscire dall’idea di “aiuto”, per diventare dono nella reciproca comunione.

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