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Il rapporto con la Madre Terra

Ana Maria Montenegro

Un pensiero ancestrale precolombiano (1200 a.C.) dice che la grandezza dei popoli non si misura dalle loro conquiste né dalle loro ricchezze; si apprezza, essenzialmente, per lo sviluppo dei sistemi sociali e nella coerente relazione con la Madre Terra. Se facciamo una lettura della situazione attuale attraverso questa lente, possiamo dire che ancora siamo lontani dal raggiungere tale grandezza e ce lo dimostra l’epoca di crisi in cui si trova immerso il mondo intero. Crisi economica, politica, sociale, ambientale che ha reso ancora più evidente la separazione tra Nord e Sud.

La disuguaglianza tra Nord e Sud del mondo, la convinzione che questa disparità sia di fatto un’ingiustizia, così come la consapevolezza dell’urgenza di un mondo in cui ci sia una più equa ripartizione delle risorse e in cui tutti abbiano le stesse possibilità per sviluppare le proprie potenzialità, sono alla base della nascita e della crescita della solidarietà internazionale e della cooperazione allo “sviluppo”. La solidarietà sorpassa l’“aiuto” La solidarietà internazionale in questo senso sorpassa l’idea di semplice “aiuto”, ma deve assumere sempre di più la connotazione di un vero e proprio soggetto della società civile capace di costruire una cooperazione orizzontale, una cooperazione “militante”, che parli alla politica con autorevolezza e diritto di farlo poiché fautrice dello scenario globale che ogni Stato deve includere nelle proprie prassi. In questo senso la cooperazione rappresenta anche un investimento per la costruzione di un mondo più giusto, responsabile, plurale, solidale e quindi, più pacifico. Una cooperazione che faccia sentire la propria voce di fronte a scelte politiche che colpiscono i più deboli, come ad esempio nel caso dei Trattati di libero commercio che l’Unione europea tenta di imporre ai paesi del Sud del mondo, cancellando con un colpo di mano il lavoro che la cooperazione ha svolto in anni sostenendo l’agricoltura, la biodiversità, la sicurezza alimentare e la lotta alla “povertà” in generale. La nostra visione ci permette di parlare di cooperazione allo “sviluppo” sostenibile integrale e questo ci fa mettere in discussione due concetti finora fondamentali per la nozione moderna di “sviluppo”: da una parte la pseudolegge di “autoregolamentazione del mercato” e dall’altra la nozione di “consumo” come fondamento della costruzione moderna delle “necessità”; una cultura sostenibile deve supporre una visione di sviluppo individuale e collettivo che riconosca l’uguaglianza tra uomini e donne; le dimensioni spirituali, mentali, fisiche e sociali della persona; il rispetto della diversità; la dimensione ambientale della specie umana; uno sviluppo equo tra Nord e Sud, tra Est e Ovest. Il tema dell’economia preoccupa oggi l’umanità intera. Il suo quadro teorico e la sua cattiva interpretazione sono considerati come i massimi responsabili degli enormi scompigli, delle iniquità e delle esclusioni sociali presenti, in forma grave, in tutti i continenti. L’economia non riesce a riconoscere ancora che esiste per assicurare benessere e buon vivere a tutti, per questo ostacola o impedisce il vincolo istituzionale e delle vere politiche strutturali che offrano a tutti un appoggio reale per uscire dalla miseria, dalla marginalità e dalla povertà. Solo recentemente si sta osservando che il modello vigente, nei suoi risultati, fa crescere la povertà, diminuisce gli ingressi lavorativi e rende caotica la gestione del lavoro, limitando gli effetti di nuove politiche sociali d’inclusione. I cambiamenti profondi di carattere strutturale non si intravedono.

La responsabilità integrale

Tecnocrati e governanti, a loro volta, continuano a difendere il modello del libero commercio e la sua priorità nei confronti del sociale. In questo modo, il profondo cambiamento di pensiero sul piano economico che l’umanità intera è obbligata a fare nel futuro immediato, sarà complesso, doloroso e traumatico, ma dovrà comunque verificarsi. Il modello di vita e di organizzazione sociale che non incorpora la nozione di responsabilità integrale dell’essere umano, fonte maggiore e ispirazione dell’etica, mette a rischio la vita stessa del pianeta. Il consumo sfrenato delle risorse naturali essenziali non rinnovabili, gli indicatori crescenti di inquinamento e l’incremento costante di pericoli ambientali mortali, esigono il ripensamento completo del vivere in tutti i continenti e la solidarietà tra gli esseri umani. Nozioni economiche come quelle di beneficio, reddito, efficacia, crescita, competitività e altre che accelerano i risultati negativi (sociali, ambientali, politici) di questo modello, dovranno essere sostituite nella loro concezione attuale. La cooperazione, se non vuole essere complice di tranelli e furti, deve promuovere questa responsabilità nell’intera società, così come il rispetto dell’uguaglianza tra culture e civiltà dovrà essere più curato di prima, nel dialogo multi-culturale e negli scambi. La crisi in cui si trova anche la cooperazione è pure un’occasione di cambiamento, per creare strade comuni verso la giustizia, la sostenibilità, l’uguaglianza. Un’occasione, infine, di ripensarsi anche nei propri meccanismi di funzionamento, evitandone la sclerotizzazione che impedisce di partecipare a realtà associative magari più piccole ma con esperienze altrettanto valide – la necessità, insomma, di non costituire all’interno della cooperazione “cartelli” che diventino altrettanti strumenti di potere, specchio delle dinamiche politiche che si condannano. Il nostro approccio di cooperazione e solidarietà internazionale suppone l’abbandono di una visione di “sviluppo” storico unilaterale, uniforme e lineare per guardare le diversità di società storicamente possibili ed ecologicamente desiderabili, dove ad esempio la scelta di destinazione degli eccedenti sia fatta dalle comunità e non sia determinata dall’automatismo del “dio mercato”. Il nostro approccio di solidarietà internazionale intende un modello di “sviluppo” umano sostenibile che sia:

- Socialmente sostenibile: che sia socialmente giusto e pacifico perché deve essere un ventaglio di opportunità senza creare discriminazioni.

- Economicamente sostenibile: bisogna tenere conto che la crescita globale deve subordinarsi alla sostenibilità ecologica, che non sacrifichi la qualità di vita della presente generazione e nemmeno che metta sotto ipoteca le capacità delle generazioni future di soddisfare la propria qualità di vita.

- Ecologicamente sostenibile: significa che il processo di “sviluppo” sia rispettoso dell’equilibrio dinamico dell’ecosistema che garantisce la vita delle persone e della natura stessa.

- Politicamente sostenibile: implica che la dinamica del processo non generi tensioni e sia funzionale alla società; ciò significa che deve essere partecipativa, cioè che tutti gli individui devono essere coinvolti in profondità nei processi economici, sociali, culturali e politici che li riguardano, perché solo attraverso la partecipazione gli individui possono essere artefici del loro futuro e moltiplicatori di “sviluppo”.

 

Ghandi ha affermato una volta: “Sii il cambiamento che tu desideri vedere nel mondo”. Il protagonismo del cambiamento non è più soltanto patrimonio dei partiti politici o dei sindacati. Le associazioni, le Ong, i movimenti sociali e le organizzazioni della società civile assumono un nuovo protagonismo che mette in discussione l’ordine egemonico. Si guardi ad esempio l’America latina, in particolare la Bolivia: la messa in atto di nuovi quadri giuridici e di dispositivi di concertazione e di azione della società civile, capaci di essere determinanti rispetto alle decisioni statali e come forme di partecipazione a livello locale, si profila come una nuova strada per la costruzione d’una alternativa al sistema attuale.

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