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Perché le strategie siano efficaci

Johannes Gorantla

La parola “povertà” è una parola “relativa”. Ha significati diversi a seconda delle culture e degli ambiti antropologici del contesto in cui agisce, anche se il significato generico ed essenziale non cambia. Per un uomo occidentale, è considerata “povertà” la mancanza di tutto ciò che rende la vita comoda, vivere un certo livello o standard di vita, mentre nei paesi impoveriti ci riferiamo alla mancanza delle cose necessarie per la sopravvivenza quotidiana. In realtà, stiamo confrontando lo standard della vita dei popoli secondo i nostri modelli, e stiamo categorizzando come “poveri” o ricchi determinati soggetti.

Spesso confrontiamo gli altri alla nostra visione, ai modelli della nostra società, però dobbiamo ricordare che la visione, lo standard, il pensiero dell’oriente è diverso dall’occidente. È necessario negli interventi di solidarietà e cooperazione tener conto di queste differenze conoscendo la cultura, la situazione locale, il concetto di “povertà”. La conoscenza di tutti questi elementi, fa sì che ci si possa addentrare nella nostra cultura. Possiamo individuare un modo di accostarsi alla cultura degli altri, tenendo conto delle condizioni materiali tra l’occidente il resto del mondo. Questo metodo consisterebbe nel relazionarsi alla cultura con la quale si intende avere a che fare sulla base di un approccio dialogico tra le culture stesse. Secondo noi missionari, la cura del “sottosviluppo” sta nell’educazione, nel far nascere nei “poveri” la fiducia in sé stessi, in modo che abbiano il coraggio e l’entusiasmo di diventare protagonisti della loro promozione. Un altro aspetto importante consiste nel favorire il senso comunitario del lavoro, noi facciamo in modo che possano nascere le cooperative, piccoli gruppi di lavoro comune, cercando in qualche modo di responsabilizzare tutti prima di donare loro qualcosa. Bisogna avere la consapevolezza che anche verso i “poveri” occorre prudenza e intelligenza per non creare una mentalità passiva nella gente, che finisce per aspettarsi tutto dall’esterno. È un pericolo reale, quando si danno aiuti e poi si abbandonano i “poveri” a sé stessi, ogni piccola cosa che si elargisce deve essere conquistata, bisogna pretendere sempre una contropartita. Siamo convinti che l’assistenzialismo crea uno stato di dipendenza e che la vera promozione passa attraverso la formazione e lo “sviluppo” del senso di responsabilità. Ogni “progetto” umanitario, deve mirare a far crescere nell’individuo il senso comunitario e sociale, e indurre nei singoli il convincimento che anche ciò che viene dato per il beneficio individuale deve essere reinvestito per il bene della comunità, in maniera tale da evitare situazioni di privilegio in un contesto difficile. La nostra politica di intervento si realizza secondo la cosiddetta “strategia di base”. Essa consiste nell’incominciare a soddisfare anzitutto i bisogni di prima necessità per salire, gradualmente e comunitariamente, sulle vie del progresso globale. Noi stiamo lavorando su piccoli “progetti” a misura d’uomo, che risvegliano le energie latenti in ogni comunità e rendono concretamente possibile uscire dalla povertà. Nel nostro caso le micro realizzazioni sono ben integrate nella realtà del paese, rispettano le tradizioni e i valori locali e mobilitano al massimo gli sforzi individuali delle persone interessate. Una piccola comunità diventa protagonista e destinataria del “progetto” e della sua realizzazione, il “progetto” deve tendere a soddisfare un bisogno di base. Infatti fin’oggi abbiamo dato assistenza, istruzione, formazione, ma tutto questo ancora non basta. Bisogna progredire a livelli di istruzione più avanzata, abbiamo bisogno di veri e propri campus universitari, per poter formare la classe dirigente del domani.

Autopromozione e autosufficienza

L’autopromozione, seppur innescata e sorretta dall’intervento esterno, è l’unico motore capace di produrre un autentico progresso verso la piena “autosufficienza”. I governi dei paesi ricchi spesso finanziano grandi “progetti”, che non educano e non responsabilizzano e quindi non creano il vero “sviluppo”, che può venire solo dalla gente stessa quando abbia coscienza e si senta responsabilizzata. Le grandi opere finanziate da enti pubblici avranno sempre bisogno di intervento esterno, e contribuiscono a mantenere il popolo in uno stato di dipendenza umiliante. Con le micro realizzazioni si lavora in uno spirito di condivisione e di cooperazione, finisce così l’inerte attesa degli “aiuti” e nasce il gusto e la soddisfazione all’autosufficienza. Di qui l’esigenza di uno sviluppo economico, basato sulla crescita della persona, necessariamente favorita nel totale rispetto della sua cultura, cioè del mondo delle idee, dei valori supremi ai quali si ispira e che costituisce pertanto la radice di ogni processo di evoluzione. L’individuo alfabetizzato, approfondisce i valori della propria cultura, della quale ha consapevolezza e rispetto, e trova nel suo stesso ambiente il modo di affermare la sua dignità di uomo attraverso il lavoro, la conoscenza elementare del leggere e dello scrivere, l’affermazione dei suoi diritti e l’accettazione dei suoi doveri nella convivenza pacifica. Come abbiamo detto, gli interventi esterni devono cambiare la situazione del popolo in bisogno. Non vogliamo assoggettare il popolo all’attesa degli aiuti esterni, questo deve soltanto servire per innescare dei meccanismi che devono avviare il popolo verso l’autosufficienza. Quindi, se c’e una chiara programmazione, tempi specifici, ambiti specifici, la cooperazione porterà risultati straordinari in tempi limitati. Anche se arrivano degli aiuti molto spesso tutto questo è legato alla vostra visione, al vostro concetto di “aiuto”, ma in realtà è necessario programmare ogni intervento secondo le nostre esigenze e il riscontro che tutto ciò può avere nella nostra società. Sono del parere che gli aiuti vanno coordinati e strutturati meglio, tramite il dialogo e la cooperazione tra le stesse Ong, si possono avere grandi risultati. A questo punto vorrei specificare alcuni ambiti di intervento più concreti. L’alfabetizzazione. L’accento posto sull’alfabetizzazione nel nostro continente non è casuale, dai dati in nostro possesso emerge una scarsissima percentuale di alfabetizzati nei villaggi rurali. L’alfabetizzazione offre enormi opportunità di poter cambiare la condizione di ogni individuo. Come è scritto nella verbalizzazione del “Rapporto sui diritti Umani”, molti studi hanno messo in evidenza i rapporti causali tra cibo, abitazione, istruzione, condizione igienico sanitaria. Sviluppare le capacità di una generazione è un mezzo per garantire i diritti sociali ed economici delle generazioni successive a lungo termine, per sradicare la “povertà”. Naturalmente esistono delle differenze profonde anche tra i vari Stati indiani: nello Stato del Kerala, è dimostrato che livelli elevati di istruzione scolastica e una maggiore consapevolezza politica hanno costituito importanti fattori di differenza per il raggiungimento di migliori condizioni della popolazione, ottenendo dei risultati migliori di quelli che avevano una spesa pro-capite. L’habitat. La necessità fondamentale nei “paesi in via di sviluppo” è la mancanza di una casa. Una famiglia che guadagna due euro al giorno non potrà mai costruire una casa. Per noi casa significa avere soltanto un tetto sulle spalle e, dato molto importante, il più delle volte dobbiamo mettere in conto anche le avverse condizioni climatiche, che non ci permettono di consolidare ciò che abbiamo costruito. Da un punto di vista politico, anche se c’è un minimo impegno da parte dei governi locali, spesso la corruzione in atto attuata della classe dirigente non ci permette di progredire per raggiungere degli obiettivi in quest’ambito. E allora dobbiamo essere noi missionari a portare benessere alle classi svantaggiate e a sostenere la causa dei “poveri”. Le strutture sanitarie. Le strutture sanitarie sono scarse e inadeguate, occorrono dispensari, ospedali, strutture sanitarie mobili soprattutto nei villaggi dove molte persone muoiono per mancanza di aiuti. La mancanza di acqua. L’acqua potabile è tra le necessità fondamentali dell’uomo, molti villaggi sono sprovvisti di rete idrica e di pozzi per l’autonomia del popolo stesso. Le industrie per le donne. Stiamo cercando di avviare piccole industrie per le donne, per abituarle ad un senso di responsabilità e per avviarle verso l’autosufficienza.

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