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2012-02-mar-apr

Politiche coerenti

Patrizia Sentinelli

La crisi globale che investe l’intero pianeta non ci può più consentire di affrontare in termini tradizionali il tema della cooperazione internazionale, né quello dell’“aiuto” pubblico allo “sviluppo”. È manifesto, peraltro, il crescente disinteresse per il tema da parte del governo nazionale, che sta sostanzialmente demolendo l’idea stessa di cooperazione svalorizzando sia la struttura interna alla Farnesina (la direzione generale alla cooperazione) sia il carattere solidaristico e relazionale degli interventi sul campo, privilegiando le attività di cooperazione civile-militare e quelle legate al controllo dei flussi migratori.

Ma c’è il disinteresse, in genere, di tutte le forze politiche, anche di quelle che solo qualche anno fa avevano mostrato volontà di nuova proposizione e di rilancio delle iniziative di solidarietà e di relazioni di partenariato. Penso all’incontro promosso dall’allora candidato premier Romano Prodi a Firenze dove, insieme al complesso mondo delle Ong e del volontariato, si mise a tema l’urgenza della riforma della cooperazione italiana e di un incremento dei finanziamenti. Ma penso anche alle innumerevoli e appassionate discussioni che si svolgevano in quel periodo (e dopo anche durante la mia attività di governo) attorno alla necessità di ripensare un “progetto” rinnovato nelle forme e nei contenuti. Oggi il quadro si presenta assai diverso. I finanziamenti stanziati dalle diverse leggi finanziarie sono stati vieppiù tagliati e la maggior parte, i 4/5, vengono destinati al MEF per attività di natura finanziaria. Rispetto al 2008 il ministero degli Esteri registra nel 2009 un decremento di fondi pari al 56% e nel 2010 un meno 71%, con forti tagli a quelli destinati alle organizzazioni multilaterali, disattendendo in tal modo anche gli impegni internazionali sottoscritti nei diversi summit internazionali. In ogni caso si avverte una disattenzione generale al tema. Nel mondo delle Ong e dell’insieme degli attori che agiscono sul campo c’è un dibattito ma è troppo frammentato e la critica, che pur si leva, è troppo debole per permettere il dispiegarsi di una rinnovata riflessione e di nuove elaborazioni e azioni efficaci. Perciò ben vengano iniziative come questa per rilanciare la discussione. Mi piacerebbe tornare a discutere in un incontro ancora più largo dove fare un’analisi di fase approfondita. Penso, ad esempio, a una nuova assemblea degli Stati generali della cooperazione, come quelle che si tennero durante la mia esperienza di viceministra e che produssero, a mio parere, riflessioni e proposte molto interessanti. Soprattutto indicarono la necessità di lavorare in rete. Non possiamo, però, leggere la riduzione dei fondi per la cooperazione internazionale come anomalia rispetto alla contrazione operata dal governo Berlusconi in tutti gli ambiti della spesa sociale . Si pensi infatti al deperimento della stato sociale, ai tagli alla scuola pubblica, all’università e alla ricerca. Oppure alla sciagurata svalorizzazione che si persegue verso i beni culturali. Un vero e proprio rovesciamento dei parametri solidaristici e del bene comune.

Ma la crisi è internazionale

Nel 2000 un vertice solenne dell’Onu adottò gli Obiettivi del Millennio: i famosi 8 traguardi per combattere la “povertà” e l’esclusione. I leader dei 189 paesi si impegnarono a dare il loro contributo con stanziamenti specifici e programmi mirati in diversi ambiti per sconfiggere la fame e la mortalità infantile, promuovere il ruolo delle donne nella società, salvaguardare l’ambiente, innalzare il livello di istruzione. E sembrarono davvero ben intenzionati a raggiungerli. Oggi siamo di fronte a un sostanziale fallimento. La “povertà” cresce e crescono l’esclusione e la “povertà” relativa anche nei paesi “sviluppati”. Ma sono i paesi già impoveriti che continuano a pagare maggiormente gli effetti della crisi, sul piano economico ma anche su quello della democrazia. I progressi, pur fragili, che si erano conseguiti sembrano subire un’involuzione. I processi di partecipazione alla vita politica e sociale rallentano anche perché si indebolisce la capacità di programmazione degli Stati e di rafforzamento dei sistemi nazionali, in particolare, per la salute e l’istruzione. Il reddito pro capite, soprattutto in Africa, non crescerà più dopo alcuni anni di tassi positivi, nonostante il Fondo di emergenza di circa 940 milioni di euro creato ad hoc dalla Banca africana per lo sviluppo. Il direttore del Fmi aveva chiesto ai paesi industrializzati di portare entro il 2015 da 50 a 75 miliardi di dollari il volume degli aiuti all’Africa per impedire il collasso di molti paesi. Non si è più saputo nulla di preciso. È invece essenziale assicurare un flusso certo di finanziamenti per compensare i minori investimenti privati e il minore accesso al credito. Gli studi sul campo ci dicono che se un paese riceve il 2% del suo Pil in “aiuto” per le infrastrutture, il numero di persone che vivono sotto la soglia di “povertà” si riduce del 1,2%; il raddoppio dell’“aiuto” pro capite destinato alla salute riduce del 2% la mortalità infantile e l’incremento di “aiuto” pari a un punto percentuale del Pil aumenta il 5% la partecipazione scolastica. Maggiori finanziamenti, dunque, a patto che non arrivino in modo scoordinato e frammentato. Perciò occorrono programmi condivisi tra attori sociali e governi dei diversi paesi, superando l’odiosa gerarchia costruita tra paesi “donatori” e “beneficiari”: nei “progetti” di cooperazione bilaterale ma, purtroppo, anche negli interventi agiti attraverso le Agenzie internazionali, abbiamo visto affermarsi la logica del paese più forte, aggressiva attraverso finanziamenti di “progetti” condizionati agli interessi dei paesi donors. Dove a dominare è sempre il punto di vista e il modello economico dei paesi più ricchi, anche quando sono attraversati dai flussi della crisi. ­­“Si pensi che ancora oggi la Wto chiama la comunità internazionale a un nuovo impegno per la liberalizzazione dei mercati e per ampliare la produzione destinata all’esportazione dei paesi africani innalzando la propria competitività interna” (Valentine Rugwabiza, vice direttore generale Wto), in continuità con le politiche liberiste ormai in crisi anche nei paesi ricchi. All’opposto sono i mercati locali - regionali quelli che maggiormente devono essere aiutati a svilupparsi e ad aprirsi per meglio creare benessere, a partire dalle comunità marginalizzate e tenute subalterne. È la terra per produrre cibo per i suoi abitanti che deve essere garantita. I paesi africani stanno cedendo quasi gratuitamente gran parte dei loro terreni agricoli a Stati terzi o a investitori ottenendo in cambio solo vaghe promesse sulla creazione di posti di lavoro e di infrastrutture. Lo si legge in un recente rapporto redatto dalle Nazioni U­­nite dal titolo “Land Grab or devolopment opportunity?”. Gli studiosi di IFAD e FAO mettono in evidenza che paesi come Arabia Saudita e Corea del Sud, preoccupati per la stabilità delle loro riserve alimentari, stanno promuovendo l’acquisto di terreni agricoli in paesi stranieri come alternativa all’acquisto di cibo sui mercati internazionali. A me pare un paradosso. E invece sono, tra gli altri, paesi come Etiopia, Ghana, Mali, Sudan a cedere la loro terra. Altro che democrazia e sovranità territoriale.

Prendere altre strade

La crisi economica, finanziaria, sociale, ambientale, richiede un cambio generale nelle scelte e una politica globale volta a riconoscere dignità alle persone, giustizia sociale, salvaguardia dell’ambiente. E un diverso approccio, maggiori finanziamenti, rinnovata volontà politica per ripensare complessivamente la cooperazione. Perciò occorre prendere altre strade, orientate verso la costruzione di programmi quadro territoriali, co-decisi e partecipati dalle comunità interessate. Non più, o non solo, programmi di settore ma interventi programmati che abbiano un taglio olistico, orientati a liberare energie e intelligenze locali. Ciò vale per garantire interventi efficaci per l‘istruzione, la salute, la promozione sociale e democratica. Smetterla di privilegiare interventi di emergenza o umanitari in contiguità con la guerra e il controllo securitario delle persone. Bisogna mettere fine al tentativo di inquinare il segno solidaristico che deve avere la cooperazione. Occorre, soprattutto, ripensare e definire una diversa politica globale, incentrata sulla promozione delle economie locali e sul sostegno alle imprenditorialità locali a carattere cooperativo anche con il microcredito. Serve un rilancio dell’agricoltura rurale, oggi colpita dalle grandi multinazionali del cibo, la promozione del commercio di area regionale e della sicurezza, la sovranità alimentare, così come la democrazia della terra. C’è bisogno di programmi incentrati sul partenariato, sulla salvaguardia ambientale e sul riconoscimento dei diritti dei viventi, umani e non umani. La nuova strategia deve saper sempre più riconoscere e valorizzare l’esperienza e l’autonomia femminile, fondamentale per la crescita umana e la democrazia economica e politica. Io leggo con questa lente anche la Campagna per l’attribuzione del premio Nobel per la pace alle donne africane. Donne non solo vittime ma anche protagoniste. Per esplicare al meglio la positività degli interventi di questa nuova strategia, gli assi portanti su cui poggiare una nuova cooperazione andrebbero co-decisi in un quadro di nuovo multilateralismo, abbandonando sia l’idea assistenzialistica fine a se stessa sia quella di dominio neocoloniale che favorisce i paesi “sviluppati”.

Le politiche ambientali e l’acqua

Lo stesso appuntamento di Cochabamba, conclusosi di recente, nella sua dichiarazione finale indica una prospettiva utile. C’è il tentativo di creare una convergenza dei punti di vista dell’America latina sia in termini di governi che di movimenti, ricchi di elementi profondamente innovativi. E di proiettarla già nei processi in campo per definire un possibile nuovo accordo mondiale sul clima nel decisivo appuntamento di Cancun, in Messico. Proprio un eventuale, per quanto difficilissimo, nuovo trattato sul dopo Kyoto, questa volta realmente mondiale in quanto sottoscritto anche da Usa e Cina, può rappresentare un effettivo spartiacque. È in quell’ambito che una visione effettivamente multilaterale e con elementi concreti di alternativa economica e sociale può prendere corpo. Il carattere giuridicamente vincolante che aveva Kyoto e che dovrebbe mantenere il nuovo trattato è tale da rendere i suoi obiettivi più esigibili, anche se tutt’altro che scontati, anche rispetto a quelli del Millennio. Non c’è dubbio che molti elementi interni all’ambito negoziale siano fortemente contraddittori e che il rischio di fallimento sia assai elevato come già dimostra il cattivo esito di Copenhagen. Ma la partita è tutt’altro che chiusa e la stessa esistenza di un importante pacchetto di direttive europee che, tra l’altro, inserisce elementi innovativi, ambientalmente e socialmente qualificati, sia sul ricorso ai CDM che sulla realizzazione delle politiche di adattamento e mitigazione e sull’uso sostenibile dei biocarburanti, può rappresentare un punto di riferimento per politiche concrete coordinate e monitorate. In questo ambito, tra l’altro, un ruolo importante e crescente di una cooperazione rinnovata può contribuire a mitigare i rischi degli approcci mercantili e speculativi presenti massicciamente nel sistema Kyoto. Il tema dell’acqua, come anche recentemente avanzato con la proposta di un protocollo integrativo a quello di Kyoto, rappresenta un punto cardine. La condizione già drammatica dell’accesso all’acqua è ancor più resa insostenibile dai mutamenti climatici che determinano un’ulteriore compromissione del ciclo idrico. Per di più proprio sulle politiche per l’acqua sono in campo elementi particolarmente negativi come i processi di privatizzazione e pratiche inaccettabili di cooperazione compromesse in usi impropri, come anche di veri e propri accaparramenti. Un grande “progetto” di cooperazione pubblico - pubblico per l’accesso all’acqua può invece rappresentare un elemento capace di indicare un intero cambio di segno. Deve riprendere a questo proposito, con vigore, l’iniziativa per il riconoscimento in sede Onu dell’acqua come diritto umano e bene comune, privo di rilevanza economica.

Le politiche migratorie

La condizione dei migranti è direttamente connessa al segno complessivo della globalizzazione neoliberista. Siamo in presenza di una crescita imponente della condizione migratoria sia per ragioni di guerra, povertà e cambiamento climatico, sia per il realizzarsi di un mercato del lavoro globale che ha visto aumentare i lavoratori migranti nel mondo. Cartina al tornasole del carattere reazionario di questa globalizzazione è proprio la condizione dei migranti e la asimmetria che si è determinata tra i vari fattori in campo nell’economia. Libertà totale di movimento delle attività produttive, delle merci, dei capitali e non riconoscimento, anzi, negazione di tale diritto alla mobilità per le persone. Forse per la prima volta nella storia della modernità industriale, la stessa condizione lavorativa non determina l’accesso a diritti di cittadinanza e non viene neanche riconosciuta in quanto tale, ma mistificata in una condizione, quella di migrante, che diviene una sorta di identità deprivata, impossibilitata a qualsiasi forma di accesso ai diritti. Né si può dire che vi siano in campo politiche adeguate a garantire il diritto di vita nei paesi d’origine, in quanto non vi sono politiche realmente utili a debellare in tempo certi guerre, “povertà”, sconvolgimenti climatici. Ma pur considerando inviolabile l’esigenza di garantire il diritto a vivere nei luoghi nativi, l’asimmetria dei diritti di mobilità è tale da ledere il carattere democratico dell’attuale società. Lo scenario dei diritti globali è imprescindibile e in questo quadro la costruzione di un sistema globale di diritti al lavoro e del lavoro, può rappresentare un elemento decisivo. Tra questi diritti quello di potersi muovere per la ricerca di lavoro. Solo nella ricostruzione di una parità effettiva di diritti si possono determinare le condizioni di un esercizio consapevole e responsabile di essi. Un’economia può essere globale ma non deve essere entropica, cioè tesa a globalizzarsi solo per ragioni speculative. Il diritto alla mobilità delle persone è intoccabile ma non deve essere costretto dalle condizioni di bisogno. Questo stato di diritto consapevole è indispensabile anche per l’esercizio di una cooperazione capace di vivere nella ricchezza degli approcci multiculturali e tesa appunto a realizzare una globalizzazione sostenibile, democratica e accessibile. In questo quadro e dentro questa prospettiva diventa essenziale per un nuova idea di cooperazione riconoscere come attori fondamentali coloro che da migranti abitano con noi gli stessi territori, città e campagne. E favorire l’incontro e il dialogo. Anche perché non si può pensare a una idea progressiva di cooperazione e a iniziative di contrasto alla “povertà” separate e indifferenti al nuovo razzismo che sta attraversando il nostro paese. La cooperazione decentrata svolge un importante contributo alla costruzione e al consolidamento delle relazioni comunitarie. Le pratiche concretamente agite sui territori da Enti locali, Ong, associazioni, reti di volontariato, università sono un patrimonio particolarmente prezioso proprio della cooperazione italiana. E questa pregevole esperienza rischia un’involuzione se manca un quadro generale di riferimento. Ma oggi sono proprio le esperienze territoriali a rappresentare l’elemento più fecondo, perché capaci di leggere meglio sul campo i bisogni delle comunità locali. Queste, infatti, hanno un sapere specifico che sfugge spesso agli analisti di professione. Un sapere tradizionale intessuto di pratica sociale, che può tornare indispensabile per costruire programmi e “progetti” coordinati. In questo modo i diritti dei popoli indigeni, la cancellazione del debito (conteggiando i fondi che si producono come addizionali), il riconoscimento del debito ecologico, la giustizia climatica, le azioni civili di pace, l’economia solidale e sostenibile per il benessere delle popolazioni diventano perno centrale per caratterizzare la ripresa della nuova cooperazione e per rispondere positivamente alla crisi globale.

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