Approfondimenti
- Cooperazione, se arrivasse Godot
- Il terzo mondo
- Il bastone e la carota
- Sviluppati e sottosviluppati
- Lo sviluppo e la crescita
- La Populorum Progressio
- Dipendenza e deconnessione
- Il rapporto Brandt
- La crisi dello sviluppo
- Dopo la caduta del muro
- Solidarietà oltre la competizione
- Mobilitare la società civile
- Osare il cambiamento
- Piste di riflessione e proposta
Marco Da Ponte
Dove si sta andando e dove si vuole andare nei prossimi anni? Occorre ammettere che il mondo è cambiato molto rispetto alle origini della cooperazione. Tale cambiamento, però, non si identifica solo con una divisione tra nord e sud, in quanto spesso ci si trova di fronte a paesi del sud con ricchezze incredibili e nuove povertà nei paesi del nord.Ho molto apprezzato l’analisi portata avanti dal Cipsi, poichè è un’analisi consequenziale, che si avvicina molto all’idea di Action Aid. Ritengo molto giusto il voler ripensare le nostre organizzazioni come aggregazioni di solidarietà internazionale, idea sicuramente migliore della definizione negativa di organizzazioni non governative, come se avessero qualcosa in meno rispetto alle sfere governative!
Modificherei, però, il termine “solidarietà”, che ha in sé il concetto di qualcuno che dà questa solidarietà, e di qualcuno che la riceve: occorrerebbe trovare un termine che abbia in sé il concetto di giustizia, di rivendicazione sociale, di lotta integrata alla povertà, all’esclusione sociale. Un concetto in cui chi è un attore della società civile in Italia, come nel mondo, potesse, insieme ad altri attori di questa società civile ormai globalizzata, rivendicare giustizia. Solo in questa maniera si esce dalla logica dell’aiuto e si arriva alla logica dei diritti e della rivendicazione degli stessi diritti. Per raggiungere questo scopo le organizzazioni non governative dovrebbero essere sempre meno organizzazioni di persone, e diventare sempre più organizzazioni di attivisti, che lavorano anche nel proprio paese per creare una situazione internazionale più giusta.
La cooperazione. Il concetto di cooperazione ha in sé il concetto stesso di mobilitazione: infatti, se è vero che parliamo di contesto globalizzato, e quindi di politiche internazionali, di società civile integrata tra nord e sud, quando si lavora in organizzazioni che “fanno cooperazione”, l’obiettivo non dovrebbe essere eseguire il famigerato progetto ma, in primo luogo, quello di mobilitare la società civile nella quale si vive. Ritengo sia importante, infatti, che chi è parte del mondo della cooperazione in Italia, ad esempio, tenendo conto di quanto accade al di fuori dell’Italia, diventi attore del cambiamento della società italiana. Il cambiare le nostre società dall’interno, fa parte del “governare la ricchezza”, di cui tanto si parla, eliminando la continua distinzione tra chi è al nord e chi è al sud, cioè quel rapporto di forza tra chi ha le risorse e chi le spende, anche all’interno delle nostre stesse organizzazioni.
Voglio condividere un esperimento che portiamo avanti, come Action Aid, da una decina di anni: quando si parla di organizzazioni del nord o del sud, la nostra organizzazione non saprebbe come definirsi, in quanto, facendo anche un passaggio interno, abbiamo fatto in modo che non esista più la sede del nord, che acquisisce risorse o expertise, e la sede del sud che riceve. Proprio per evitare questa relazione, che comunque diventa di potere, abbiamo cercato di organizzarci in maniera tale per cui quello che si fa in Kenya, in India, ecc. viene deciso dai colleghi locali, non solo a livello gestionale, ma anche a livello della cosiddetta governance. E’ stato un processo difficile, ma ora Action Aid India è fatta esclusivamente di indiani, sia a livello gestionale, che a livello di consiglio direttivo. In questo modo abbiamo eliminato la distinzione tra coloro che raccolgono le risorse e coloro che le spendono. In un sistema così organizzato non conta più l’origine del denaro, e quindi si stravolge completamente la logica dell’aiuto. Noi siamo presenti in 47 paesi, 5 sono europei, tutti gli altri no: le decisioni dell’organizzazione, comprese quelle delle risorse, vengono prese in larghissima maggioranza da paesi del sud. Un punto centrale di questa riflessione è che dobbiamo parlare a tutti: alle istituzioni così come agli amici della società civile, alle campagne così come a chi guarda le soap; solo così possiamo sperare che la cooperazione diventi perno centrale delle politiche del nostro paese, e che interessi un pubblico sempre più vasto.
Sicuramente la nostra idea è che non si debbano creare situazioni, a livello di istituzioni, in cui, per esempio, si discuta di quale cooperazione fare in Libano, non perché sia giusto e doveroso fare cooperazione in quel paese, ma perché ci portano in Libano con scelte di politica estera, più che internazionale. Invece, dovrebbe essere la cooperazione stessa il punto di partenza per decidere cosa fare, anche in altri settori: dovrebbero esserci politiche integrate di lotta alla povertà con la Presidenza del Consiglio, il Ministro dell’Economia, degli Esteri, dell’Ambiente, che si riuniscono per definirne le modalità.
Non ritengo giusto, infatti, che il Ministero degli Esteri gestisca un quarto delle risorse, per quanto riguarda l’aiuto pubblico allo sviluppo. Le decisioni sulla cancellazione del debito vengono prese da una parte, le decisioni sull’aiuto pubblico allo sviluppo vengono prese da un’altra parte, le decisioni commerciali da un’altra parte ancora. Si dovrebbe arrivare ad un fondo unico e ad una regia unica.
Rispetto alla cooperazione decentrata, se è vero che fare cooperazione internazionale vuol dire impegnare la società civile del proprio paese, oltre a quelle dei paesi con cui si collabora, diventa importante essere radicati sul territorio. Si può fare in diversi modi: piccole realtà che si ritrovano in una federazione, attraverso articolazioni territoriali di una stessa organizzazione. Ad esempio, Action Aid ha decine di gruppi locali sul territorio, in quanto il radicamento sul territorio è importantissimo, considerando anche il fatto che occorre uscire fuori dai contesti dei soliti noti: bisogna fare la battaglia della comunicazione con chi si occupa di tutt’altro. La cooperazione non è una cosa di chi ha una cultura internazionale, la cooperazione è interesse di tutti, e per questo è importante radicarsi sul territorio.
Powered by !JoomlaComment 4.0 beta1






