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2012-02-mar-apr
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I Rom mi hanno “graziato”

La vita

Agostino Rota Martir

“Camminavo nella foresta, e vidi un’ombra, ebbi paura, pensando che fosse una bestia feroce. L’ombra si avvicinò, e mi accorsi che era un uomo. Quando si fece ancora più vicina, mi accorsi che era un fratello”. (racconto Buddista-Tibetano)



Rileggere questi miei 10 anni di vita con i Rom non è certo facile e cosa immediata, ma è sicuro che si tratta di un bel tratto di strada che mi ha segnato un po’ la vita. Mi rendo conto di essere cambiato rispetto agli inizi di questo mio cammino, perché il luogo dove uno tiene i piedi riesce a forgiare anche il modo di pensare, modella anche la propria spiritualità, sensibilità. Mi sento un po’ cambiato e questo senza averlo voluto o cercato o programmato.

“Gran parte di questo merito è l’incontro con l’altro, perché il Rom (il suo mondo culturale) continua ad essere diverso da me, e questa diversità ha sempre bisogno di un avvicinarsi reciproco, di una frequentazione, di un superamento delle proprie idee e culture e dei propri schemi, di vedere nell’altro non un problema, non una minaccia, non qualcosa di inferiore, ma un bene, un completamento, una risorsa”. (don Federico Schiavon)
Sento di poter dire che in questi anni i Rom mi hanno... Graziato! La loro prima grazia è stata l’accoglienza, il farmi spazio nella loro vita, benché io non sono “dei loro”: mi sono trovato a diventare una minoranza dentro una diversità.
Certo non è sempre stato facile e poetico accettare questo stile, questa presenza strana agli occhi dei Rom stessi e per alcuni incomprensibile, mentre per tanti confratelli e amici spesse volte è vista più come un capriccio, un pallino o come una “scheggia impazzita”.
Non è stato facile anche da parte mia, come religioso, passare da una mentalità per cui sono importanti le grandi animazioni missionarie giovanili, l’organizzare incontri e ritiri, il non perdere tempo... a quella dell’essere semplicemente ospite che ascolta, che aspetta, che chiede con discrezione e che sa di dover dipendere da altri... più silenzioso che operatore.

In questi anni con i Rom ho potuto  vivere una “ vita senza porte né finestre”. Ben diversa era stata la mia esperienza precedente in alcune comunità saveriane sparse in Italia, lì avevo i miei spazi sicuri e tutto sommato ben difesi, anche i tempi erano ben programmati. Quando qualcuno veniva a trovarmi passava attraverso la portineria, dove un incaricato mi avvisava. Nel campo invece, tutto avviene senza preavviso, dalle roulotte o baracche si entra e si esce, ci si affaccia facilmente a piacere, spesso senza bussare… L’altro ti arriva dentro senza appuntamento, portando con sé la sua disarmante e provocante diversità e si trova a “casa sua” nel tuo spazio e nel tuo tempo, anzi li riappropria,  te li ribalta. L’altro arriva così per “niente”, vuole fare quattro chiacchiere con te, o a bere un caffè, a chiederti un favore, o a raccontarti un fatto o semplicemente per tenerti compagnia perché vedendomi solo a volte gli faccio un po’ pena. L’altro sono spesso anche i bambini con le loro immancabili curiosità e gli inevitabili dispetti…

“Missione è sedersi assieme alla gente, attendere, parlarci e saper ascoltare.
Missione è sedersi dove si siede la gente e lasciare che tutto cresca anche attraverso la pazienza dei tempi lunghi.” (p. Alex Zanotelli)

Più passa il mio tempo tra i Rom più mi convinco dell’importanza di indossare l’abito della debolezza, cioè riuscire a stare dentro una realtà a “mani vuote”, accettando anche di “lasciarmi fare” da loro e allontanando la tentazione di voler determinare tutto: tempi, risultati, programmi…
Il campo in questi anni è diventato come la mia comunità di riferimento, non una realtà esterna (ad extra), lontana, un fuori luogo a cui andare per fare qualcosa di utile per gli altri o per “evangelizzare”... perché quando gli “altri” diventano i tuoi amici le distanze si fanno vicine e impari a riconoscerli e ad essergli fedele. Essere fedeli, non perché gli altri, questi miei amici sono perfetti, o esemplari nei loro comportamenti, così simili ai nostri, o semplicemente perchè si spera che qualcuno di loro possa, prima o poi, cambiare in virtù del mio esempio, della mia testimonianza, del mio aiuto, della mia pazienza… Semplicemente cerco di essere fedele, innanzitutto perché ho fiducia nella pazienza di Dio, capace di dispensare il bello e il buono ovunque, anche là dove nessuno investirebbe un briciolo di un suo talento. (cfr. parabola del seminatore in Mc. 4,3 ss).

“Il Signore comandò a Mosè: fermati lì! Togliti i sandali, perché il luogo dove ti trovi è terra sacra.” (Es.3,5) Come può venire considerato sacro qualcosa che generalmente l’opinione pubblica giudica con disprezzo? La Chiesa che accompagna i Rom e Sinti (UNPReS, un settore della Migrantes) mi è di aiuto in questo cammino a saper leggere più in profondità non solo la vita di questo popolo, ma anche a rileggere lo stile di Dio nella storia dell’umanità. “Con ogni uomo (popolo, culture) viene al mondo qualcosa di nuovo che non è mai esistito, qualcosa di primo ed unico”. (M.Buber)
I Rom, come qualsiasi altro popolo, oltre che essere una originalità davanti a Dio (terra sacra), ha il diritto di essere diverso!

Mai come oggi  si parla tanto del valore della “diversità” (corsi formazione per insegnanti, operatori sociali, volontari di vario genere, mediatori culturali…),  ma è anche vero che oggi questa “diversità” è quanto mai minacciata, messa in dubbio, annacquata proprio attraverso quelle stesse politiche sociali che dovrebbero invece tutelarla e valorizzarla, è quello che avviene soprattutto con i Rom oggi. In questi ultimi anni i Rom vedono nascere tanti progetti per loro e su di loro: Associazioni, Cooperative, Volontariato “onlus no profit” (??), aumentano studi, ricerche e pubblicazioni sui Rom e sulla loro cultura… perché con tutte queste “attenzioni”, sostanzialmente la loro vita cambia di pochissimo e con risultati sostanzialmente limitati? Ci si limita e accontenta a dar risalto a quel Rom che “ce l’ha fatta” a diventare simile a noi, che ha smesso di fare lo “zingaro”, oppure si cerca di rendere gli “scartati” più buoni, appetibili o più presentabili, tutto questo attraverso la nostra opera sociale, caritativa, missionaria.

Ma sostanzialmente la quasi totalità dei Rom continua a rimanere ai margini e di pari passo aumenta la diffidenza, anzi più ci sono gli interventi a loro favore e più la società mostra la sua aggressività contro i Rom. Noi ci accorgiamo che quando si mette in moto la “macchina del sociale”, facilmente scattano quei meccanismi perversi che finiscono con lo stritolare la fragilità Rom: “Vedere come la macchina istituzionale che si occupa dei minori, considerati per definizione pubblica devianti, li schiacci, li trasformi in casi, in modo implacabile e tragico, in nome del loro bene.” (Gabriella Petti, Il male minore)

Sempre per il loro bene (sigh!): la loro privacy setacciata, le loro abitudini calpestate o per niente considerate, i loro già fragili equilibri spezzati e sempre per la loro integrazione vengono imposte nuove regole, stabilite sempre da altri e in base alle esigenze del momento che poi inevitabilmente cambieranno, salvo poi riprendere i Rom quando vengono meno ai “patti stabiliti”!! Tutto questo può avvenire anche con la sollecita collaborazione di associazioni di volontariato, soggetti sorti per tutelare le fragilità sociali, ma che invece per convenienza si trasformano troppo facilmente in esecutori dei poteri forti o ossequiosi al dogma della sicurezza, oppure semplicemente soggetti al timore di perdere il posto, o alla fetta del finanziamento... per non parlare del desiderio di una propria visibilità sociale. E’ di appena qualche giorno fa che una signora del campo mi raccontava che aveva lasciato l’appartamento in cui viveva perché l’Associazione che l’aveva “accolta” (molto attiva e famosa in Toscana... di sinistra!) esercitava un controllo esasperato sulla famiglia, al punto che di nascosto entrava anche nel loro appartamento per vedere e valutare meglio le loro condizioni...

Questa “aggressività del bene” oggi serpeggia e dilaga un po’ ovunque e con troppa tranquillità: non è forse più preoccupante dell’aggressività di un razzismo dichiarato e ostentato?
Qual è più pericoloso?
“Ci sono persone dove i loro documenti sono un problema, il loro abitare è un problema, la scuola dei loro figli è un problema, il loro lavoro è un problema, l’evangelizzazzione è un problema. Sono persone la cui vita si svolge fuori dalla normalità, sul filo dell’eccezione. Persone che anziché essere accompagnate a seguire il loro della loro realtà, vengono tenute fuori, imbrigliate in un progetto dove condurranno una vita parallela: progetti per portatori di handicap, per gli anziani, per i Rom. Basta nascere in un certo posto per essere un problema e le persone non sono più individui con un nome, con le loro speranze e le loro attese, ma appartenenti ad una categoria cui si dà una risposta preconfezionata, un tutto compreso. Considerare un gruppo un’eccezione, libera dall’obbligo di ascoltare i singoli individui, si offrono risposte precostituite che siccome vanno bene per tutti non vanno bene per nessuno. Significa rinunciare ad un accompagnamento personale” (Pinuccia Scaramuzzetti in  Servizio Migranti 2/2006).
“Ma allora cosa proponi - mi gridava un confratello durante un incontro pubblico - indicaci delle soluzioni percorribili, onde evitare di peggiorare la situazione. E’ facile solo criticare”.

Non possiedo soluzioni, ma sono abbastanza certo di una cosa: permettiamo che siano i Rom a scegliersi la loro strada, quella che ritengono utile per le loro famiglie e smettiamola di considerarli incapaci di vivere e affrontare il loro futuro. Ogni volta che  interveniamo, istituzionalmente o anche attraverso i progetti sponsorizzati dalle Associazioni, nella loro vita, senza conoscerli e senza conoscere la loro realtà, società e cultura compiamo atti di assimilazione prepotente e di non rispetto, attentiamo a una cultura.

Più che portare a loro le nostre soluzioni dovremmo essere capaci di accompagnare il loro cammino, senza fretta e ansia di voler cambiare, correggere, integrare nei nostri schemi. Penso che sia veramente importante saper accompagnare, più che portare qualcosa... perché solo così scopriremo che i Rom sono diversi da noi, ma normali!

In questi ultimi anni cerco di recuperare e valorizzare la categoria della “normalità”, perché spesso mi sento dire che la mia è una scelta “straordinaria”, stare dalla parte dei Rom, vivere nel margine viene letto come qualcosa di “non-normale”, qualcosa di speciale, eroico: vedo in questo il rischio di caricare di emarginazione gli zingari, ma anche i poveri o altre realtà difficili... tutto questo per mostrare il nostro eroismo o le nostre bravure, spesso la conseguenza è che noi ci facciamo “santi” o ci sentiamo indispensabili per la loro salvezza... peccato che sia sulla pelle altrui, e gli altri visti sempre e solo come un problema.

Se sto con loro, non è per farmi santo, ma perché i Rom possano stare in questa nostra società e Chiesa nella loro “normalità”, perché è proprio questa normalità che mi fa scoprire che “quell’ombra che si avvicina, non è quella di una bestia feroce, ma è di un fratello”. Ecco, il mio compito, la mia “opera missionaria” sta proprio nel riconoscere questo volto, così diverso dal mio, innanzitutto come invito a camminare insieme, a condividere la sua fragilità, a provarla, anzi a mettere insieme le “nostre fragilità”, a partire da qui senza retoriche e illusioni. Proprio perché ci scopriamo fragili, siamo chiamati a “maneggiare con cura” i vari momenti della vita che attraversiamo insieme... e da questa fragilità, marginalità imparare a guardare il mondo con fiducia e... compassione!
Dio costruisce partendo dagli scarti (cfr. la pietra scartata), mentre la nostra società quando costruisce (progetti, leggi, sicurezza…) lo fa scartando!
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