(24/04/2009) - Chi non riteneva che l’Unione europea potesse fare di peggio di quanto fatto con le recenti misure anti-immigrazione, dovrà ricredersi. Con le deportazioni in Kenya di decine di marinai somali sospettati di atti di pirateria, tramonta infatti ogni barlume di civiltà giuridica e si lasciano presagire chissà ancora quali altre barbarie. Ad aprire la strada alle detenzioni “provvisorie” in navi da guerra trasformate in carceri galleggianti ci avevano pensato gli Stati Uniti d’America.
Sempre gli Usa avevevano individuato la possibilità di deresponsabilizzarsi da istruttorie penali e processi, consegnando al Kenya i “pirati” catturati nel Golfo di Aden, affinché fossero le autorità locali ad emettere sentenze e far scontare condanne. Le deportazioni dell’US Navy hanno però cercato legittimazione in un accordo bilaterale con il governo del paese africano. L’Unione europea ha scelto invece la scorciatoia del carteggio segreto: secondo Bruxelles, per disfarsi dei prigionieri e farli marcire in presidi simili a gironi infernali, bastano un paio di missive dirette ad uno dei governi che eccelle per corruzione e violazione dei diritti umani. Il 6 marzo 2009, il rappresentante della Commissione europea scrive al governo di Nairobi: “Con riferimento alla mia lettera datata 14 novembre 2008 e alla Sua lettera datata 5 dicembre 2008, mi pregio di confermare l’intenzione dell’Ue di concludere con il governo del Kenya uno scambio di lettere allo scopo di definire condizioni e modalità del trasferimento delle persone sospettate di aver commesso atti di pirateria in alto mare, fermate dalla forza navale diretta dall’Unione europea (Eunavfor), e del loro trattamento dopo tale trasferimento”. Assicurando che saranno consegnati pure i “beni sequestrati” dalla flotta di guerra, Bruxelles chiede che il Kenya sottoponga i prigionieri “alle proprie autorità competenti ai fini delle indagini e dell’azione giudiziaria”. Le persone trasferite - si annuncia - “saranno trattate in modo umano e in conformità agli obblighi internazionali in materia di diritti umani, incluso il divieto della tortura o di qualsiasi altro trattamento o pena crudele, disumana o degradante e il divieto della detenzione arbitraria e in conformità al requisito del diritto a un processo equo”. Omesso il modo e chi lo potrà verificare, ma non importa, basta la fiducia tra le parti. Vengono poi elencate le “garanzie minime” a cui il deportato avrà diritto: l’essere informato “nel più breve tempo possibile e in una lingua ad esso comprensibile” (niente tempi certi dunque, né uso della lingua madre), della natura dell’accusa formulata; non essere trasferito in un paese terzo “senza un consenso scritto preliminare dell’Eunavfor”; la documentazione, “per quanto possibile”, della detenzione applicata, delle condizioni fisiche, dei trasferimenti effettuati, ecc. Il Kenya dovrà notificare al comando della flotta militare europea (che sarà l’unico ente che avrà accesso alle informazioni sui procedimenti), il luogo di detenzione dei prigionieri, il deterioramento della loro condizione fisica e - come si legge testualmente - “le indicazioni di presunto trattamento indebito”. Nel dubbio per la reale disponibilità delle autorità keniane ad autodenunciarsi per violazione dei diritti umani, i rappresentanti dell’Ue si riservano il diritto di accedere ai luoghi dove verranno imprigionati i “pirati”. Come e quando glielo consentiranno le autorità keniane, sarà poi tutto da vedere. Ma Bruxelles sembra voler eccedere in buona fede. Delibera infatti, in nome del partner africano, che “nessuna persona trasferita potrà essere condannata alla pena di morte”. Se è pur vero che il Kenya, da qualche tempo, non applica la pena capitale, essa non è mai stata formalmente abrogata e quando nell’agosto del 2007 fu presentata una mozione per l’abolizione, il Congresso la respinse a grande maggioranza. È stata poi tanta la fretta di fare entrare in vigore le disposizioni anti-pirati (il 6 marzo), che Ue e Nairobi hanno deciso di rinviare ad un futuro incerto la regolazione di eventuali “disposizioni di attuazione” dell’accordo postale. Elementi tutt’altro che secondari, relativi ad esempio all’“individuazione delle competenti autorità keniane a cui l’Eunavfor può trasferire le persone” o all’identificazione dei luoghi di detenzione. Memoria corta, anzi cortissima, quella dell’establishment politico del vecchio continente. Il capo che governa il paese a cui si affidano i propri prigionieri di guerra è stato eletto dopo una delle più cruente campagne elettorali della sua storia. Come ricorda un recentissimo rapporto di Amnesty International, la vigilia del voto del 27 dicembre 2007 e i mesi successivi all’ufficializzazione dei risultati, sono stati caratterizzati da inauditi episodi di violenza, con quasi 500 morti, proprietà bruciate e decine di migliaia di persone sfollate dalle città di Eldoret, Kericho e Kisumu. L’Unione europea ha seguito con insolita attenzione la campagna di terrore. Nel gennaio 2008, fu approvata una risoluzione presentata al parlamento di Strasburgo da Valdis Dombrovskis Colm Burke, Maria Martens, Filip Kaczmarek e Horst Posdorf. Nel condannare “la violenza politica e la conseguente crisi umanitaria” in Kenya, la mozione affermava che le elezioni presidenziali “non hanno rispettato le basilari norme internazionali e regionali per elezioni democratiche” e che la fase di scrutinio “mancava di credibilità”. Deplorando poi il comportamento omissivo delle autorità di governo, il parlamento chiedeva al presidente Mwai Kibaki di “acconsentire a una verifica indipendente del voto”, ed eventualmente indire nuove elezioni. Nulla di ciò è stato fatto. Le autorità di Nairobi hanno scelto di fare orecchie da mercante alle innumerevoli denunce per violazione dei diritti umani, presentate dalle maggiori organizzazioni internazionali. Amnesty International ricorda che nel paese africano sono purtroppo ricorrenti gli abusi della polizia, le limitazioni della libertà politica dei cittadini, la mancata accoglienza di profughi e sfollati (in buona parte somali), e la violenza verso le donne. “La polizia keniota è stata più volte accusata di violare i diritti umani dei cittadini, applicando la tortura e l’omicidio non giustificato”, scrive Amnesty. “La polizia è stata accusata di sparare ai sospetti criminali in situazioni in cui era possibile l’arresto. Su questi abusi non sono state aperte indagini e non sono state chieste spiegazioni ai responsabili del corpo della polizia”. Gran parte delle violenze sono avvenute durante le operazioni di repressione delle proteste post-elettorali, ma altre sono legate alla campagna militare lanciata nel giugno 2008 contro il movimento autonomo dei “Mungiki” (“moltitudine” in lingua kikuyu). Secondo fonti indipendenti, la polizia ha assassinato 73 presunti sostenitori dei Mungiki, mentre gli arresti sarebbero stati quasi 2.500. Altrettanto sanguinoso l’intervento delle forze militari e di polizia nei confronti del “Sabaot Land Defence Force (SLDF)”, un gruppo guerrigliero attivo nell’area del Mount Elgon. Le organizzazioni umanitarie internazionali e la Chiesa cattolica hanno denunciato numerosi casi di tortura e di uccisioni extragiudiziarie di prigionieri dell’SLDF. Arresti, detenzioni, maltrattamenti e trasferimenti forzati sono stati eseguiti “in assenza di accuse specifiche e accompagnati dalla violazione di diritti civili”, in applicazione delle leggi speciali concepite dal governo keniano per la cosiddetta “guerra al terrorismo”. Ancora Amnesty International ricorda che nel solo periodo compreso tra il gennaio e il febbraio 2007, almeno 85 detenuti sono stati trasferiti illegalmente “dalla Somalia e poi verso l’Etiopia, assieme ad altre persone detenute dalle truppe etiopi in Somalia”. Nel febbraio 2008, AI ha lanciato un’azione urgente per chiedere alle autorità locali di proteggere nove difensori dei diritti umani keniani (sei uomini e due donne), che avevano ricevuto minacce di morte. Un anno più tardi, esattamente il 5 marzo 2009, a Nairobi sono stati assassinati due di questi attivisti. Uno di essi era Oscar Kamau King’ara, fondatore e direttore esecutivo della Oscar Foundation, organizzazione per i diritti civili che aveva denunciato gli abusi della polizia nelle operazioni contro i Mungiki, incluse centinaia di esecuzioni extragiudiziali nella capitale e in altre località del Kenya. Alcune ore prima dell’omicidio, il portavoce del governo, Alfred Mutua, aveva accusato la Oscar Foundation di “ambigue connessioni finanziarie” con i Mungiki. L’Ong aveva pure accusato le forze dell’ordine dell’esecuzione extragiudiziale di 1.721 giovani e della scomparsa di altri 6.542. Sembra paradossale, ma i “cugini” della Nato hanno mostrato qualche scrupolo in più dell’Ue in tema di trattamento dei “pirati” catturati nelle acque del Corno d’Africa. Nel corso di un incontro con gli ambasciatori presso l’Alleanza Atlantica, il portavoce della struttura militare, il neo Segretario Generale, Anders Fogh Rasmussen si è lamentato per la carenza di norme certe in materia. “Non c’è una legislazione internazionale uniformemente applicabile e alcuni paesi proprio non hanno norme contro la pirateria”, ha dichiarato Rasmussen. “Ci si arrangia applicando la legislazione della nave sulla quale i pirati sono stati trovati, ma spesso questo non basta. Per affrontare questa vicenda sarebbe interessante valutare la proposta di un tribunale dell’Onu per giudicare questi crimini”. Sulle cause socio-economiche e le responsabilità internazionali che spingono centinaia di giovani africani a rischiare la vita nel tentativo di sequestro di una nave mercantile, il silenzio di Onu, Ue e Nato è invece unanime.
Lunedì 26 Luglio 2010 14:13
(10/02/2009) - Lo spettro del Comando per le operazioni Usa in Africa, Africom, si aggira nel sanguinoso teatro di guerra della Repubblica Democratica del Congo. Un lungo articolo apparso il 6 febbraio 2009 sul New York Times, ha rivelato che l’offensiva scatenata a metà dicembre nel Nord del paese dalle forze armate ugandesi contro i ribelli dell’Esercito di Resistenza del Signore (ERS), è stata pianificata e finanziata dal Comando Africom di Stoccarda (Germania). L’intervento contro le basi realizzate all’interno del parco nazionale di Garamba, sarebbe stato del tutto fallimentare: le milizie, uscite illese dai bombardamenti, si sarebbero poi vendicate contro la popolazione civile, massacrando più di 900 persone, in buona parte donne e bambini.
Stando al New York Times, la richiesta di appoggio al blitz contro le bande controllate da Joseph Kony, è stata fatta nell’autunno 2008 dal governo dell’Uganda all’ambasciata Usa di Kampala. Il mese successivo sarebbe giunta l’autorizzazione personale del presidente George W. Bush. Diciassette consiglieri e analisti militari sono stati così inviati in Uganda dal Comando di Africom “per lavorare a stretto contatto con gli ufficiali locali, fornendo un milione di dollari di rifornimenti, intelligence e riprese satellitari” sui luoghi in cui si nascondevano i miliziani dell’ERS. I consiglieri statunitensi avrebbero inoltre contribuito a pianificare le operazioni di bombardamento degli accampamenti in Congo, e il contemporaneo intervento via terra di oltre 6.000 militari delle forze armate di Uganda e Repubblica Democratica del Congo. Secondo quanto dichiarato al New York Times da un anonimo ufficiale Usa, il 13 dicembre, giorno prima dell’attacco, alcuni militari statunitensi si sarebbero trasferiti in un sito protetto al confine tra Uganda e Congo per un “meeting finale di coordinamento” con il comando delle forze armate ugandesi, “senza tuttavia partecipare direttamente alle operazioni di combattimento”. “Una densa nebbia ritardò l’attacco di alcune ore, e si perse l’effetto sorpresa”, ha aggiunto l’ufficiale. “Quando gli elicotteri ugandesi bombardarono il rifugio di Mr. Kony, questo era vuoto. Le forze terrestri penetrarono diverse miglia nella foresta, ma arrivarono parecchi giorni dopo e trovarono solo un paio di telefoni satellitari e alcuni fucili”. Il governo di Kampala ha tuttavia presentato l’offensiva di dicembre come un grande successo, attribuendosi la distruzione del centro di controllo e dei magazzini dell’ERS, la morte di parecchi ribelli e il riscatto di un centinaio di bambini soldato. Una versione che oggi si scopre del tutto falsa ma soprattutto omissiva delle gravissime negligenze delle truppe ugandesi e congolesi, che avrebbero così abbandonato la popolazione ad una feroce rappresaglia degli uomini di Joseph Kony. “I militari hanno fatto assai poco per proteggere i villaggi vicini”, hanno denunciato i rappresentanti di alcune organizzazioni non governative congolesi. “Le truppe hanno fallito nell’isolare le vie di fuga e non hanno inviato soldati in molte cittadine vicine dove i ribelli massacravano gli abitanti. Intanto i leader ribelli sono fuggiti mentre i loro combattenti, divisisi in piccoli gruppi, hanno continuato a saccheggiare villaggio dopo villaggio nel Nord-Est del Congo, facendo a pezzi, bruciando e bastonando a morte chiunque incontrassero”. Testimoni oculari raccontano che i miliziani hanno sequestrato centinaia di bambini. Nell’area compresa tra le città di Doruma, Tomati e Faradje sono stati denunciati casi di stupri su bambine di 10 anni d’età e l’incendio di centinaia di abitazioni. Stime ufficiali parlano di oltre 900 vittime. Mostrando un certo cinismo, gli ufficiali statunitensi intervistati dal New York Times, hanno ammesso che l’operazione militare è stata “poco pianificata e poveramente realizzata”. “Noi avevamo detto ai nostri partner di prendere in considerazione una serie di suggerimenti ed alternative – hanno aggiunto - ma le loro scelte erano le loro scelte. Alla fine, questa non era una nostra operazione”. Una dichiarazione di auto-assoluzione analoga a quella utilizzata dal Comando di Monuc, la missione delle Nazioni Unite in Congo, anch’essa incapace di difendere la popolazione dai massacri degli uomini al soldo di Joseph Kony. Solo che nel caso di Monuc, la condivisione dell’operazione non è stata rinnegata. Il 15 ottobre 2008, quando le forze terrestri dell’Uganda si stavano concentrando alla frontiera con il Congo, il capo della missione internazionale di paecekeeping, colonnello Jean-Paul Dietrich, aveva pubblicamente offerto il “supporto logistico” della missione Onu per “questa operazione di contenimento dei ribelli dell’ERS”. I militari Usa sono presenti in Uganda da più di un decennio, contribuendo all’addestramento, alla fornitura di armamenti e all’equipaggiamento pesante delle forze armate nazionali. Nel 1996, uno squadrone VP-16 dell’US Navy di stanza a Sigonella aveva dislocato a Kampala i suoi aerei di riconoscimento P3C-Orion per raccogliere e smistare informazioni al Tactical Support Center della base siciliana, relative ai “profughi e ai rifugiati presenti al confine con lo Zaire”, come al tempo si chiamava la Repubblica Democratica del Congo. Qualche anno più tardi fu inviato in Uganda anche un contingente della 35^ Brigata di Artiglieria Aerea Usa che operava presso la base di Suwon, Corea del Sud. Dopo l’11 settembre 2001, le forze armate ugandesi hanno partecipato a numerose esercitazioni “anti-terrorismo” nel Corno d’Africa e nella regione dei Grandi Laghi, sotto il comando della Combined Joint Task Force-Horn of Africa, la task force che gli Stati Uniti hanno attivato presso la base di Camp Lemonier, Gibuti. A partire dal gennaio 2007, alcuni reparti d’elite si sono insediati nella regione settentrionale dell’Uganda, operando congiuntamente con i militari locali contro l’Esercito di Resistenza del Signore. È stata accertata la presenza di uomini dell’US Army Corps of Engineers e dell’US Air Force di stanza a Ramstein, Germania e Aviano, Pordenone. Il 9 aprile 2008, il generale William “Kip” Ward, comandante in capo di Africom, giungeva all’aeroporto di Entebbe, una delle maggiori basi operative Usa in Africa, per una visita di tre giorni ai reparti militari dislocati in Uganda. Il 10 aprile, Ward si trasferiva nel distretto settentrionale di Gulu per incontrare il personale militare della Combined Joint Task Force-Horn of Africa in un accampamento utilizzato anche dal personale dell’Agenzia per lo Sviluppo statunitense Usaid. Il giorno successivo il comandante di Africom partecipava ad un incontro con 200 cadetti del college ugandese di Jinja. Tra gli istruttori di questo istituto di formazione alla guerra, alcuni ufficiali della task force che gli Usa hanno installato a Gibuti e i professori del Naval War College (NWC) di Newport, Rhode Island.
Lunedì 26 Luglio 2010 13:55
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(19/01/2009) - A conclusione di un meeting a porte chiuse nella sede delle Nazioni unite, a New York, 24 nazioni e 5 organizzazioni internazionali hanno dato vita al “Gruppo di Contatto sulla Pirateria” (CGP) per “coordinare e rafforzare l’impegno comune” contro i “pirati” nelle acque, nei cieli e all’interno del territorio della Somalia. A presiedere il nuovo organismo sono stati chiamati gli Stati Uniti d’America; ne fanno parte il Segretariato dell’Onu, l’International Maritime Organization, la Nato, l’Unione africana, l’Unione europea, l’esautorato governo di transizione nazionale della Somalia, Arabia Saudita, Australia, Cina, Corea del Sud, Danimarca, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Francia, Germania, Giappone, Gibuti, Gran Bretagna, Grecia, India, Kenya, Olanda, Oman, Russia, Spagna, Turchia, Yemen e… l’Italia, paese che per la missione antipirateria ha destinato 8,7 milioni di euro.
In una breve nota a firma del vicesegretario di Stato Usa per gli Affari Politico-Militari, Mark T. Kimmitt, vengono anticipate alcune delle finalità del composito Gruppo di Contatto per la Somalia: “Miglioramento del supporto operativo e d’intelligence per le azioni antipirateria; rafforzamento delle strutture giuridiche per l’arresto, l’incriminazione e la detenzione dei pirati; potenziamento delle capacita di auto-difesa delle navi commerciali; contrasto delle operazioni finanziarie illegali”. Obiettivi che lasciano intendere che sia pronto per il Corno d’Africa un intervento in larga scala in cui le azioni armate si alterneranno alle “extraordinay renditions”, le deportazioni illegali di prigionieri realizzate nei conflitti di Afghanistan ed Iraq. Il summit semiclandestino al palazzo di Vetro segue l’attivazione di una flotta aeronavale che centralizzerà gli interventi antipirateria nel Golfo di Aden, Mar Rosso e Oceano indiano (la “Combined Task Force 151 - CTF-151”). Si tratta di una forza multinazionale sotto il comando Usa, a cui hanno dato la propria adesione le marine militari di venti paesi, in buona parte gli stessi che compongono il contact group anti-pirati. L’area geografica è la stessa in cui Washington ha promesso al governo israeliano di estendere i pattugliamenti e le operazioni d’intelligence “per impedire i rifornimenti di armi ad Hamas, nella striscia di Gaza e Libano”. Le acque della Somalia sono attualmente presidiate da una cinquantina di navi da guerra dotate di sofisticati sistemi missilistici ed elicotteri, battenti bandiera dell’Unione europea, degli Stati Uniti d’America e di altre potenze nucleari come Cina, Iran e Russia. L’egemonia militare di Washington non è pero assolutamente in discussione. Secondo quanto annunciato a Nairobi dal generale William Kip Ward, a capo del Comando americano per le operazioni in Africa (Africom), “gli Stati Uniti sono pronti a fornire assistenza e addestramento agli eserciti africani nella lotta contro un crimine internazionale come la pirateria”. Contro gli attacchi alle navi mercantili e alle petroliere, il Pentagono ha pure assegnato diverse unità della US Coast Guard per il pattugliamento dei mari e l’addestramento delle marine di venti paesi della regione. Nonostante l’incomparabile potenza di fuoco schierata in Somalia, gli strateghi di guerra Usa hanno richiesto alle compagnie di navigazione commerciale e crocieristiche di collaborare direttamente, adottando “misure minime d’intelligence e prevenzione”, quali l’uso di “tecnologie non letali come sistemi di sorveglianza e allarme, sistemi anti-abbordaggio come cannoni ad acqua e fili elettrici, e apparecchiature acustiche che generano rumori dolorosi a lungo raggio”. Il Pentagono ritiene che le compagnie potrebbero risolvere molti dei loro problemi con i pirati, se assumessero guardie “leggermente” armate a difesa di merci e petrolio, esattamente come già fa da diverso tempo la “East India Company”. I suggerimenti sono stati apprezzati dalle maggiori compagnie statunitensi di sicurezza privata. Appena qualche giorno dopo l’insediamento a Stoccarda (Germania) del quartier generale di Africom (1 ottobre 2008), la famigerata “Blackwater Worldwide”, protagonista del massacro di 17 civili a Baghdad nel settembre del 2007, ha offerto uomini e mezzi per assistere le società di navigazione in transito nel Golfo di Aden. In particolare, la Blackwater ha acquistato una vecchia nave dalla “National Oceanographic and Atmospheric Administration”, la McArthur, che ha poi ristrutturato e armato con cannoni navali ed elicotteri lanciamissili. “Abbiamo contattato diversi proprietari di navi che sappiamo aver bisogno del nostro aiuto per proteggere i loro carichi e far sì che giungano felicemente a destinazione”, ha spiegato Bill Matthews, vicepresidente esecutivo di Blackwater Worldwide (il vicepresidente generale è tale Cofer Black, direttore del Centro Anti-Terrorismo della Cia nel settembre 2001). “La McArthur è un’unità navale multi-scopo progettata per sostenere in qualsiasi parte del mondo le operazioni militari, di rafforzamento della legalità e peacekeeping”, ha aggiunto Matthews. “Con un equipaggio di 55 uomini, bene addestrati e armati, la McArthur può essere perfettamente utilizzata per scortare le navi cargo private nel Golfo di Aden”. Per la lotta ai pirati, la Blackwater ha pure offerto piloti, sofisticate attrezzature tecnologiche, servizi di manutenzione, aerei da guerra e velivoli-spia senza pilota. Secondo la pagina web della corporation, è stato anche programmato l’acquisto di alcuni caccia “Super Tucano”, prodotti dall’impresa brasiliana “Embraer”. La Hollowpoint Protective Services, Mississippi, società emergente nel firmamento dei contractor Usa, punta a un ampio ventaglio di servizi, a partire dalle “analisi sui rischi e le potenzialità dei pirati”, l’“implementazione di piani per prevenire gli attacchi”, l’“addestramento del personale delle compagnie di navigazione”, la “protezione delle unità sin dalla loro partenza” e finanche la “conduzione di negoziati con i pirati per assicurare il rilascio delle navi e degli ostaggi sequestrati”. Alla crociata internazionale contro la pirateria chiedono di partecipare, ovviamente, altri due colossi della sicurezza privata made in Usa, la Halliburton Co., (di cui è azionista l’ex vicepresidente Richard Bruce “Dick” Cheney) e la DynCorp International. Le due corporation sono attive da alcuni anni nel caldissimo scenario geo-strategico del Corno d’Africa. La KBR Inc., società interamente controllata dalla Halliburton, è stata utilizzata dal Pentagono per la fornitura dei servizi di protezione delle basi utilizzate a Gibuti, Kenya ed Etiopia dalla U.S. Combined Joint Task Force-Horn of Africa (la forza di “pronto intervento” Usa di 2.000 uomini nel Corno d’Africa). Mercenari della DynCorp, hanno invece addestrato, equipaggiato e sostenuto logisticamente la fallimentare “missione di pace” dell’Unione africana in Somalia, realizzata con militari etiopi e ugandesi. L’amministrazione Bush ha versato alla società della Virginia più di 10 milioni di dollari per l’acquisto di tende, generatori e veicoli militari da destinare alla “peacekeeping force”, e la movimentazione dei mezzi e del personale africano. Il Pentagono ha sottoscritto con DynCorp un altro contratto per oltre 20 milioni di dollari per il supporto alle “operazioni di sorveglianza, addestramento e peacekeeping” di alcuni importanti partner regionali (principalmente Etiopia e Liberia). “Siamo una compagnia in grado di fornire rapidamente i nostri servizi in qualsiasi parte del continente, dalla logistica alle missioni di peacekeeping, all’addestramento specifico delle forze armate locali per migliorare le loro capacità d’intervento aereo e terrestre, al lavoro congiunto con l’organizzazione regionale per prevenire e risolvere i conflitti”, ha dichiarato il vicepresidente esecutivo di DynCorp, Anthony Zinni, già generale del corpo dei marines ed ex Comandante dell’US Central Command (Centcom), con sede a Tampa, Florida. Grande conoscitore della Somalia (l’ex militare è stato il direttore operativo della disastrosa “Restor Hope” del biennio 1992-93), Zinni è uno dei più convinti sostenitori di Africom, nonché grande amico del comandante per le operazioni militari nel continente, generale William “Kip” Ward. “Abbiamo la necessità d’ingaggiare le nazioni africane in un paritario campo di gioco”, ha esordito Anthony Zinni, intervenendo alla Conferenza sulle Infrastrutture Usa-Africa, che si è tenuta a Washington l’8 ottobre 2007. “L’Africa sta progressivamente crescendo in importanza a livello mondiale, sia in termini di sicurezza che in termini economici. La decisione di unificare in un unico comando gli interventi nel continente, risponde concretamente a questo trend. La decisione del Congresso di destinare ad Africom appena 250 milioni di dollari è però mero alimento per polli. È un grave elemento di frustrazione e danneggia pesantemente l’immagine del comando”. E disattende certamente le attese di guadagno dei mercanti di morte.
Lunedì 26 Luglio 2010 13:54
(15/01/2009) - Ci vuole fantasia a simulare un’operazione di guerra in Africa utilizzando uno scenario nel Nord-Est d’Italia, proprio adesso che ghiaccio e neve la fanno da padroni. Ma il Pentagono vuole completare prima possibile il dispositivo per intervenire “efficacemente” nel continente africano, così anche la base aerea di Aviano, Pordenone, va bene per un’esercitazione militare di pronto intervento. Il nome in codice è “Lion Focus 2009”, e prevede il dispiegamento e attivazione di un centro di comando e controllo per sovrintendere al pronto intervento in Africa di personale e mezzi delle forze terrestri statunitensi.
A quest’esercitazione, predisposta dal nuovo Comando per le operazioni Usa in Africa, Africom, partecipano circa 360 militari dell’aeronautica, dell’esercito, della marina e del corpo dei marines, impegnati nella pianificazione strategica e il coordinamento di unità presenti in località differenti d’Italia e Stati Uniti d’America. Il tutto è diretto dal Comando SETAF (Southern European Task Force) di Vicenza, da due mesi a questa parte rinominato “SETAF/US Army Africa”, per assumere la conduzione delle operazioni dell’Esercito Usa nel continente africano. La SETAF ha inviato ad Aviano un contingente di 40 specialisti nel settore delle telecomunicazioni, per montare un vero e proprio accampamento con shelter, centri di controllo e apparecchiature radio. Altra località utilizzata per l’esercitazione “Lion Focus 2009” è la base di Longare, sino a qualche anno fa un deposito di armi nucleari tattiche dell’US Army e dove, secondo gli attivisti no-war del Presidio Permanente di Vicenza, sarebbero stati avviati imponenti lavori sotterranei top secret. Lo scalo aereo di Aviano – una delle principali basi nucleari in Europa dell’US Air Force – entra dunque a far parte del “club” delle basi Usa in Italia destinate al comando e al supporto delle missioni Africom. Ad Aviano e Vicenza si aggiungono infatti la stazione aeronavale di Sigonella (Sicilia), vero e proprio hub per le operazioni di rifornimento e carico dei velivoli diretti verso il continente africano; la base di Camp Darby (Livorno), che assicurerà la movimentazione di uomini, mezzi e armamenti dell’US Army; e il complesso navale di Napoli-Capodichino-Gaeta, sede del Comando per le Forze Navali Usa in Europa e della VI Flotta, a cui sono state pure attribuite le funzioni di comando della neo costituita “US Naval Forces Africa”. Secondo indiscrezioni trapelate al Pentagono, la stessa città di Napoli è tra le candidate più accreditate ad ospitare entro un paio di anni il quartier generale di Africom, oggi a Stoccarda (Germania), per avvicinarlo il più possibile all’area geografica d’intervento. Le attività allo US Naval Forces Africa sono frenetiche, anche perché a fine gennaio sarà dato il via nelle acque occidentali del continente alla prima missione 2009 “APS” (Africa Partnership Station), l’iniziativa della marina militare statunitense finalizzata – secondo quanto si legge nei comunicati degli strateghi di Washington - all’“addestramento delle flotte navali africane nella lotta contro i problemi che interessano la regione, come il contrabbando di droga, la pirateria, le attività di pesca non regolari, l’immigrazione illegale e il traffico di persone”. Ma anche nel resto d’Europa si moltiplicano le installazioni riconvertite ai nuovi piani di penetrazione militare Usa in Africa. In Germania, oltre al Comando generale di Stoccarda, sono presenti lo scalo aereo di Ramstein, predisposto per ospitare le forze aeree di “AFAFRICA” (le stesse che è facile prevedere opereranno anche da Aviano), e Boeblingen, sede del comando delle forze del corpo dei marines per il continente africano (MARFORAF). Un ruolo chiave è stato ritagliato per il complesso aeronavale di Rota-Cadice, Spagna, altra possibile destinazione finale del quartier generale di Africom. A conferma di quelle che sono le reali intenzioni di Washington nel continente nero, all’inizio del nuovo anno, la base di Rota è stata prescelta come “area primaria” ove trasferire il personale militare “liberato dopo essere stato tenuto come prigioniero di guerra o come ostaggio nel corso di una missione in Africa”. Secondo quanto dichiarato dall’US Africa Command, “Rota è stata individuata come località di ricovero, trattamento medico-psicologico e riabilitazione per la prossimità della Spagna all’Africa, e inoltre perché lo scalo aereo dell’installazione e l’ospedale militare distano tra loro solo meno di un miglio”. Nella base aerea britannica di Molesworth è stato invece installato il centro d’intelligence d’eccellenza del Comando Usa per l’Africa. A questo fine, la scorsa settimana un reparto di 150 militari è stato trasferito da Stoccarda a Molesworth. Altri 150 dipendenti civili del Dipartimento della Difesa raggiungeranno la base britannica nei prossimi mesi. Secondo quanto preannunciato da Vince Crawley, portavoce di Africom, la nuova stazione d’intelligence “scambierà informazioni con il Nato Intelligence Fusion Center e l’US European Command’s Joint Analysis Center, ospitati entrambi a Molesworth”.
Lunedì 26 Luglio 2010 13:54
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