“Ho fissato a lungo quella scatoletta di tonno. Poi ho riso. Io e quel pesce avevamo qualcosa in comune. Per ragioni diverse, ma per lo stesso motivo: la sopravvivenza, tutti e due avevamo percorso miglia e miglia di mare ed eravamo finiti in una scatoletta. Lui dopo una sanguinosa mattanza, io per evitarla. Fuggire da un inferno per trovare un altro inferno. Chiusi in due scatolette. La sua in alluminio, la mia in cemento. Lui a tranci, io intero. Per il momento. I miei carnefici non sono stati altrettanto bravi nel preparare la camera della morte per la mattanza. La seconda volta vi porranno certamente più cura. I coltelli verranno affilati meglio. Coltelli per sventrare e per dissanguare. Come quelli che si usano nelle tonnare. Un coltello che penetra nel petto. Uno squarcio, due squarci, tre squarci. Un corpo che si svuota. Un rantolo. E poi il silenzio. Un altro petto. Altri squarci. Un altro corpo che si svuota. Un altro rantolo. Un altro silenzio.”
Mercoledì 29 Febbraio 2012 16:25
«Rustschuck, sul basso Danubio, dove sono venuto al mondo, era per un bambino una città meravigliosa, e quando dico che si trova in Bulgaria ne do un'immagine insufficiente, perché nella stessa Rustschuck vivevano persone di origine diversissima, in un solo giorno si potevano sentire sette o otto lingue. Oltre ai bulgari, che spesso venivano dalla campagna, c'erano molti turchi, che abitavano in un quartiere tutto per loro, che confinava col quartiere degli «spagnoli», dove stavamo noi. C'erano greci, albanesi, armeni, zingari. Dalla riva opposta del fiume venivano i rumeni [...] C'era anche qualche russo [...] Tutto ciò che ho provato e vissuto in seguito era sempre già accaduto a Rustschuck. Laggiù il resto del mondo si chiamava Europa e, quando qualcuno risaliva il Danubio fino a Vienna, si diceva che andava in Europa».
Mercoledì 29 Febbraio 2012 16:25