Jacqueline Ki-Zerbo
Nell’Africa patriarcale il ruolo delle donne è sempre stato subalterno a quello maschile. La globalizzazione e i processi di aggiustamento strutturale, rendendo più povere le famiglie, hanno messo in rilievo il ruolo delle donne nel garantire la sopravvivenza. Il futuro sta in un nuovo partenariato tra i sessi. Se in Europa saluto dicendo buongiorno, tutti mi rispondono allo stesso modo: “Buongiorno”. In Africa, in alcune comunità, gli uomini avrebbero risposto “Umbàa” e le donne avrebbero risposto “Unsèe”. Già nel modo in cui si risponde al saluto, c’è l’indicazione della costruzione sociale.
Per lo più patriarcali, le società tradizionali africane attribuiscono una preferenza chiara a ragazzi e uomini, perché sono coloro che possono perpetuare il cognome della famiglia e rappresentano il sostegno in caso di malattia e di vecchiaia. Le donne, invece, vengono date in matrimonio per costruire le famiglie altrui. Questa preferenza si esprime fin dal momento della nascita perché, quando una donna partorisce, il modo di trattare chi nasce è completamente diverso a seconda che sia maschio o femmina. L’educazione delle bambine è riservata soprattutto alle donne ed è confinata nella sfera di casa. Il lavoro domestico, sicuramente importante, non è pagato, non ha valore economico e questo spiega l’invisibilità delle donne. La divisione del lavoro nell’economia tradizionale e nel periodo della colonizzazione ha fatto sì che le donne diventassero il principale attore nel campo agricolo. Per questo oggi le donne nell’agricoltura di sussistenza sono fondamentali. Assicurano la semina, ma non fanno la raccolta.
Quando si arriva al momento della suddivisione dei prodotti del raccolto scompaiono, non contano più. Sulle loro spalle grava il lavoro più duro, ma senza parteciparne al risultato. Nelle cerimonie familiari di matrimonio, di battesimo o durante i funerali, donne e uomini hanno ruoli diversi e ben precisi. Se le donne non svolgono il loro ruolo, l’evento familiare o sociale non può avere luogo. Gli africani, uomini e donne, dovrebbero prendere in considerazione questi aspetti della realtà per cercare di raggiungere uno stato in cui uomini e donne abbiano la medesima dignità. In Africa certe forme di femminismo europeo non sono utili. Per le donne africane si tratta di mettere in piedi un partenariato egualitario tra sessi. La colonizzazione ha costruito scuole per uomini e pochissime scuole femminili.
La scarsa scolarizzazione ha condizionato lo status economico della donna africana che, priva di reddito, si è trovata a dipendere sempre più dal padre o dal marito. Quando, tra il 1960 e il 1990 c’è stata l’indipendenza, almeno teorica, di molti Stati africani, l’Africa ha continuato ad avere bisogno di interventi esterni da parte delle potenze ex coloniali e dell’Occidente in generale. Quegli interventi erano rivolti soprattutto agli uomini, anche perché riguardavano soprattutto l’aumento delle esportazioni, attraverso la trasformazione dell’agricoltura da attività legata alla sufficienza alimentare locale, ad attività rivolta all’esportazione. Alle donne veniva lasciata l’attività su piccola scala legata alla famiglia.
... Ben più dell’altra metà del cielo
Finite le illusioni sullo sviluppo, ci si è trovati di fronte alla pillola amara degli aggiustamenti strutturali che hanno costretto a passare alla ricerca di soluzioni per ridurre la povertà. A quel punto ci si è davvero dovuti occupare del problema dell’educazione e di quello della salute. Si è cominciato a capire il ruolo centrale delle donne e ci si è accorti che esse reggevano sulle loro spalle ben più della “metà del cielo”. Sono state loro, infatti, a garantire la sopravvivenza, la salute e l’educazione. Quando, in seguito ai programmi di aggiustamento strutturale e alle misure restrittive conseguenti, i capofamiglia si sono trovati senza lavoro, le donne hanno supplito gli uomini, garantendo col loro lavoro la sopravvivenza della famiglia. Un altro tema di enorme importanza è quello della globalizzazione. L’Africa vi è arrivata troppo presto, quando il continente non aveva ancora finito di costruirsi con forme istituzionali appropriate.Vista dalla parte delle donne, la globalizzazione tende a spogliarle di quei benefici che potevano trarre dall’agricoltura praticata.
Nel Burkina Faso, ad esempio, le donne si sono dedicate a produzioni di qualità, quali il burro di Karité e il riso fluviale. La globalizzazione le ha private di quel poco che riuscivano a guadagnare dalla commercializzazione di quei prodotti. Adesso, sono più povere di prima. Viviamo così un tragico paradosso. Da una parte sono aumentate le conferenze per la parità di accesso ai diritti, alla scuola e alla salute delle bambine e delle donne. Dall’altra assistiamo a pratiche di commercio e di mercato mondiale che riducono sempre più la scolarizzazione femminile. Quando non ci sono mezzi economici, infatti, se si deve scegliere se scolarizzare un maschio o una femmina, si sa quale sarà la scelta. Riconoscere il valore del lavoro delle donne significa mettere in luce il loro ruolo all’interno della comunità e della nazione, ammettere il contributo che danno non solo allo sviluppo sociale, ma anche alla ricostruzione della forza lavoro e alla produzione nazionale.
Di questi fattori si deve tenere conto quando si decidono le strategie e le microeconomie a livello locale. Ma alle donne deve essere riconosciuto un ruolo anche nella macroeconomia. A dispetto della lentezza dei cambiamenti di mentalità, non si deve essere pessimisti circa la possibilità di un partenariato fra uomini e donne fondato non solo sull’uguaglianza dei diritti, ma su quella dei fatti. La globalizzazione, se vissuta correttamente come una opportunità, permette di correggere le distorsioni esistenti nei rapporti sociali, che fino ad ora hanno colpito particolarmente le donne. Il futuro sta nel partenariato tra donne e uomini che, per essere umano, deve trovare la sua linfa nel passato, nelle radici.






