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Passi compiuti passi da fare

Odile Sankara

Se vuoi raccogliere in qualche mese, semina miglio. Se vuoi raccogliere tra dieci anni, semina un albero. Se vuoi raccogliere per sempre, istruisci una donna. Parlare della donna africana è sempre una cosa difficile. Difficile è non cadere negli stereotipi conosciuti, che la rendono vittima e colpevole. Risulta ancora più difficile quando si parla della donna africana, la quale porta i segni del contesto socio culturale ed economico, in quanto i pregiudizi nei suoi confronti sono tanto differenti che spesso è identificata con i mali stessi del continente.

In effetti, la donna in Africa porta in sé un conflitto che accomuna tutte le donne. Purtroppo, attraverso gli anni e attraverso le differenti società, la donna ha subito il destino dell’ineguaglianza. Questa condizione è legata alle idee sociali patriarcali e feudali e agli altri mali che colpiscono il continente africano, segni delle difficoltà del suo divenire: l’ignoranza, la povertà, le malattie, le guerre, la mancanza di infrastrutture, il matrimonio forzato, l’escissione… Numerose questioni restano da affrontare, come l’impiego, l’accesso all’educazione scolastica, la presa in considerazione, in alcuni strumenti giuridici come il codice di famiglia, dello status e del ruolo della donna. Il fatto che, nella vita di tutti i giorni, la donna in Africa rimane ai margini dei centri di decisione. A me sembra che questo discorso sia stato sovvertito. Non bisogna più guardare la donna africana, o il suo ruolo e il suo sforzo nella trasformazione del continente, con la lente di ingrandimento. Le differenti società tradizionali, come quelle moderne, hanno capito che la condizione femminile è il nodo di tutta la questione esistenziale dell’umanità. Gli uomini hanno cessato di vedere la donna come un semplice oggetto, prendendola in considerazione nei processi di sviluppo del continente. E la donna stessa ha operato una presa di coscienza notevole rispetto alle strutture economiche della società africana. La disastrosa situazione economica del continente ha determinato una presa di coscienza del ruolo che ognuno gioca: obbliga tutti ad essere attori della vita economica, se non altro per la propria sopravvivenza. Questo ha determinato nuovi rapporti sociali ed ha cambiato le relazioni di potere tra uomo e donna. Ad esempio, ai nostri giorni, nel villaggio, il capofamiglia non può più dare la figlia in matrimonio forzato, a meno che lo pseudo-pretendente non sia d’accordo. Lo stesso dicasi per l’escissione. Si parla di complementarietà positiva, intesa come collaborazione e non come esclusione, tipica del patriarcato assoluto.

Sul piano economico e sociale

Bisogna rendere visibile l’azione della donna. Il sapere e il lavoro liberano la donna da un buon numero di pregiudizi, da un sentimento di inferiorità. Le garantiscono un ruolo sociale più forte e una conoscenza del mondo più giusta e completa. La donna è più sensibile alla vita, non tanto perché dà la vita, ma perché è fortemente implicata, a volte da sola, nell’educazione dei bambini. Le donne hanno dato sufficienti prove delle loro capacità di portare avanti una famiglia e di educare i bambini. Al di là del ruolo di madre, di sposa o di semplice cittadina, che spesso assume in contesti ostili, occorre convenire che la sua presenza nei differenti settori di sviluppo, la rende una pedina non rimpiazzabile. Dopo gli anni ’80, c’è stato un boom associativo in Africa. Questo è sì avvenuto grazie all’azione delle Ong, ma è anche frutto dell’indignazione delle donne per le differenti forme d’organizzazione sociale che le allontanano dal potere decisionale, e per la mancata indipendenza economica. Nessuno oggi può ignorare che una parte dell’economia in Africa risiede nel settore non organizzato, tenuto in gran parte dalle donne. Una famiglia su tre vive del salario della donna. Le tontines, ad esempio, sono una forma di solidarietà tra donne che si traduce in un sistema di cassa comune, dove l’importo è versato a turno, alla fine di ogni mese, a una di loro che sta per intraprendere una qualsiasi attività. Le tontines hanno lo stesso funzionamento di una grande banca, ma con un accesso più facile al credito, dando luogo a prestiti per piccole imprese con piccoli budget: i microcrediti, appunto.

Sul piano politico, giuridico e culturale

In Africa c’è una forte presenza della donna in politica. Basti vedere l’avvento di Ellen Johnson al potere di un paese lacerato come la Liberia. Altro esempio in Ruanda, straziata da genocidi ripetuti, dove sono le donne che detengono il potere: sono donne il ministro della Giustizia, il presidente della Corte Suprema, il segretario esecutivo del Servizio Nazionale delle Giurisdizioni. Quest’ultima, la signora Domitille, alla domanda se le donne possono contribuire all’accelerazione del processo, perché sia fatta giustizia, risponde: certo! Oggi molte donne possono dare informazioni su quello che è avvenuto. Poi ci sono le vedove del genocidio, che costituiscono la maggior parte della popolazione e rappresentano le fondamenta della società ruandese. La donna è il cuore del paese, ed è ancora più vero in Ruanda dove non restano che donne. Molti testi giuridici, che parlano della condizione della donna, si sono evoluti. Possiamo citare l’esempio del Marocco, dove l’azione delle associazioni ha piegato la monarchia. Abbiamo anche l’esempio di due giuriste camerunesi. Hanno costituito un’associazione per liberare le altre donne musulmane, e non, dalla schiavitù di cui erano prigioniere. Hanno fatto un lavoro porta a porta, ascoltando tutte e convincendole a sporgere denuncia. È stata la prima volta in Africa. In Burkina Faso, la lotta dell’associazione di vedove e orfani di guerra ha fatto evolvere il codice della famiglia. Una donna divorziata, poco dopo il decesso dell’ex marito, può mettere in piedi la pratica e beneficiare dell’eredità. La donna poi, è la custode delle tradizioni e dei valori che sostengono la vita della comunità. Un chiaro esempio sono le sacerdotesse e le griot. Nel contesto moderno, pensiamo a Miriam Makéba, che con la sua voce ha contribuito a liberare il suo popolo dall’apartheid; ma è stata condannata a 30 anni di esilio. In Kenya, Wangari Maathai ha lottato contro la desertificazione, piantando degli alberi. Ha ricevuto il premio Nobel della pace. La donna è il nodo vitale che unisce tutti i membri della famiglia. Alcuni popoli non saranno liberati fino a quando la donna non sarà liberata: la sua liberazione è un’esigenza per il futuro.

La donna migliora il continente

La donna in Africa è nel cuore della vita. È la principale responsabile dell’educazione e della salute dei bambini, dell’ambiente e dell’alimentazione. Molte cose sono state fatte fino ad oggi, ma molte restano ancora da fare. Per questo, prima di tutto bisogna prendere coscienza. Occorre che le donne siano educate e scolarizzate al massimo: il sapere è potere. Bisogna poi che ci sia un sistema giuridico che dia tutti i diritti alla donna. Bisogna che gli uomini e le donne godano di eguali diritti sociali. La natura della donna, la sua moralità, la tenerezza, la dolcezza, l’amore per la famiglia, la scrupolosità, devono essere utilizzate per migliorare il continente e non usate contro di lei.

 

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