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Mi chiamo Fatima

Fatima Mohamed Lmeldeen

Sono nata nella zona di Adamant nella città di El Genina, (West Darfur - Sudan). Grazie al sostegno di mia madre, sono riuscita a completare il ciclo di scuola intermedio e quello superiore, conseguendo il Certificato Sudanese. Quando sono stata accettata all’università mio nonno mi ha allontanato, dicendo a mio padre che non capiva come potesse permettere che io, donna, viaggiassi per andare a Karthoum, lontano da casa circa 3 ore di volo, e studiassi insieme a degli uomini.

Questo è l’atteggiamento socioculturale e tradizionale della nostra comunità, nonostante nella mia famiglia ci siano alcune donne che hanno studiato. Come mia zia, insegnante alla scuola primaria. Mio padre, consapevole dell’importanza dello studio, mi ha sostenuto sia economicamente che psicologicamente, convincendo mio nonno che l’Università dove sarei andata (l’Omdurman Islamic University in Sudan) era per sole donne e che, se fossi riuscita a laurearmi, avrei potuto lavorare e guadagnare. Mi sono laureata in studi islamici. Dopo aver terminato gli studi, ho iniziato a lavorare al ministero delle finanze, nel dipartimento commercio e merci. Mi sono dovuta scontrare da subito con la predominanza maschile. In quanto donna, venivo relegata insieme alle mie colleghe ai compiti più umili. Ci inserirono in una lista secondo la quale saremmo state pagate meno degli uomini, pur svolgendo le loro stesse mansioni.

 

Parlando con le mie colleghe, cercai di convincerle che dovevamo ribellarci a questi abusi e che avremmo dovuto parlare con il direttore generale per far presente il problema. Sfortunatamente non seguirono i miei consigli, perché non erano consapevoli dei loro diritti e temevano di perdere il lavoro. Così alla fine del mese andarono a prendere i loro soldi e mi lasciarono da sola. Ma io non ho desistito. Ho scritto una lettera al direttore, facendogli presente che nel nostro primo incontro mi aveva assicurato che ciascuno avrebbe goduto dei propri diritti a seconda delle proprie esperienze. Dunque anche noi, come attiviste di genere che lavoravamo sull’empowerment economico delle donne. Non ricevetti risposta. Qualche tempo dopo, l’azienda per cui lavoravo ebbe una crisi finanziaria. Cercai di spiegare ai miei superiori che, se c’erano perdite nelle finanze, era una loro responsabilità dovuta ad una carenza di controlli.

 

A seguito delle mie rimostranze, avrei dovuto incontrare il ministro delle Finanze ma, prima di riuscire a parlare con lui, il mio superiore decise di spostarmi in un altro dipartimento. A quel punto, compresi che era giunto il momento di cambiare il mio percorso e iniziare a lavorare in modo diverso. Decisi di frequentare un master sulle tematiche di genere, per cercare di capire meglio e provare a contrastare le discriminazioni di cui io stessa ero stata oggetto. Il master in “Questioni di genere e sviluppo” presso l’Ahfad University per le Donne, mi ha reso più consapevole sui diritti delle donne. Per questo ho iniziato a lavorare duramente con la mia comunità come volontaria, al fine di aumentare la consapevolezza delle donne e mettere al centro della discussione sociale e politica la questione di genere.

 

Sono diventata membro dell’Unione Generale delle Donne Sudanesi nel West Darfur. Dopo qualche tempo, insieme alle mie colleghe siamo riuscite ad includere la nostra comunità in un programma della Croce Rosa spagnola, indirizzato alle donne povere del West Darfur. Grazie a ciò, abbiamo ottenuto il sostegno necessario per dar vita a una grande iniziativa locale, volta a capacitare le donne nella nostra zona. Attualmente lavoro allo SWAFOD, il Forum delle Associazioni delle Donne Sudanesi del Darfur, dove coordino le attività con le comunità locali.

 

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