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2012: auguri

Farsi gli auguri all’inizio di questo nuovo anno è difficile. Non sono infatti buone le prospettive con cui si apre questo 2012. Una crisi economico-finanziaria che rischia di mettere Kappaò le economie dei paesi ricchi per tradizione, soprattutto Stati Uniti ed Europa. Una situazione di allarme per l’economia italiana ad un passo dal fallimento per il carico dell’enorme debito pubblico e per l’incapacità a prendere qualsiasi decisione da parte dell’ex governo Berlusconi.

Un vuoto di credibilità da parte della politica governativa italiana, che ha reso difficili le relazioni con i partner europei. Una crisi di speranza che tocca soprattutto le generazioni più giovani alle quali è stata tolta la possibilità di immaginare e costruire il loro futuro. Le strade e le piazze europee e americane sono abitate da migliaia di “indignati” che urlano al mondo di non voler pagare i costi di una crisi voluta dagli speculatori finanziari. Un 1% che scarica i costi delle proprie speculazioni sul 99% della popolazione. Uno scenario che rende questo 2012 estremamente problematico. Tutto questo mentre assistiamo ad un declino inesorabile della politica, che rischia di essere commissariata dalle banche e dalla finanza.

 

Incapace di dare risposte adeguate ai tempi, la politica si allinea agli interessi della finanza, facendosi dettare l’agenda delle priorità e il contenuto delle decisioni. Intanto si sgretolano le certezze. La crisi delle ideologie rischia di portare via con sé anche gli ideali, i sogni, i progetti. Stiamo costruendo un mondo senza fondamenta. In balia degli eventi. Su sabbie mobili. L’espressione del sociologo Bauman risponde bene a questa nuova realtà: la nostra è una società liquida. Dove non ci sono punti fermi. Tutto cambia molto velocemente, troppo velocemente. Stiamo ancora imparando come affrontare una situazione ma, nel frattempo, la realtà è cambiata, la situazione è diversa e i nostri strumenti diventano subito inadeguati o, come si dice oggi, “obsoleti”.

 

Ne consegue una sorta di smarrimento e di estraneità. Il mondo sembra sfuggirci di mano guidato da poteri anonimi, irraggiungibili, insindacabili. Pare che a tutti resti come unica consegna quella di una sorta di obbedienza ad ordini e direttive che arrivano da “altrove”. Già il sociologo brasiliano Ruben Alves scriveva anni fa che, quando andiamo a cercare i responsabili, ci troviamo all’ultimo di fronte a scrivanie vuote. Sul fronte delle relazioni internazionali si registrano fatti contraddittori. La primavera nata a sud del mediterraneo sta registrando difficoltà forse inaspettate. Le elezioni tunisine hanno dato la vittoria al partito islamico. In Egitto le riforme segnano il passo, mentre la Libia, uscita da una guerra che ha fatto tante vittime innocenti, fatica a trovare la strada della democrazia. Intanto la domanda di cambiamento continua incessante.

 

Nonostante la repressione. Come in Siria, dove ogni giorno si contano le vittime. Continuiamo intanto ad avere paura gli uni degli altri. Abbiamo paura degli immigrati. Senza tener conto del fatto che senza di loro le nostre economie crollerebbero. Stiamo correndo il rischio di frammentare il mondo in tanti microterritori in concorrenza l’uno con l’altro. In una sorta di collettivo “si salvi chi può”. Non è un caso che si comincino a sentire voci sempre più insistenti che vogliono mettere in crisi la stessa Europa. Non, si badi bene, per creare una maggior integrazione politica, ma per ritornare ai localismi e ai particolarismi. In una sorta di rigurgito autarchico. Mentre i summit internazionali assomigliano sempre di più a passerelle prive di significato e incapaci di decisioni politiche. Dove sono finiti gli obiettivi del millennio? Cancellati. Insieme con il definitivo abbandono di ogni politica di cooperazione internazionale. È su tali difficili scenari che si apre questo 2012.

 

Con un forte bisogno di speranza soprattutto per i giovani che si vedono decurtare il futuro. Con una voglia enorme di dignità e di democrazia, con la richiesta di un cambiamento radicale di sistema, perché quello messo in atto dalla globalizzazione liberista appare sempre più ingiusto e disumano. Detto in una parola, il 2012 si apre con la domanda di un’organizzazione sociale ed economica che metta al centro di tutto la vita. Tout court. Senza aggettivi, senza giri di parole. Di qui la necessità di mettere al centro del cambiamento chi della vita fa il centro del proprio essere, della propria identità stessa. La donna. C’è bisogno, lasciatecelo dire così, di femminilizzare il mondo, di coniugare la politica al femminile.

 

Di reinventare la politica a partire dal genio delle donne. È questo il segno che arriva da Oslo, dove tre donne, due delle quali africane, sono state insignite del premio Nobel per la pace. Per premiare, come ha detto il presidente del comitato che ha assegnato il Nobel, non tanto delle persone, ma un processo, un fenomeno. Il fenomeno delle donne, soprattutto in Africa, che reggono pur in situazioni difficili e spesso drammatiche la speranza. Che sanno inventarsi tutto, fino all’impossibile, pur di far vincere in ogni senso la vita. Dalla famiglia, all’economia, alla politica. Forse è il tempo di cambiare l’agenda e le priorità di questo mondo. Proprio a partire dalla sapienza, troppo spesso messa fra parentesi, delle donne.

 

Di ridisegnare i termini della politica e dell’economia, partendo dall’arte della vita di cui le donne sono portatrici. È il tempo dell’essenzialità, delle risposte concrete, dell’estensione a tutti del diritto ai beni comuni. È il tempo di ri-umanizzare il mondo. Cominciando dall’essenziale, da ciò che conta davvero. Dalla vita. Cioè dalle donne.

 

AUGURI

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