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L’erba e gli elefanti

Venti di guerra in Costa d'Avorio

Enzo Barnabà *

La tela che fa da sfondo agli avvenimenti è costituita segnatamente da due fattori, quello religioso e quello etnico. Ouattara è musulmano e Gbagbo cristiano. Il credo religioso ha largamente pesato sul voto, ma appare improbabile che esso possa armare le braccia dei cittadini. L’ivoirité, invece, ha fatto largamente breccia nella testa di milioni di persone.

Nel momento in cui redigo queste riflessioni, tutti gli scenari sono possibili in Costa d’Avorio, non escluso quello, sciaguratissimo, della guerra civile. A rimetterci, in ogni caso, sarà stata la popolazione: “Quando si sfidano due elefanti – si dice in Africa – è l’erba che finisce per morire”.

La chiave degli sviluppi, in questa repubblica presidenziale, si trova nelle mani di Laurent Gbagbo, il capo dello Stato uscente, autoproclamatosi vincitore delle elezioni del dicembre scorso. Per immaginare quanto Gbagbo abbia deluso i progressisti amici dell’Africa bisogna pensare a cosa rappresentasse quest’uomo dieci anni fa, prima che andasse al potere. Com’è noto, il leader dell’indipendenza ivoriana (un’indipendenza - sia detto per inciso - più che voluta, concessa d’autorità dal generale de Gaulle), Félix Houphouët-Boigny impose un regime paternalista imperniato sul partito unico. Il vecchio “padre della patria”, piuttosto che la violenza praticata dal vicino collega Sékou Touré (e da non pochi altri capi di Stato africani), per tacitare l’opposizione preferiva servirsi dell’astuzia e della corruzione. Ci riuscì con tutti, ma non con Gbagbo che sin da giovane apparve come un tenace paladino del multipartitismo e della democrazia. All’epoca di Bédié, il successore di Houphouët, Gbagbo divenne il capo dell’opposizione e si distinse nella lotta contro l’ivoirité (l’ivorianità), la dottrina ipernazionalista che alimentò quella xenofobia che portò all’espulsione dal paese di centinaia di migliaia di immigrati dal Burkina Faso, alle cui atroci traversie poco ci si è interessati. L’ivoirité rimbalzò anche all’interno del paese creando cittadini di serie A e B, a prescindere dal passaporto posseduto: solo gli akan e gli altri popoli del Sud della Costa d’Avorio venivano considerati veri ivoriani. Gli altri erano dei tollerati e non potevano di certo concorrere alle cariche elettive, come nel caso di Alassane Ouattara, un ex primo ministro di Houphouët cui è stato proibito per anni di candidarsi alla carica di presidente della Repubblica. Quando finalmente ha potuto farlo è stato eletto, battendo con un largo margine proprio Laurent Gbagbo.

Una ferita alla democrazia

Il presidente uscente, però, non aveva preso in considerazione la possibilità di essere sconfitto. L’orgoglioso bété (i membri di questa etnia vengono abitualmente accusati dai vicini di possedere un ego ipertrofico) non aveva previsto un piano B. Si è aggrappato al potere come la patella allo scoglio, ha radunato i suoi (tra cui la maggioranza degli alti ufficiali dell’esercito), ha dato fiato alle trombe del vittimismo, si è fatto proclamare presidente e ha formato un governo in opposizione a quello del vincitore. Ha distrutto così in un sol colpo la propria immagine e ha inferto una ferita terribile alla democrazia; ivoriana e non solo. La tela che fa da sfondo agli avvenimenti è costituita segnatamente da due fattori, quello religioso e quello etnico. Ouattara è mussulmano e Gbagbo (benché poligamo) cristiano. Il credo religioso ha largamente pesato sul voto, ma – grazie all’atteggiamento responsabile dei vescovi e degli imam – appare improbabile che esso possa armare le braccia dei cittadini. L’ivoirité, invece, ha fatto largamente breccia nella testa di milioni di persone. Quando la comunità internazionale, che nella sua quasi totalità ha condannato il colpo di Stato, riuscirà ad allontanare l’usurpatore dal potere, la ferita resterà largamente aperta: il danno è stato fatto. I governi coloniali hanno ampiamente praticato la politica del divide et impera imponendo, da un lato, frontiere che ritagliavano le etnie e, dall’altro, creando Stati che mescolavano popoli di diverse tradizioni e culture. È accettabile che la nostalgia del passato precoloniale possa operare su questo terreno, ponendo inconfessati modelli di Stati che rifiutano la dimensione multietnica? Un’ultima osservazione. Laurent Gbagbo, che è stato l’unico capo di Stato francofono a non assistere alla sfilata parigina del 14 luglio scorso, sostiene che la decisione di restare al governo si inserisce nella sua “battaglia per la sovranità dell’Africa”. Non è difficile prevedere che quando egli dovrà lasciare il potere, la Françafrique troverà la strada spianata. E, con buona pace delle nobili intenzioni, il leader bété avrà segnato un altro autogol di tutto rispetto.

www.enzobarnaba.it

 

* Enzo Barnabà, autore di due libri ambientati in Costa d’Avorio: “Sortilegi” - assieme a Serge Latouche - Bollati Boringhieri 2008 e “Il Ventre del Pitone”, EMI 2010.

 

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lalo |2011-02-18 09:18:33
mi sembra, anche per brevità dell'articolo una disamina parziale e superficiale che non chiarisce cosa stanno vivendo gli ivoriani a cui la stampa da poco credito.
Per esempio la chiesa è schierata nettamente dalla parte di Gbabo e si è pronunciata in maniera vaga nascondendo la verità. Più che religiosa ed etnica la politica di gbabo è influenzata dal suo clan fatto soprattutto da guere e dalla sua etnia i bete che si trovano all'ovest della Costa d'Avorio. Anche lui ha fatto i suoi interessi e quelli della sua cerchia e con la scusa della guerra non ha fatto niente per migliorare il suo paese, anzi la situazione è peggiorata ed ora è drammatica. Noi operiamo a Blolequin tra i guere al confine con la liberia e conosciamo bene gli intrallazzi e gli intrallazzatori di questo governo. Da non sottovalutare poi il ruolo delle potenze occidentali e asiatiche nella situazione ivoriana. In particolare la francia è stata un disastro. Comunque il discorso è lungo e articolato e a pochi interessa il destino della Costa d'Avorio. Ringrazio il signor Enzo per la sensibilizzazione. un caro saluto lalo
Enzo Barnabà  - Sereno dibattito |2011-02-18 14:50:21
Caro Lalo,
ringrazio per il ringraziamento: la sensibilizzazione per quanto succede in Costa d'Avorio era il principale obiettivo del mio scritto. Naturalmente, a parte i problemi di spazio che ha giustamente sollevato, lei ha una sensibilità e un'esperienza diverse dalle mie ed avrebbe scritto l'articolo in modo altrettanto diverso. Non mi sembra tuttavia che lei contesti una sola delle mie affermazioni e ciò mi fa trovare improprio l'uso degli aggettivi “superficiale” e “parziale”. Onestamente, rileggendola, non mi sembra neppure che ci siano divergenze di fondo tra le mia analisi e la sua. Sarebbero, quindi benvenute sue testimonianze che arricchissero le nostre conoscenze. Solo due osservazioni. Sulle sofferenze del popolo ivoriano, mi pare che la metafora dell'erba calpestata dagli elefanti sia assai esplicita. Mi pare anche di capire che lei non mi trovi sufficientemente antigbagbista. Nel forum di africamica (lo conosce: http://it.groups.yahoo.com/group/africamica/ ?) gli akan e i loro amici mi accusano abitualmente del contrario. In un clima di guerra civile le opinioni sono "tranchées" e il confronto sereno non è facile da preticare. Cordialmente,
Enzo Barnabà

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