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Phnom Penh, la città che non sa

Le città del dialogo

Michele Zanzucchi

Il Mekong a Phnom Penh è una realtà che sa mantenere i segreti – e ne ha non pochi da serbare: occupazioni, cadaveri, naufragi. Il fiume si lascia guardare e ammalia con la sua calma olimpica, i suoi orizzonti senza fine, le sue imbarcazioni che paiono immobili, per via delle sue forme e dei suoi scafi piatti, come ad evitare il piattume del panorama, per non irritarlo.

Salgo per una visita d’uopo all’Fcc, Il Foreign Correspondents Club, celebrato dall’Oriana e dal Tiziano quando ancora non era un lounge bar, ma un ritrovo di cospiranti o quasi, un porto franco per corrispondenti di guerra in mal d’adrenalina. Il caldo, quest’oggi moderato, viene combattuto grazie all’esposizione del bar, che riesce a catturare ogni refolo di vento che arriva dal Mekong, dal Nord e dal Sud, dal Vietnam pure. Le ampie poltrone che guardano il cielo e gli sgabelli che guardano l’acqua invitano a scrivere, a tracciare segni di un qualche significato su qualsiasi superficie atta a conservare la memoria dell’uomo. Sarà l’inevitabile orizzontalità del paesaggio, la calma dello scorrere delle acque che invita a stendere la lettera della scrittura, quanto di più orizzontale esista al mondo. Sono appena sceso dal Wat Phrom trasformato in un festival di colori inusitati dal tramonto stucchevole di rosso e dalle luminarie digitali e pacchiane che la fede locale ha posto a corona dei tanti Buddha del tempio.

 

Le scimmiette si mescolavano ai mutilati della guerra civile e delle mine così come ai mocciosi sporchi e furbi, nel contendersi monetine e noccioline. Ho attraversato un mercatino di pesce puzzolente e di frutta deliziosa di profumi esotici. Ho pure evitato l’impatto fatale con centinaia di motorette scoppiettanti e puzzolenti, serbando una certa incolumità per la serata. Ho scrutato dentro mille negozietti per trovare qualcosa di carino, invano. Mi siedo, mi volto verso il fiume, presenza dolce e terribile – mi hanno appena detto che nella guerra civile ha trasportato centinaia di migliaia di cadaveri verso l’infinita tomba d’acqua, quasi per un ritorno auspicato nel misericordioso liquido amniotico – e vedo avanzare un possente ma bonario pachiderma, un elefante. Mi dico allora che ho tra le mani la chiave per capire almeno un po’ – lasciatemi questo tentativo – Phnom Penh: è la città che non sa. Gli abitanti della capitale non sanno che il loro popolo ha rischiato l’estinzione per via del genocidio, che ha spazzato via la metà della popolazione cambogiana. M’avvicino al memoriale del genocidio, una slanciata pagoda bianca gialla e verde. E, all’interno, una “colonna oscena”, non infame, di teschi. Venti metri in altezza.

 

Per avvicinarsi alle vetrine che limitano la colonna tocca passare per strettissimi pertugi attorno alla colonna, quasi costretti a sfregare il proprio corpo di carne contro l’immondo precipitato di teschi umani. Mi sottopongo al rito, con gli occhi fissi su quei teschi. Ogni famiglia ha conosciuto lutti e disperazioni, ma pensa che sia stato un accidente della storia, o un incidente della cronaca. Forse così riescono ancora a vivere assieme senza ammazzarsi. La gente non sa, inoltre, che i suoi attuali governanti sono assai poco raccomandabili; anzi, in fondo la dittatura non se n’è mai andata dai tempi dei khmer rossi. Non lo sa, la gente, e così può continuare ad avere un suo simbolo, il monarca, che possa tenere assieme la patria. Coloro che vivono a Phnom Penh non sanno quanto gravi siano i pericoli per la salute pubblica portati dagli stranieri, provocati dall’incuria e dal degrado, in agguato per via della cattiva alimentazione. Così non si preoccupano delle loro vite che si chiudono troppo presto rispetto agli standard dei paesi cosiddetti sviluppati.

 

E che dire dell’economia? Mentre gli altri paesi asiatici limitrofi conoscono crescite consistenti del Pil, la Cambogia sembra ignorare lo sviluppo, e così la gente può accontentarsi del poco che riesce a raccattare. C’è un altro aspetto che gli abitanti di Phnom Penh ignorano: che cioè le bellezze muliebri del loro popolo sono uniche. Se lo sapessero, non tollererebbero che tanti maschi europei insidiassero le loro ragazze per sfruttarle una sera, talvolta per portarle all’altare, ma è raro che poi lo facciano. E poi non sanno che per vivere bene bisogna anche lavorare sul serio, con energia e con metodo. Niente sembra più refrattario alla gente di Phnom Penh che l’idea che lavorare sia una fatica. Così possono continuare a sorridere al mercato, dietro un mucchio di seppie secche che puzzano in modo indegno, o continuare a condurre i tuk tuk in un inquinamento che fa spavento, che buca i polmoni. Ma la gente di Phnom Penh una cosa la sa, almeno una: che nella vita quel che conta è giocare, è non prendersela, è vedere sempre il lato positivo della realtà. Così la vita che è loro data da vivere conserva una sua dignità. Giocosa. È così che la via del rapporto con l’altro, con chiunque, sia esso straniero e indigeno, del proprio partito o di quello avverso, è l’unica percorribile: il dialogo degli abitanti di Phnom Penh è l’aspetto più “cosciente” della propria vita. E di questo mi sembra proprio che vadano elogiati.

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