A tu per tu Remo Marcone
Eugenio Melandri
Gli è rimasto ficcato dentro il ricordo di quando, da piccolo, ha visto suo padre e suo fratello partire dal porto di Napoli per “andare a cercare fortuna” altrove. Nato a Roma da una famiglia di immigrati dell’Abruzzo, di sé dice che fin da piccolo a casa ha respirato i problemi legati all’emigrazione e al nomadismo. Cresciuto in un quartiere popolare, educato ai valori del lavoro e della giustizia. Nello sfondo l’oratorio per giocare a pallone e, soprattutto, l’impatto con chi in quegli anni a Roma viveva nella baraccopoli. Forse è per questo che, dopo tanti anni e una vita di insegnamento prima nei paesi attorno a Roma, poi alla periferia della Capitale, sta ancora in prima linea per difendere i “ragazzi di strada” che non sono solo in Guatemala dove l’Associazione “Amistrada”, fondata da Gerardo Lutte e di cui fa parte è da anni impegnata, ma anche qui. Anche se tanti di noi non se ne accorgono.
Remo, cominciamo da quegli anni. Dalle baracche della periferia romana.
Sono nato a Roma. La mia famiglia era arrivata a Roma da un paese dell’Abruzzo i cui emigranti si sono sparsi per il mondo, facendo soprattutto il mestiere di cuochi. Anche mio padre era cuoco. Ho vissuto in un quartiere popolare. Sono della generazione che aveva vent’anni nel 1968. Ho vissuto quel periodo con i compagni di scuola, con i quali facevamo il classico giornaletto del liceo. Lì cercavamo di raccontare noi stessi e ciò che viveva intorno a noi. Dietro ai palazzoni della periferia in cui vivevamo c’era ciò che oggi corrisponde ai campi nomadi. Allora a Roma c’erano 100 mila o 200 mila persone che vivevano nelle baracche. Erano gli zingari di oggi: immigrati calabresi, abruzzesi, dei paesi interni del Lazio o siciliani. Quelli che venivano a costruire la Roma dei palazzinari. È stato proprio il ‘68 che ci ha fatto entrare nel mondo. Ci ha dato protagonismo facendoci passare dalla periferia al centro del mondo. La prima manifestazione che ho fatto è stata contro la guerra del Vietnam.
Poi hai fatto l’insegnante.
Ho fatto il Liceo “Giulio Cesare”, uno dei licei tradizionali di Roma, dove cominciavano le prime lotte per cambiare la scuola. Mi sono trovato, di fatto, a fare l’insegnante quando ero giovanissimo perché con un gruppo di altri amici del liceo, ma che si erano allontanati all’oratorio, andammo nella zona delle baraccopoli che c’erano dietro casa e facevamo scuola. Era l’ultimo anno di liceo. Erano gli anni in cui usciva quel famoso libretto “Lettera a una professoressa” che noi sentimmo come nostro. Già cominciavo a fare l’insegnante senza avere nessun titolo. Come insegnante sono nato così. Avevo anche altre idee. Ma, poi, una volta laureato, ho scelto questo lavoro.
Cosa ha significato per te fare scuola in una baraccopoli?
È stato un bagno nella realtà. Non solo per me, anche per tanti altri che avevano una provenienza diversa dalla mia. Per me, che venivo da quella famiglia, con l’esperienza dell’emigrazione dall’Abruzzo, con mio padre e mio fratello che avevano dovuto emigrare all’estero è stato come incontrare la mia gente, certo più sfortunata, essere dentro la mia storia. È stato scontrarsi con i problemi spiccioli della vita. Quando oggi incontro i ragazzi, racconto queste cose. Perché altrimenti perdiamo la memoria di ciò che siamo stati. Perché oggi questa storia si ripete, nelle condizioni di vita degli zingari o degli immigrati in generale. Quando vado in giro e incontro i giovani di oggi, parlo di queste cose perché se ne è persa memoria. I calabresi di allora, gli immigrati di allora, quelli che venivano dal sud sono gli zingari e gli emarginati di oggi. Questo ce lo dimentichiamo. I partiti o gli intellettuali nel loro complesso, il mondo dei media hanno cancellato questa storia. Invece fa parte di noi. Noi stavamo nella borgata Prato Rotondo, nella zona di Val Melaina. I bambini e le bambine, anche quelli più grandi, che vivevano nelle baracche avevano vergogna a dire che abitavano lì, perché era ritenuto come una sorta di marchio infamante. Non eravamo certo gli unici, perché in quel tempo nacquero tante iniziative analoghe, sia in altri quartieri di Roma che in altre città. Ad esempio, per noi fu molto importante l’incontro la “scuola 725” di don Renato Sardelli. Cominciarono a crearsi dei collegamenti fra tutte le esperienze delle borgate. Era una rete di scuole popolari: i doposcuola, le scuole per gli adulti, i giornalini fatti dai ragazzi, il lavoro sulla salute. Da una cosa ne nasceva un’altra, in un contesto di partecipazione. Piccole esperienze che poi si ingrandivano. Si arrivava così a fare il comitato di borgata, dove si discuteva di tutto. Nacquero le lotte per la casa, per cui si fece un coordinamento cittadino. Per noi giovani di allora è stata una palestra, una scuola di vita e di partecipazione. Penso che gran parte della mia formazione venga di lì.
Poi ti sei laureato e hai cominciato a fare l’insegnante.
Con questa esperienza,sono stato poi catapultato nella scuola statale. È stata un’esperienza che mi ha marchiato. Forse è brutto dire “marchiato”, ma mi pare sia una parola che indica bene ciò che mi sono portato appresso. Ricordo il giorno della laurea. Sono andato in facoltà per la classica discussione. C’erano tanti altri. Ragazze con la pelliccia – eravamo in dicembre - le famiglie che aspettavano, i fotografi, gli amici. Io era andato da solo, ma ho avuto una sorpresa incredibile: ad un certo punto si aprì la porta ed entrò un gruppo di ragazzini del borghetto Prenestino, con i quali avevo fatto un po’ di doposcuola. Mi sono laureato con questi ragazzini che stavano lì nella sala e sono stato festeggiato da loro. Il mio voto di laurea me l’hanno dato anche loro. Questo è stato il marchio che mi si è attaccato addosso e che mi ha condizionato negli anni di insegnamento. Ho cominciato a fare l’insegnante pendolare nelle province del Lazio. Ho viaggiato per tanti anni, cominciando, nel mio piccolo, a cercare di fare una scuola diversa. Ho incontrato da subito ragazzi che vivevano forme di deprivazione culturale e il mio metodo didattico, il mio insegnamento ha dovuto fare i conti con questo. Portandomi inevitabilmente anche a momenti critici con istituzioni, presidi, provveditori.
Qualche episodio?
In un paese mi è capitato di insegnare dentro una sezione staccata, sempre scuola pubblica, che si trovava in un collegio tenuto da religiosi per bambini poveri, dove venivano figli di carcerati o di prostitute, o ragazzi provenienti dai paesi della montagna dell’Italia centrale, dove era difficile andare a scuola. In quella scuola ho incontrato ragazzi che avevano parenti che io avevo conosciuto nelle borgate di Roma. Ho deciso allora di leggere in classe alcune pagine di “Non tacere”, il libro che avevano fatto alla scuola 725 di don Renato. Ad alcuni non piacque questa cosa e, siccome avevo già rotto le scatole al preside, quindi ero tenuto un po’ sott’occhio e non ero ancora di ruolo, aspettavano il momento per farmela pagare in qualche modo. Anche perché avevo denunciato, insieme ad altri insegnanti, dei maltrattamenti che alcuni bambini avevano raccontato di aver subito nei loro temi. Il provveditore fece un’indagine non sui maltrattamenti, ma su di noi, che li avevamo denunciati. Un periodo così, ma pieno di attese e di speranze, perché nella scuola italiana stava succedendo qualcosa di molto bello: il libro “Lettera a una professoressa”, le scuole popolari che andavano nascendo un po’ in tutta l’Italia - ricordo l’Isolotto a Firenze. Fu organizzato anche un coordinamento italiano al quale noi partecipavamo. Nelle città del nord, nei quartieri operai, si faceva sentire forte la richiesta del tempo pieno. Un vero e proprio movimento che portò a riforme molto importanti. A mio avviso, quello è stato il periodo più bello della scuola italiana, con esperienze d’avanguardia come quella di Mario Lodi o, in America latina, di Paulo Freire. Oggi, a pensarci, con ciò che sta avvenendo nella scuola, mi viene tristezza.
E i ragazzi? Che tipo di reazione avevano di fronte a queste “novità”?
C’era un grande affetto. Una grande partecipazione. Tieni presente che questa zona del Lazio dove io insegnavo sembrava essersi fermata al Medioevo. Era un mondo molto chiuso. Io ero visto come un professorino giovane che veniva da Roma e che portava una ventata di novità. C’era da parte loro il bisogno di parlare di tutto, di raccontare la loro vita. Un rapporto molto stretto, anche se continuavano le rigidità istituzionali. Dentro ad una scuola che, però, stava cambiando.
Ci racconti qualche episodio che ritieni particolarmente significativo?
Ne voglio ricordare due in particolare. Eravamo in una scuola di periferia, oltre il raccordo anulare. Una scuola piazzata in mezzo alla campagna, dove nascevano queste borgate abusive o semi-abusive. Cominciava in quegli anni l’inserimento dei bambini portatori di handicap e nella mia classe soprattutto questa cosa funzionava abbastanza bene. Ricordo che c’era un bambino non vedente, piccolissimo. I genitori vivevano questa situazione con molta ansia e dolore. Ci capitò, in quel periodo, di fare una specie di campo scuola in Sardegna. Si trattava di andare in Sardegna, non come si fa oggi con l’aereo ma prendendo la nave, e i genitori di questo ragazzo non volevano mandarlo, perché era piccolo, perché era la prima volta che si muoveva da casa. Furono i suoi compagni di classe a prendersi a cuore il problema e a rassicurare i genitori che proprio loro avrebbero seguito questo bambino. Fu una cosa bella. L’ansia e la preoccupazione dei genitori furono affrontate insieme alla classe. Questo bambino ha potuto fare il primo viaggio da solo lontano dalla famiglia, seguito in tutto e per tutto dai suoi compagni di classe. È successo anche altre volte con bambini portatori di handicap. Il secondo episodio si riferisce ad un bambino non Rom, ma Shinti, zingari italiani che vivevano in una zona isolata, una specie di clan familiare. Il bambino aveva una frequenza scolastica molto saltuaria. Non stava nella mia classe, ma da dentro l’aula, sentivo spesso nel corridoio il preside che gli diceva: “Ma tu che ci vieni a fare a scuola?”. Diciamo che era solo poco interessato, era nomade. Attraverso le attività che facevamo anche con gli altri insegnanti, trovammo una specie di accordo, per cui quando si stancava di stare nella sua classe poteva venire nella mia dove facevamo qualche attività di animazione teatrale. Organizzammo il carnevale e avvenne una cosa straordinaria. Lui non aveva la tradizione di mascherarsi. Mentre stava per partire il corteo carnevalesco, mi sentii chiamare dai ragazzi: “Professore, professore, venga a vedere”. Vedemmo arrivare Guerrino, così si chiamava, che cavalcava un cavallo che si era fatto prestare dallo zio.
Poi dai paesi della provincia sei arrivato alla periferia di Roma.
Non ho insegnato nelle zone particolarmente calde come San Basilio o il Laurentino, le conoscevo solo dai racconti di altri. Avendo scelto di lavorare sempre nel tempo pieno, avevo classi assolutamente miste dove c’era il bambino che veniva da una famiglia piccolo borghese e, nello stesso tempo, i bambini stranieri, i Rom e gli handicappati. Poi c’erano gli operatori del servizio materno infantile che ogni tanto mi chiedevano se potevano mandarmi in classe bambini che erano passati per il carcere minorile o con altre difficoltà. Quando su 10 insegnanti di scuola media ce ne erano almeno 4 o 5 con cui era possibile lavorare e collaborare, il lavoro funzionava. Ma se non c’era nel consiglio di classe una certa unità di intenti il lavoro diventava problematico, perché di situazioni difficili ce ne erano tante.
È qui che incontri Gerardo Lutte.
Sì, un’amicizia che dura da 40 anni. Don Gerardo Lutte era professore all’Ateneo Salesiano (in zona Prati fiscali). Poco distante dall’Ateneo c’era una baraccopoli. Gerardo era belga e ci incrociammo là. Lui viveva direttamente questo impegno dall’interno della chiesa, proprio mentre io mi stavo staccando dall’esperienza della chiesa. Ero sempre più critico verso la gerarchia e il Vaticano. Avevo iniziato un percorso verso la laicità e una spiritualità mia. Gerardo era un prete, diceva messa, amministrava sacramenti nella baraccopoli.Ma successe a lui, come ad altri preti, di pagare duramente questa scelta per i baraccati. Andò lui stesso a vivere là in una baracca e, di fatto, fu cacciato dai salesiani. Entrò in contrasto diretto con la chiesa perché denunciò le mani in pasta che aveva la chiesa sui mali di Roma. I salesiani, ad esempio, erano grandi amici dei proprietari terrieri. Quando si facevano le inchieste sui “palazzinari” venivano fuori le vicinanze con uomini di chiesa. Lì Gerardo era impegnato moltissimo nella lotta per la casa. Un lotta che fu vincente. A Prato Rotondo e all’Acquedotto Felice le baraccopoli sparirono. C’era grande fermento. Si erano fatte numerose occupazioni. Quando si arrivò all’assegnazione delle case, gran parte degli abitanti della baraccopoli di Prato Rotondo si trasferì alla Magliana, dove iniziarono da subito le lotte perché il quartiere era nato come una sorta di quartiere fuorilegge, costruito sotto gli argini del Tevere. Ogni volta che pioveva c’erano allagamenti. Il quartiere era pieno di zanzare. Ancora oggi, anche quando fa freddo, la casa di Gerardo è piena di zanzare. In certi stabili si sente la puzza di muffa. Gerardo si trasferì alla Magliana insieme agli abitanti della baraccopoli di Prato Rotondo. Qui i problemi erano diversi: i servizi, il verde, la scuola. Gerardo ha proseguito lì il suo lavoro col comitato di quartiere che nel frattempo si era creato. È nato il Centro di cultura popolare e tante altre iniziative. Siamo sempre rimasti in contatto anche se io vivevo altrove. Abbiamo poi ripreso a frequentarci assiduamente quando lui ha iniziato una ricerca come professore di Psicologia dello sviluppo a “La Sapienza”. Faceva ricerche su giovani e adolescenti di tutto il mondo. Di qui l’incontro con l’America latina, soprattutto dopo la rivoluzione sandinista in Nicaragua, una rivoluzione fatta soprattutto da giovani. Fu creata “Unicaragua”, un progetto in cui l’università di Roma, insieme a sostenitori e amici, finanziava borse di studio per permettere ai giovani che avevano partecipato alla rivoluzione, di intraprendere o riprendere gli studi. In vista della formazione di una classe dirigente nuova in quel paese molto povero. Successivamente passò in Guatemala, negli anni più terribili di una spaventosa guerra civile. Ne uscì un libro in cui raccontò il fenomeno dei ragazzi e delle ragazze di strada, una realtà creata da quella tragedia, fatta di dittatura e di stermini. Questa scoperta ci colpì particolarmente e ci spinse a domandarci cosa fare per affrontare questa situazione. Io, avendo sempre fatto l’insegnante di scuola media, ho sempre continuato ad interessarmi di bambini e adolescenti dentro e fuori la scuola, nei quartieri, nelle associazioni che facevano educazione sulla strada, ne fui particolarmente segnato. Abbiamo così costituito un’associazione di appoggio spontaneo al Movimento dei giovani di strada guatemaltechi. Nel 2001, si è costituita ufficialmente Amistrada come Onlus.
Un passaggio dall’interno all’esterno del paese. Come è stato vissuto dalla gente del quartiere?
Ti dicevo che la mia prima manifestazione è stata quella contro la guerra nel Vietnam. L’internazionalismo (ma sì, diciamola questa parola!) è una cosa che in qualche modo mi ha segnato fin da allora. Nel ‘68, poi, si respirava l’aria di essere cittadini del mondo. Se ci pensiamo bene, l’Italia era un paese provinciale, anche se noi eravamo a Roma dove c’è la Fao, il Vaticano e tante istituzioni internazionali. Poi io mi portavo sempre addosso il marchio familiare dell’emigrazione. Qualche problema con la gente del quartiere c’è stato. L’Italia stava cambiando. Gli anni ‘80 hanno cambiato un po’ il carattere di questo paese. Da un paese di emigrati siamo diventati un paese di immigrazione. Lo vedevo anche nelle mie classi che andavano modificandosi. Quando ho iniziato ad insegnare i “diversi” potevano essere i bambini portatori di handicap, poi sono cominciati ad arrivare i Rom e non è stato tutto così facile. Si parlava sempre di italiani brava gente, di accoglienza, ma io sapevo che non era così. Già da quando avevo 20 anni i bambini delle borgate venivano messi in classi differenziali, emarginati. Ogni anno dal Guatemala vengono dei ragazzi e facciamo incontri per far conoscere le loro problematiche. L’anno scorso è venuta una ex ragazza di strada. Una giovane donna di 28 anni madre di 3 figli che è stata anche presidentessa del Movimento. Abbiamo fatto un’assemblea nel Comitato di quartiere della Magliana ed è stata molto bella, con tanta partecipazione. Non è venuta la gente classica che fa solidarietà, ma la gente del quartiere, i ragazzi del centro sociale, del comitato di quartiere. Un’assemblea in cui si stava tutti sullo stesso piano, in cui si è avvertito il vero valore di quello che chiamiamo solidarietà. Alcuni di coloro che vengono dal cosiddetto Terzo Mondo hanno spesso una visione di noi occidentali come gente felice, che vivono in posti dove va tutto bene. Invece si sono resi conto che anche qui ci sono problemi e difficoltà. La solidarietà tra “poveracci” è ancora più forte in questo senso. Credo che oggi questo sia un tema centrale.
Quindi è costretta a tener conto dei “ragazzi di strada” che stanno in Italia.
La nostra è una storia un po’ composita. Abbiamo una rete in Italia e in Belgio, e qui in Italia abbiamo vari gruppi di appoggio, con singole persone impegnate nel loro territorio. Ad esempio il gruppo di Eboli che lavora da anni in un’associazione che si occupa di solidarietà con gli immigrati del luogo. Poi a Roma noi viviamo a stretto contatto con la scuola di italiano per immigrati africani, Asinitas, che ha prodotto il bellissimo film “Come un uomo sulla terra”. Alcuni di noi a Roma a vario titolo fanno altre cose nei singoli quartieri. Man mano ci siamo resi conto che non potevamo essere scissi. In fondo, abbiamo capito che non è sufficiente per noi parlare dei ragazzi di strada a Città del Guatemala, se non affrontiamo anche ciò che succede quotidianamente qui in Italia con gli immigrati.
E qui comincerebbe un’altra intervista, che non abbiamo la possibilità di fare.
L’episodio di Rosarno ha avuto caratteristiche violente, ma non è l’unico. Prima di Natale ad Eboli c’è stato lo sgombero di 800 mamme e bambini dispersi. Quando parliamo di immigrati parliamo di persone, di lavoratori, non di cose generiche. Quando si dice “sgomberato un campo Rom”, bisognerebbe dire chi sono questi Rom, qual è la loro l’età prevalente. Perché i Rom sono spesso bambini o molto giovani. Quando fai sgomberi di campi come sta facendo il sindaco Alemanno, che parla di fatti epocali come se avesse espugnato Fort Apache, bisognerebbe ricordare che viene interrotto bruscamente un percorso di inserimento scolastico di decine di bambini con tutte le difficoltà che questo comporta. Improvvisamente arrivano le ruspe, dai questa cosa in pasto all’opinione pubblica spesso in apertura di campagna elettorale e li mandi un po’ qui un po’ là. “Fuori dalla città”, oltre il raccordo. Meno li vediamo, i Rom, gli immigrati, i poveri in generale, e meglio è. I bambini così perdono ore di lezione, devono spesso fare ore di viaggio per raggiungere la vecchia scuola. Ma di questo non si parla. Tutto si riduce a ordine pubblico e a decoro urbano.






