Cipsi
Banner

Razzismo a Rosarno

Tonio dell’Olio

La situazione di Rosarno era destinata a esplodere. Era solo questione di tempo. Non è pensabile che degli esseri umani possano continuare a vivere nel degrado della ex cartiera della Rognetta, sfruttati con un lavoro da schiavi, pagati con salari da fame e angariati da continui soprusi, ingiurie e pressioni di stampo razzista. La ‘ndrangheta a curarne la regia.

Quando lo scorso anno ho partecipato ad un’assemblea cittadina stracolma di giovani africani per presentare il libro fresco di stampa: “Gli africani salveranno Rosarno. E, probabilmente, anche l’Italia” (edizioni terrelibere.org), si toccava con mano come la condizione degradante, e per certi versi disumana, di quei giovani perdurava da troppo tempo.

Vittime di congiure razziste

Dal libro che abbiamo pubblicato a più voci traggo un brano di una lettera che gli africani scrivevano nel novembre 1999 a Giuseppe Lavorato, sindaco onesto e attento ma che nulla ha potuto per sanare una situazione tanto grave e drammatica. “Siamo venuti solamente e unicamente per la raccolta degli agrumi, ma siamo vittime, da quando siamo arrivati a Rosarno, di una violenza e di ultrarazzismo senza precedenti. Dal nostro arrivo fino ad oggi nei viali, nelle piazze, a volte nei luoghi di lavoro, nei ghetti siamo quotidianamente (24 ore su 24, anche durante il riposo notturno) vittime di congiure razziste: ragazzini minorenni che ci sputano in faccia, ‘brigate’ clandestine in moto-scooter... aggressioni inimmaginabili di ogni tipo. Per paura la brava gente rifiuta di affittarci le case, quindi siamo obbligati a dormire in modo disumano nei ghetti, senza acqua, senza elettricità, usando come letti i cartoni raccolti per strada. Il 19 novembre scorso, verso sera alcuni onesti lavoratori dell’Africa nera, fra i quali due senegalesi ed un burkinabé, sono stati vittime di giovani stupidi, ignoranti e armati illegalmente che facevano il tiro a segno davanti al ghetto. I lavoratori sono finiti all’ospedale... Facciamo appello soprattutto allo Stato italiano a prendere tutte le misure necessarie per fermare questo stato di violenza gratuita” (p. 68).

Domande e critiche

Da qui gli interrogativi: perché si è atteso tanto tempo? Perché non si è dato seguito alle denunce delle condizioni di lavoro sottopagato e allo sfruttamento? Chi doveva controllare le condizioni igienico-sanitarie in cui quei giovani hanno vissuto per anni e anni? Peraltro il titolo del testo pubblicato nel febbraio 2009 era suggerito da un episodio che, anche nel suo valore simbolico, diceva del senso civico degli africani. Il 12 dicembre 2008 in seguito al ferimento di due lavoratori della Costa d’Avorio, gli africani di Rosarno si ribellano manifestando pacificamente per le strade della cittadina calabrese e, nello stesso tempo, scegliendo di andare a testimoniare davanti a carabinieri e magistrati quanto era accaduto. Fino a riconoscere e indicare l’autore materiale del ferimento dei loro due amici. Si trattava di un affiliato al clan Pesce che, insieme al clan Bellocco, hanno un controllo pressoché assoluto del territorio. Non sono i cittadini italiani a trovare il coraggio della rivolta civile, ma clandestini senza diritti e documenti. Anche in questo caso non era la prima volta che gli africani di Rosarno erano stati fatti oggetto di attentati e intimidazioni. È dal 1992 che si registrano episodi di violenza in cui i giovani stranieri sono vittime. Persino estorsioni e rapine, in un contesto mafioso fatto di narcotraffico intercontinentale e arcaismo brutale, boss rapinatori e violenze quotidiane. Mi guardo bene dal criminalizzare la popolazione di Rosarno e della Piana di Gioia Tauro! Bisognerebbe viverci per capire che, in quel contesto, diventa atto di eroismo anche solidarizzare con gli stranieri, ribellarsi alle logiche mafiose, contrastare il latifondo. E, a saper leggere bene la storia, quell’area della Calabria contempla episodi e vicende che vanno esattamente nella direzione della ribellione all’ordine imposto con la forza e con la violenza dai latifondisti e dai loro eserciti, dalla ‘ndrangheta e dai suoi affiliati. Quella della Piana di Gioia Tauro è peraltro una storia di rivolte contadine e di martiri (anche recenti) che non hanno accettato di piegarsi alla logica perversa, al sopruso e allo strapotere dei boss locali. La storia degli africani però è segnata fin dall’inizio dal rifiuto del fatalismo e per questo indica a tutti gli italiani una possibile via di salvezza...

Immigrati come fantasmi

Tutto questo nonostante le leggi vigenti molto spesso costringano quegli stranieri a vivere come fantasmi. Da irregolari e “clandestini” possono lavorare solo in nero e, se fatti oggetto di soprusi non possono sporgere denuncia rischiando d’essere rimpatriati. Non avrebbero nemmeno dei parenti pronti a vendicare il torto subito, com’è nella logica e nella tradizione familistica di talune aree della Calabria! Sono queste condizioni a renderli particolarmente vulnerabili agli occhi delle cosche e, non di rado, di balordi di paese. Sono queste le condizioni che li rendono appetibili come manodopera a buon prezzo ai coltivatori della zona che, dopo aver incassato dall’Unione europea, arrotondano con la raccolta e la vendita degli agrumi. Pertanto la vicenda di Rosarno, prima che una storia di ribellione e protesta, di rabbia e violenze, è una dolorosissima piaga che parla di sfruttamento e degrado, di fatica e violenze subite. Di questo bisognerebbe avere consapevolezza per poter smentire le dichiarazioni del ministro che, a caldo, ha rilasciato: “A Rosarno c’è una situazione difficile come in altre realtà, perché in tutti questi anni è stata tollerata, senza fare nulla di efficace, un’immigrazione clandestina che ha alimentato da una parte la criminalità e dall’altra ha generato situazioni di forte degrado”. Il verbo “tollerare” non è sinonimo di “sfruttare” e, al contrario di quanto afferma il ministro Maroni, proprio quegli africani hanno risvegliato nelle coscienze di tanti calabresi (e non solo) la forza di ribellarsi alle logiche mafiose e alle loro prepotenze in maniera aperta. A vergognarsi devono essere gli affiliati alla ‘ndrangheta e non i poveri che vengono sfruttati. Coloro che ne favoriscono il controllo del territorio anche con la propria indifferenza e con la propria omertà devono vergognarsi, non coloro che, spinti dalla disperazione della guerra, della negazione dei diritti umani e dalla fame, sono arrivati fino alle nostre coste e alle nostre porte per chiedere pane e dignità, ricevendo in risposta porte in faccia, degrado e lavoro da schiavi.

Il ruolo dell’informazione

Se ci fosse in Italia un’informazione corretta e sensibile, lascerebbe parlare il dolore di ivoriani, ghanesi, burkinabè… e si comprenderebbe l’infondatezza delle altre dichiarazioni di Maroni datate 8 gennaio 2010: “A Rosarno stiamo intervenendo con i mezzi e i tempi necessari per riportare la situazione alla normalità. Inoltre, abbiamo per ora posto fine agli sbarchi di clandestini a Lampedusa, risolvendo alla radice il problema”. Caro ministro, la radice del problema non è sulle coste di Lampedusa, ma molto più in là. È nella miseria in cui abbiamo ridotto l’Africa e nella coscienza di chi non è più in grado di accogliere.

Commenti
Nuovo
Nome: *
Email: *
 
Website:
Titolo:
Prima di commentare, inserisci il codice che compare in questo box.
I campi contrassegnati con * sono obbligatori.

!joomlacomment 4.0 Copyright (C) 2009 Compojoom.com . All rights reserved."

E-mail Stampa
 
Sei in: Home page / Anno XXI / n. 1 Genn. 2010 / Razzismo a Rosarno