I mass media e gli immigrati
Francesca Tacchia
I mezzi di comunicazione ci restituiscono un ritratto monodimensionale del migrante, trattato spesso come oggetto, identificato solo dalla nazionalità e dal paese di provenienza, connesso quasi esclusivamente a notizie riguardanti sicurezza, ordine pubblico e criminalità.
“Una gigantografia in nero”. Questa è l’immagine degli immigrati e dei richiedenti asilo che quotidianamente i media ci restituiscono, secondo quanto emerso dal primo Rapporto dell’Osservatorio Carta di Roma dal titolo: “Ricerca nazionale su immigrazione ed asilo nei media italiani”.
Il Rapporto, presentato lo scorso 18 dicembre a Roma ed elaborato da un gruppo di ricercatori della facoltà di Scienze della comunicazione dell’Università “La Sapienza”, ci dice in buona sostanza che il fenomeno dell’immigrazione traspare dai media come un’immagine congelata e appiattita, una fotografia statica e immobile. I mezzi di comunicazione che tutti noi siamo abituati a fruire, ci restituiscono un ritratto monodimensionale del migrante, trattato spesso come oggetto privo di una personalità soggettiva, identificato solo dalla nazionalità e dal paese di provenienza, connesso quasi esclusivamente a notizie riguardanti sicurezza, ordine pubblico e criminalità (proprio mentre scrivo questo articolo, leggo i titoli di un telegiornale nazionale: “Fondi – Latina - quattro indiani condannati per lo stupro di una 24enne). Basti pensare ai recenti fatti di Rosarno, a come sono stati trattati dall’informazione e dalla politica italiana, cui troppo spesso la comunicazione è asservita in un gioco di ruoli tanto evidente quanto pericoloso. A quanto è stato facile criminalizzare i migranti utilizzando termini come “clandestino”, “irregolare”, per giustificare una situazione degenerata per ben altri motivi e nella quali i migranti sono principalmente e soprattutto vittime di un sistema corroso e pregno di illegalità. Quando si tratta di immigrati, c’è minore accortezza anche nella tutela della privacy e nel principio di presunta innocenza fino alla fine di un processo.
Tra stereotipi e paure
Dunque i risultati di questa ricerca non sono una novità. Certificano uno stato dei fatti che va avanti da tempo. Sicuramente non sono dati sconosciuti alle associazioni e alle organizzazioni non governative che denunciano da anni questa “distorsione comunicativa” e questa “imprenditoria politica della paura”, come è stata definita durante la presentazione della ricerca dal presidente della Federazione nazionale stampa italiana Roberto Natale. Speculare sull’immigrazione, associarla ad un clima di paura e schiacciarla esclusivamente intorno al tema della sicurezza, è un gioco al massacro che ha, però, ritorni benefici a livello politico. Quante campagne elettorali negli ultimi anni sono state condotte su questo piano, con l’appoggio connivente di buona parte dell’informazione? È un gioco nel quale i media italiani hanno purtroppo spesso un ruolo di conformismo colpevolista. Ci sono nel panorama mediatico, ma sono davvero poche e in questa ricerca non emergono, le voci fuori dal coro che tentano di lavorare per restituire un’immagine positiva dell’immigrazione, per scardinarla dai temi della sicurezza e della criminalità e mostrarne tutte le altre possibili dimensioni. Pensiamo al Rapporto Caritas/Migrantes che ogni anno, dati alla mano, ci aggiorna su quanto basse siano le percentuali di reati e stupri commessi da immigrati e su quanto sia fondamentale la presenza e la forza-lavoro dei migranti nel nostro tessuto sociale ed economico. Pensiamo anche a tanta informazione di nicchia, che spesso non raggiunge il grande pubblico perchè, come detta il criterio di notiziabilità per eccellenza ben noto a chi si occupa in vario modo di comunicazione, “bad news is a good news”. E allora diventa molto più facile e comodo prendere questo maschio, spesso criminale, quasi sempre clandestino, e usarlo come capro espiatorio. Oppure guardarlo con un atteggiamento “caritativo”, come fosse un disperato. Sono questi gli stereotipi di cui è piena l’informazione italiana, che non esauriscono le tante sfaccettature della realtà e non riconoscono il fatto che migrare è un diritto. È il diritto ad avere una vita dignitosa, civile e onesta.
Scenari futuri?
Se questa ricerca dà conto di numeri e dati che confermano, se non peggiorano, una situazione esistente da anni, quali possono essere allora gli scenari futuri? Dall’indagine emergono degli spunti da cui si può partire, nella speranza che vengano recepiti dai mezzi di comunicazione italiani e non restino lettera morta come le indicazioni di tante ricerche e rapporti che sono effettuati. Abbandonare quell’autoreferenzialità di cui parlava durante la presentazione il preside di Scienze della comunicazione Mario Morcellini, per la quale sull’immigrazione si utilizza spesso un fazzoletto di parole, poche e mai rinnovate; seguire di più il vissuto dei soggetti e restituire loro una dignità di uomini e donne; tutelare i “soggetti deboli” piuttosto che violentarli con un’informazione brutale; cominciare a pensare ad una logica di “immigrazioni”, non “immigrazione”, perchè ogni uomo ha un percorso migratorio diverso che dovrebbe essere conosciuto ed approfondito. Questi possono essere dei piccoli passi verso una comunicazione mediatica più attenta, plurale e corretta, che sono poi alcune caratteristiche che l’informazione dovrebbe avere in ogni paese democratico che si rispetti. Ma di sicuro non esauriscono il problema. Un problema che parte anche da questa ricerca, la quale presenta un forte limite: un’indagine che parla di immigrazione, che va a scavare nella profondità di questo rapporto così difficile con i media, non dà voce agli immigrati. Durante la presentazione della ricerca, l’intervento più interessante è stato indubbiamente quello di una giornalista rumena, venuta a conoscenza dell’indagine per caso e salita sul tavolo dei relatori a margine degli interventi istituzionali per lanciare un messaggio importante: “Un lavoro di questo tipo, su temi che ci riguardano direttamente, va fatto insieme a noi. Ci sono tanti giornalisti e operatori dell’informazione stranieri, che lottano ogni giorno per arrivare ad avere i vostri stessi diritti, per vedere riconosciuta la propria professionalità, per trasformare questa gigantografia in nero in un’immagine dinamica e positiva. Non è necessario che voi facciate un lavoro su di noi. Per il futuro, pensate piuttosto a progettare un lavoro con noi”.






