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Non c’è niente da celebrare

L’anno europeo della lotta alla povertà

Antonella Patete

Le 40 organizzazioni capitanate dal Network europeo contro la povertà (Eapn) chiedono un fondo destinato alla povertà, un Consiglio europeo espressamente dedicato e uno schema di reddito minimo garantito. Adesso occorrono i fatti.

Si erano impegnati a imprimere una svolta decisiva alla lotta contro la povertà entro il 2010. Ma a dieci anni dal lancio della strategia di Lisbona sono ancora 80 milioni le persone a rischio povertà in Europa.

Si apre con un’amara constatazione l’Anno europeo della lotta alla povertà, voluto dieci anni fa dai capi di Stato e di governo europei per sottolineare l’impegno della Ue a fianco della popolazione meno abbiente. E, ora che il momento è arrivato, l’Unione si prepara a celebrarlo in grande stile, con un investimento di 17 milioni di euro e una serie di manifestazioni organizzate nei 27 paesi membri, ma anche in Islanda e in Norvegia.

Uno sforzo ulteriore

Ma le organizzazioni non governative e le realtà della società civile dicono che occorre uno sforzo ulteriore. E che le manifestazioni organizzate per celebrare l’Anno europeo non sono di per sé sufficienti. Ci vuole, dunque, qualcosa di più delle due conferenze di livello europeo, il concorso giornalistico, le performance artistiche e la “campagna” di cui gli stessi poveri si faranno ambasciatori. Le circa quaranta organizzazioni capitanate dal Network europeo contro la povertà (Eapn) chiedono, infatti, un fondo destinato alla povertà, un Consiglio europeo espressamente dedicato e uno schema di reddito minimo garantito. Insomma, la richiesta è quella di una serie di misure concrete che riescano a contrastare un problema che affligge anche la civile Europa e, soprattutto, che non tende a scomparire. I dati diffusi da Eurostat non lasciano spazio a nessun ottimismo: nel 2008 il 17% della popolazione della Ue-27 era a rischio povertà, vale a dire 80 milioni di persone sui circa 490 milioni di abitanti dell’Unione europea.

Rischio miseria…

E la cosa peggiore è forse proprio il fatto che il dato, già allarmante di per sé, non accenna a diminuire dal 2005. Sempre nel 2008, secondo Eurostat, i tassi più alti sono stati rilevati in Lettonia (26%), Romania (23%), Bulgaria (21%), Grecia, Spagna e Lituania (tutti 20%). Tuttavia anche nei paesi più virtuosi (Repubblica Ceca, Paesi Bassi e Slovacchia, Danimarca, Ungheria, Austria, Slovenia e Svezia) circa un cittadino su dieci rimane a rischio povertà. Un’ulteriore fonte di preoccupazione, poi, riguarda la povertà dei bambini. Diciannove milioni sono quelli a rischio di diventare poveri e in 20 dei 27 Stati membri i tassi di povertà dei minori risultano più elevati di quelli degli adulti. Ma che significa concretamente essere poveri? Vuol dire – spiega l’Eurostat – che nel 2008 il 37% della popolazione Ue non poteva permettersi una settimana di vacanza lontano da casa, il 10% non riusciva a riscaldare adeguatamente l’abitazione, il 9% non ce la faceva a permettersi un’auto personale e un altro 9% faceva fatica a mettere a tavola un pasto adeguato ogni due giorni.

… anche in Italia

Le cose non vanno certo meglio nel nostro Paese dove tutti i dati – nazionali e europei – documentano la presenza di un allarmante livello di povertà. Qualche settimana fa il Rapporto 2009 della Commissione di indagine sull’esclusione sociale, promossa dal governo italiano con il compito di formulare proposte per combattere il fenomeno, ha messo in luce come l’area del disagio si stia allargando. I soggetti vulnerabili aumentano e ad essere a rischio non sono più soltanto le famiglie che non riescono ad arrivare a fine mese, ma anche quelle che fino a qualche tempo appartenevano in tutto e per tutto ai ceti medio-alti. Tra i nuovi poveri, o meglio tra quelli che rischiano di diventarlo, ci sono infatti 1,8 milioni di famiglie giovani gravate dal mutuo per la casa. Questa nuova fascia di persone a rischio si va, infatti, a sommare a una situazione di povertà ormai incancrenita. Secondo l’Istat nel 2008 le famiglie in condizione di povertà relativa erano 2 milioni e 737mila (l’11,3% del totale) pari a 8 milioni e 78mila individui (13,6% dell’intera popolazione), mentre quelle in povertà assoluta erano 1 milione e 126mila (4,6%), che corrisponde a 2 milioni e 893mila persone (4,9%). Particolarmente grave, inoltre, la questione della povertà dei minori. In particolare, la condizione delle famiglie con bambini ha registrato un peggioramento: basti pensare che nel 2008 la povertà assoluta all’interno delle famiglie con tre o più minori a carico ha raggiunto un’incidenza dell’11%, due punti percentuali in più rispetto al 2005. Un altro problema, quasi totalmente sconosciuto in passato e oggi molto diffuso, è poi quello dei working poor: attualmente, infatti, i “lavoratori poveri” non rappresesentano più una contraddizione in termini e sono diventati il 10% degli occupati.

Pareri negativi

Negativo anche il parere della Commissione sulle principali misure di contrasto alla povertà messe in campo dal governo italiano. La carta acquisti, il bonus famiglia, l’abolizione dell’Ici sulla prima casa e il bonus elettrico sono riuscite a fare uscire appena 91mila famiglie su 1 milione dalla condizione di povertà assoluta. Nel caso della Carta acquisti a beneficiarne è stato solo il 18% delle famiglie più povere. Cosa quest’ultima che dipenderebbe dai particolari criteri anagrafici di assegnazione, che escludono chi ha più di tre anni o meno di 65. A poco o nulla poi è valsa la cancellazione dell’Ici sulla prima casa: buona parte del beneficio, infatti, è andato a favore della metà della popolazione più ricca, mentre il 10% più povero ha potuto godere di appena il 4% delle sgravio totale. E allora cosa fare per combattere la povertà? La prima cosa è aumentare gli investimenti: per sradicare la povertà occorrerebbero 3,86 miliardi di euro contro i 192 milioni stanziati. Inoltre, piuttosto che correre ai ripari con misure “tampone” e “colabrodo”, dice Giovanni Battista Sgritta, docente presso l’Università “La Sapienza” di Roma e membro della Commissione, bisognerebbe introdurre il “reddito minimo”. Si tratta di una “rete di protezione” adottata in molti Stati europei, che può impedire a tanti cittadini di cadere nelle maglie della povertà. Ma finora in Italia ci sono state solo alcune sperimentazioni promosse da enti locali, che non sono state mai trasformate in provvedimenti stabili. Insomma, il nostro paese non ha ancora dichiarato seriamente guerra alla povertà.

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