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Ha scoperto l’archivio del terrore

Paraguay: Incontro con Martin Almada

Gianni Tarquini

Avvocato, educatore e attivista dei diritti umani paraguayano, Premio Nobel Alternativo per la pace del 2002. Per ricordare l’oppressione storica del suo paese, ha voluto il museo della memoria: “Ricordare i fatti accaduti è un regalo alle generazioni che vengono”.

Conosciuto a livello internazionale per avere contribuito alla scoperta, nel 1992, degli archivi segreti della polizia del Paraguay, ribattezzati Archivio del terrore, che provarono l’esistenza di un coordinamento tra le dittature sudamericane degli anni ’70 e ’80 in collaborazione con la Cia e in chiave repressiva contro gli oppositori politici (Operazione Cóndor), Almada è una delle vittime della dittatura paraguayana.

Incarcerato, torturato e costretto all’esilio per aver fondato una scuola per poveri e scritto alcuni testi ispirati alla pedagogia liberatrice degli oppressi di Paulo Freire e per la sua attività sindacale. Sua moglie, Celestina Pérez, morì per infarto subito dopo una delle telefonate che riceveva dagli aguzzini di Almada, che le facevano ascoltare le torture subite da suo marito. Negli ultimi anni ha creato il Museo della Memoria, Dittatura e Diritti Umani del Paraguay e si sta impegnando per sviluppare progetti basati sull’energia solare e alternativa e la diffusione di una cultura rispettosa dell’ambiente e a favore delle comunità indigene. Lo abbiamo incontrato – per quattro giorni, tra chiacchierate, visite nei luoghi simbolo della sopraffazione della dittatura, incontri con ministri, attivisti e gente comune - in una Asunción in bilico tra la voglia di lasciarsi trascinare del vento di cambiamento che sta soffiando in tutta l’America latina e scrollarsi di dosso le violenze che ne caratterizzano la storia recente e passata e le vecchie paure di sopraffazioni, delazioni e timori, ancora vive in gran parte della popolazione e anche tra i nuovi politici al governo, ancora poco sicuri e con le strutture del potere legate al vecchio regime.

Cosa accadde in Paraguay e in America latina negli anni ’70? Perché tanta violenza e tante violazioni dei diritti umani?

Avevano paura che le idee di liberazione avessero la meglio e fecero di tutto per distruggerle, senza rispetto per la democrazia e per il libero confronto delle idee. Da noi Stroessner già controllava il paese, ma la forza delle idee nuove stava dilagando. Così, coordinate dagli Stati Uniti, le forze più reazionarie presero il potere in tutti gli Stati che ci circondano, instaurarono delle dittature e, attraverso l’Operazione Cóndor, distrussero i pensatori, sperando di distruggere anche le idee. Io fui accusato di militanza nel movimento rivoluzionario armato ma, siccome odio le armi, non trovarono nulla nella scuola che avevo fondato, oltre naturalmente ai viveri e alle attrezzature per i laboratori di falegnameria, ceramica ed elettricità della cooperativa di consumo che avevamo creato, libri e materiale didattico; allora mi accusarono di aver scritto che “in Paraguay l’educazione serve solo alla classe dominante ed è al servizio del sottosviluppo e della dipendenza”. Così stava accadendo anche nei vicini Argentina e Brasile, nel Cile di Pinochet, in Uruguay e Bolivia. Iniziai ad incuriosirmi rispetto a questa interconnessione tra i differenti paesi latinoamericani quando in una delle sessioni di interrogatori-tortura che subii mi accorsi dall’accento che erano presenti dei militari cileni.

Cos’è stata l’Operazione Cóndor?

Fu semplicemente terrorismo di Stato, pensato per azzerare ogni forma di opposizione politica, culturale e sociale. Formalmente era un patto tra i governi militari del Sud America “per salvare la civiltà occidentale cristiana dalla sovversione marxista internazionale”, come si legge in un documento trovato nell’Archivio del terrore, che permise lo scambio di informazioni e di sequestrati. Nella realtà fu un massacro, si mise in piedi una vera e propria scuola internazionale per preparare scientificamente la tortura, le sparizioni e le esecuzioni contro gli oppositori politici. Un abominio che ha lasciato una scia di sangue e devastazione sociale che tutt’ora ricadono sui nostri popoli; e ha lasciato impunità e mancanza di giustizia. A coordinare il tutto c’erano gli Stati Uniti, che non volevano che nel loro “giardino di casa” si potessero diffondere idee che ne smascherassero il sistema di sfruttamento verso tutti i paesi centro e sudamericani e che ci potessero essere governi autonomi come quello cileno di Salvador Allende. Si allargò ben al di fuori: porto l’esempio del dirigente democristiano cileno Bernardo Leighton che subì un attentato insieme alla moglie nella vostra Roma, organizzato dalla polizia segreta cilena, dal neofascista Stefano Delle Chiaie e dall’agente segreto statunitense Michael Townley. Oppure l’assassinio di Orlando Letelier, diplomatico e attivista cileno, e della sua assistente nordamericana Ronny Moffitt, avvenuto a Washington con il coinvolgimento ancora una volta di Townley e Armando Fernandez Larios, che avevano ottenuto documenti di ingresso, guarda caso, da George Landau, ambasciatore statunitense in Paraguay, su richiesta del governo di Stroessner. Sono questi alcuni esempi di collaborazione e coperture tra le intelligence.

Come siete arrivati alla scoperta di uno degli Archivi della polizia paraguayana?

Io, dopo l’esilio a Panama, nel mio lavoro a Parigi presso l’Unesco ho continuato imperterrito a raccogliere dati, anche di militari pentiti negli anni della dittatura. Dopo il mio ritorno ad Asunción ho chiesto un habea data e collaborazione giudiziaria e, insieme al giovane giudice José Fernàndez una mattina del dicembre del 1992, grazie a soffiate precedenti, abbiamo trovato nella stazione di polizia di Lambaré, tonnellate di documenti, nastri e foto che riguardavano la dittatura, le torture e le relazioni internazionali. Cercavo la mia storia, la voce di mia moglie e delle mie torture, e ho trovato qualcosa di più grande. Per le informazioni che potevano trovarsi in quelle carte devo dire che non ebbi mai tanta paura della solitudine come in quel giorno.

Ci hai parlato di documenti che provano il coinvolgimento degli Stati Uniti: di cosa si tratta?

Un documento prova che il colonnello statunitense Robert Thierry fu invitato come cooperante in Paraguay (dalla AID, allora Administración de Cooperación Internacional) per formare i primi torturatori della polizia, e c’è anche la lista con i primi nomi del personale addestrato. Poi ne abbiamo uno in cui l’Ambasciata paraguayana chiede aiuto per creare una Cia nel nostro paese. E altri per riunioni e scambi di favori. È bene non dimenticare che negli anni in cui il Cóndor fu più cruento, nel 1976 e 1977, il direttore della Cia era George Bush senior, sotto la presidenza Ford.

E sull’Italia, c’è qualcosa?

Non ho avuto molto tempo per studiare casi italiani però posso dire che ci sono documenti in cui alcuni neofascisti scrivono a Pinochet e a Stroessner offrendo la loro collaborazione. Delle Chiaie scrive di essere un esule dall’Italia con un regime comunista. Poi c’è una pista interessante e poco battuta: carte che provano la richiesta e la consegna, da parte di alcuni personaggi legati all’Operazione Cóndor, di passaporti falsi paraguayani ad alcune persone che, secondo altre mie informazioni, potrebbero essere implicate nel rapimento e nell’assassinio di Aldo Moro. Un elemento che potrebbe orientare la storia italiana verso coinvolgimenti inaspettati.

Quando e perché è nato il ‘Museo della Memoria: Dittatura e Diritti Umani’?

Ho sempre pensato all’importanza del ricordo dei fatti accaduti per le generazioni future, in particolare delle responsabilità sulle atrocità commesse. Nel dicembre del 2006, proprio mentre stava morendo in esilio il nostro dittatore, in un edificio in stile coloniale al centro di Asunción, lo stesso dove avvenivano le torture e dove passarono quasi tutti i perseguitati degli anni ’70, abbiamo inaugurato questo luogo di memoria e di speranza, autofinanziandoci, in una struttura concessa dal ministero di Educazione e cultura, ma con l’aiuto di amici di tutto il mondo e con oggetti recuperati da tanti amici paraguayani. Grazie all’impegno della direttrice Maria Stella Cáceres realizziamo in quel luogo simbolico tante attività nelle aree di ricerca, documentazione, educazione e riparazione storica: seminari, incontri e, soprattutto, visite di centinaia di studenti. Lo hanno visitato tutti i nostri nuovi ministri, il presidente Lugo, Estela Carlotto, Pérez de Esquivel, i cantautori Juan Manuel Serrat e Victor Heredia, il presidente della repubblica tedesca Horst Köhler. Ora spero che con il governo Lugo lo Stato lo assuma come bene pubblico per valorizzarlo ancor di più e per farlo conoscere nelle diverse province del paese.

Terminiamo con Lugo. Qual è il suo giudizio sull’operato del neo presidente?

Lugo ha avuto il merito di spazzare via il vecchio potere iniziando un’opera di pulizia e di ricambio. Purtroppo non può attuare il suo programma perché ha vinto con una coalizione che include settori conservatori e manca di una maggioranza parlamentare. Lui governa, ma non ha il potere in Parlamento, nella Corte, nelle tante strutture di potere che non vogliono un reale cambiamento: la vecchia oligarchia, i latifondisti coltivatori di soia o allevatori, supportati dalle multinazionali, dal potere delle imprese statunitensi, il nunzio apostolico che rappresenta il Vaticano. Qui in Paraguay abbiamo tante ricchezze naturali, l’acqua, le piante; sapete cosa esportiamo in Italia? L’ossigeno delle nostre foreste, e gratuitamente! Se prevarranno i vecchi poteri perderemo anche questa ricchezza. Nonostante le sue debolezze dobbiamo continuare ad appoggiare Lugo.

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