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Testimonianze drammatiche da Gaza

Approfondimenti

Palestina: parlano gli attivisti per i diritti umani

Paola Bizzarri

Gaza da più di tre anni è ridotta a una prigione, la più grande prigione a cielo aperto del mondo. Israele, con la complicità egiziana, ha sigillato i valichi di confine, per cui non si entra, non si esce; non entrano e non escono merci.

Egitto, gennaio 2010. In Italia arrivano brevi notizie riguardo le centinaia di pacifisti della “Gaza Freedom March”.

Di loro si sa che sono bloccati in Egitto, vogliono ricordare la strage di un anno prima e costringere il governo egiziano a tenere aperto a Rafah il confine con la Striscia. I telegiornali nazionali, velocemente, segnalano a Gaza City la scoperta di una stele sulla quale sono ricordati i nomi dei 1400 palestinesi uccisi dalle truppe israeliane. Nei giorni seguenti, la frettolosa informazione annuncia che un centinaio di pacifisti è riuscito ad oltrepassare il confine con la Palestina.
Gaza City, gennaio 2009.

«Arafa, maestro elementare, prestava il suo supporto volontario all’ospedale Al Awdia di Jabalia durante le emergenze. Così avvenne nei giorni dei bombardamenti. Ma di fronte alla pericolosità causata dall’operazione “Piombo fuso”, dall’ospedale non se la sentivano di chiamare i volontari. Erano bersagli, come i giornalisti con le telecamere, bersagli come le ambulanze. Arafa si era presentato lo stesso, di sua spontanea volontà. È stato ucciso il 5 gennaio nel centro di Gaza City. La sua ambulanza si era fermata per raccogliere un ferito, un civile falciato dalla mitragliatrice israeliana. Il cecchino ha atteso che Arafa e il suo infermiere di fiducia caricassero il ferito sulla barella e la trasportassero all’interno dell’ambulanza. Appena la barella ha trovato riparo all’interno dell’ambulanza, appena si sono chiusi gli sportelli, un colpo, partito da un carro armato, ha centrato in pieno l’ambulanza decapitando il ferito e uccidendo il mio amico. Ricordo che la sera prima gli avevo chiesto se non fosse in pena per sua moglie, per i suoi figli lasciati da soli a casa e lui mi aveva risposto molto semplicemente che in quel preciso istante i suoi figli erano tutti i bambini, obiettivi designati dei bombardamenti israeliani».

Torino, dicembre 2009.

«Noi palestinesi siamo 9 milioni, quasi 5 milioni viviamo fuori dalla Palestina, quasi 4 milioni nei campi profughi. Solo in Libano siamo circa 400 mila, in Cisgiordania quasi un milione, in Giordania un altro milione, in Siria altrettanto. Nei campi profughi si sopravvive in condizioni disumane e limitanti da tutti i punti di vista. Per risolvere la questione israelo-palestinese bisogna ripensare al diritto fondamentale: il diritto al ritorno.

Il diritto dei profughi al ritorno nelle loro terre non è negoziabile, è un diritto storico sancito a livello internazionale». Autore della prima testimonianza è un italiano in Palestina: Vittorio Arrigoni, attivista per i diritti umani, impegnato da più di dieci anni come volontario nei paesi falcidiati dalle guerre. Prima nell’Est Europa, poi in Africa, ora in Palestina, a Gaza, dove risiede stabilmente.

Dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009, Arrigoni ha trasmesso un resoconto quotidiano a “Il Manifesto” sui bombardamenti nella Striscia di Gaza. Vittorio, in qualità di membro dell’International solidarity movement ISM (www.palsolidarity.org), in quei giorni era impegnato a resistere all’occupazione israeliana usando metodi e principi dell’azione diretta non violenta. Di quelle tragiche settimane Arrigoni narra in “Restiamo umani” (Roma, Il Manifesto libri, 2009. I proventi sono devoluti al Palestinian Center for Democracy and Conflict Resolution, per finanziare progetti ludico-socio-assistenziali rivolti ai bimbi rimasti gravemente feriti o traumatizzati dalla guerra).

Due parole, un’azione, il motto con cui firma tutti i suoi pezzi. Monito apparso sugli striscioni nelle manifestazioni di solidarietà ai palestinesi di Assisi e Roma. Vittorio era a Torino nei giorni antecedenti al Natale 2009. Un anno dopo l’operazione. Abbiamo raccolto la sua testimonianza sugli avvenimenti di allora e su quanto avviene oggi in terra palestinese. La seconda testimonianza appartiene a Sami Hallac, palestinese nato a Beit Hanina, quartiere di Gerusalemme Est.

La sua famiglia abita ancora lì. Sami è in Italia da più di 30 anni, impegnato come educatore in Piemonte e presidente del Comitato di solidarietà col popolo palestinese di Torino. Lui e i suoi compagni, di ritorno dai campi profughi palestinesi in Libano, raccontano quanto accade ai palestinesi fuori da Gaza. Insieme ci offrono un prezioso quadro della situazione.

A Gaza, un anno fa

«In quei giorni – ricorda Vittorio – sedici fra medici e paramedici palestinesi sono stati uccisi negli ospedali e sulle ambulanze. Assam era il miglior amico di Arafa. Non ha avuto tempo per dolersi della perdita dell’amico, ferito due giorni dopo con le stesse modalità con cui Arafa è stato ucciso: un’ambulanza si ferma nel centro di Gaza City – in questo caso non si tratta di raccogliere un ferito, ma ormai un cadavere – un cecchino israeliano attende che Assam e il suo infermiere carichino il moribondo sulla barella e aprono il fuoco. In questa particolare occasione, c’erano due miei compagni dell’ISM, Alberto Spagnolo ed Eva Canavese. Alberto aveva con sé una telecamera e ha filmato.

Ha filmato una strage di civili. Più di 1.400 vittime, più di 6.000 feriti, secondo le maggiori organizzazioni per i diritti umani, da Amnesty International a Human Rights Watch; l’85% di queste vittime erano civili, 420 bambini trucidati dall’esercito israeliano. Nonostante quanto noi raccontassimo, i media occidentali di fatto riportavano solo i comunicati diramati dai vertici militari israeliani. Non mistifico la realtà rispetto a Gaza – continua Vittorio – la più grande prigione a cielo aperto del mondo.

Però, durante quei 22 giorni Gaza, da prigione, è diventata realmente campo di sterminio. Non trovo precedenti nella storia recente per descrivere quanto è successo. Non si è trattato di una guerra: si è trattato di un massacro. Non è stata una guerra perché in tal caso ci sarebbero stati due eserciti ad affrontarsi. Qui, invece, il quarto esercito del mondo attaccava una popolazione civile che si muoveva ancora e soprattutto su carri trainati da muli.

Le cifre parlano da sé: 1.415 morti da una parte, 13 dall’altra, 5 di questi ultimi uccisi da fuoco amico. Il culmine è stato raggiunto quando la sede delle Nazioni Unite, nel centro di Gaza City, è stata bombardata. In una notte sono state ridotte in cenere centinaia di tonnellate di aiuti umanitari. Gaza, ormai, da più di tre anni è ridotta a una prigione, la più grande prigione a cielo aperto del mondo.

Israele, con la complicità egiziana, ha sigillato i valichi di confine, per cui non si entra, non si esce; non entrano e non escono merci. Il 90% delle industrie ha dovuto chiudere, più del 70% della popolazione è disoccupata e vive in un assedio: l’economia è stata polverizzata».

Fuori Gaza, oggi come ieri

«I miei compagni sono andati a visitare i campi palestinesi in Libano – racconta Sami – con la delegazione “Per non dimenticare Sabra e Chatila”, creata da Stefano Chiarini nel 2002. Il 18 settembre di ogni anno sono a Chatila, campo profughi di Beirut famoso per i massacri del 1982. Con l’occasione si visitano altri campi situati o a Beirut città o nel Sud, verso Sidone, vicino alla linea del confine con Israele. Accedere ai campi non è stato semplice per loro: ognuno doveva essere dotato di un lasciapassare abbinato al proprio passaporto, scritto in arabo, col timbro dell’autorizzazione dell’autorità militare libanese. Chi non possedeva questo lasciapassare non poteva entrare.

L’ultima volta i miei amici hanno aspettato sotto il sole per una buona mezz’ora prima di ottenere il permesso per l’ingresso. Ad uno ad uno hanno effettuato un controllo attentissimo tra documenti e macchine fotografiche – non volevano foto né riprese. Nei campi i miei amici hanno visto un’enorme agglomerazione di persone, fili della corrente elettrica che passano ad altezza delle teste, problemi di smaltimento dei rifiuti assolutamente non risolti, assenza di fognature, problemi di scolarizzazione e di assistenza sanitaria: tutto lasciato al volontariato o alla natura.

In Libano c’è la volontà ben precisa di smantellare gradualmente i campi profughi al Nord. È una situazione molto pericolosa, perché smantellare i campi profughi, disseminando i palestinesi in Iraq, Libano e Siria, permette ad Israele di ottenere la cancellazione della memoria storica delle sue azioni e, di conseguenza, della sua responsabilità».

Una specie di apartheid

«Leggi internazionali riconoscono fino a 20 miglia dalla costa di Gaza le acque a sovranità palestinese – precisa Vittorio -. A oggi i pescatori palestinesi non possono andare oltre due miglia, molto spesso non possono oltrepassare un miglio. Questi pescherecci, vecchi di trent’anni, montano motori di Tir, neanche motori di pescherecci – lo so bene, ci sono stato per mesi sopra – sfidano questo limite, venendo attaccati dalle navi da guerra israeliane che sparano con l’obiettivo di danneggiare reti e imbarcazioni, a volte con l’intento di ferire, a volte di uccidere.

Come attivisti dell’International Solidarity Movement abbiamo accompagnato per mesi questi pescatori, ponendoci come scudi umani, ben coscienti sia noi che i pescatori, ma soprattutto i soldati, che per un marine israeliano uccidere un palestinese è un gioco da ragazzi, ma sparare a un civile italiano, francese, spagnolo, americano è più complesso. Ho molti amici tra quei pescatori. All’unisono hanno sempre detto: “Victor, siamo in mare, disposti a prenderci proiettili in testa o a essere catturati o rinchiusi a vita nei carceri israeliani. Se ci sparano, ci uccidono, ci rapiscono, quanto meno abbiamo una scusa per non tornare a casa a mani vuote e vedere i nostri figli morire di fame”.

I pescatori continuano a uscire quotidianamente, sono soggetti a questi attacchi filmati e documentati che mai passeranno nei Tg nazionali. Abbiamo messo a disposizione queste riprese a tutti i media del mondo. In Italia nessuno si è dimostrato interessato. A Gaza sta avvenendo un genocidio al rallentatore». Sami espone la sua visione: «I palestinesi nei campi profughi per sessant’anni hanno dovuto arrangiarsi nei modi più deprimenti, in attesa di poter ritornare. Ormai siamo alla terza, forse alla quarta generazione di nati in questi campi. Se si chiede loro: “Sei palestinese?”, rispondono “Sì, sono palestinese”. “E come fai a capirlo?”, “Perché i libanesi vanno a scuola”.

All’interno del campo profughi, le scuole per i palestinesi arrivano sino alle elementari poi, se i ragazzi vogliono proseguire, devono uscire dal campo. Ma non tutti hanno i mezzi per poterci andare, perché, oltre tutto, costa il trasporto e costano i libri. Questo fa sì che la popolazione palestinese viva in una sorta di apartheid, anche in Libano». Alla domanda sul possibile futuro per i palestinesi, Vittorio Arrigoni aggiunge: «Platone affermava che solo i morti hanno visto la fine delle guerre. A Gaza è così».

E Sami prosegue dicendo: «Per ora c’è la resistenza della gente in Palestina. Noi che siamo in Italia dobbiamo impegnarci per non far morire la causa palestinese. Loro fanno la loro parte, noi dobbiamo fare la nostra da qui, attraverso le istituzioni e i partiti, altrimenti da soli non possono farcela. Stanno già facendo abbastanza. Nell’immediato siamo messi male. I palestinesi sono stanchi, ma continuano a resistere. La nostra storia ha registrato momenti bui, dai quali però siamo sempre risaliti. Quando promuoviamo iniziative qui in Italia, esiste solidarietà fra la gente comune.

Per esempio, abbiamo partecipato a un’iniziativa in un locale dell’Arci, frequentato da ragazzi di 20-25 anni. Non sapevano niente, però erano interessati a capire, ad approfondire, a creare contatti. Ho visto la solidarietà nelle nostre sezioni durante l’invasione di Gaza e quando c’è bisogno di promuovere qualche campagna. C’è tanta gente che solidarizza con la nostra causa. Gente comune, però, non gente di potere».

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