Oltre il fallimento degli obiettivi del millennio
Guido Barbera
Non può non essere in crisi una cooperazione che si astragga dalle realtà di vita della gente, che continui a imporre come dogmi le politiche liberiste, che sia attenta solo al mercato e non alle persone e che si limiti a distribuire un po’ di aiuti. Perché la cooperazione non è elemosina. Assistenzialismo. Aiuto.
La cooperazione internazionale è ancora in crisi. Forse in agonia totale. Nei suoi contenuti, nei suoi strumenti, nelle sue regole, nella sua stessa identità.
Per convincersene basterebbe soltanto riflettere un attimo sulle infinite promesse, mai mantenute, dei vertici G8 o dei Summit delle Nazioni Unite. Gli Stati forti e potenti, bisogna pur dirlo, non credono alla cooperazione. Hanno altro cui pensare: la lotta al terrorismo, il mantenimento della propria egemonia economica e politica, la ricerca di un consenso difficile da parte di società vecchie che non vogliono rinunciare ai propri privilegi, i crescenti flussi migratori, lo spauracchio della sicurezza. La cooperazione e gli aiuti nei confronti dei paesi poveri diventano una sorta di optional, di appendice di colore. Con il risultato che i poveri si sentono sempre più presi in giro.
Basterebbe riflettere un attimo sul fallimento disastroso degli obiettivi del millennio, per sentirci ricoperti dal ridicolo e per dire che è ora di cambiare radicalmente registro. Intanto si susseguono convegni, dibattiti internazionali, prese di posizione politiche che rilanciano, in modo sempre meno credibile, i temi di sempre. Senza voler andare in profondità. Perché andare in profondità significherebbe avere il coraggio di dire che il difetto sta nel manico. In un modello di sviluppo che polarizza sempre di più la ricchezza nelle mani di poche persone. In un sistema di relazioni e di leggi di mercato dove i più deboli sono sempre svantaggiati (si vedano le regole dell’organizzazione mondiale del commercio, o le formule della Banca mondiale, o del Fondo monetario internazionale).
Nell’imposizione di un’ideologia liberista e di un pensiero unico fabbricato dai ricchi e dai forti a proprio vantaggio esclusivo. In un sistema dove la sicurezza è garantita non dalla ricerca del dialogo e dell’incontro, ma da armamenti sempre più sofisticati. Nel rifiuto della condivisione e della redistribuzione di una ricchezza che si concentra sempre più nelle mani di una minoranza. Mentre nel Mediterraneo si moltiplicano le carrette della speranza e della disperazione che cercano rifugio in un’Europa sempre più chiusa in se stessa. Non può non essere in crisi una cooperazione che si astragga da tutte queste realtà e che si limiti a distribuire un po’ di aiuti. Perché la cooperazione non è elemosina. Assistenzialismo. Aiuto. Se così fosse, basterebbe stanziare (cosa anche questa non semplice, ma fattibile) un po’ più di soldi, arrivare al fatidico 0,7% del Pil, per risolverla. Non è così.
Giustizia internazionale
La cooperazione e la solidarietà internazionali si pongono oggi come la cartina al tornasole di quella che potremmo definire giustizia internazionale. Vanno a “mettere il naso” dappertutto. Non condizionano solo la politica estera, ma anche la politica interna e la politica commerciale. Si insinuano dentro le politiche nei confronti degli immigrati e dei rifugiati. In una parola, vogliono dire una parola su tutto. E non possono che fare così se vogliono rispondere alla domanda di diritto e di diritti per tutti.
Ma ciò significa mettere in crisi le scelte economiche e politiche fatte dai paesi ricchi e forti. Significa dire, anche se può apparire eretico sia a destra che a sinistra, che non è vero che la crescita è neutrale, la panacea di tutto. Quella della crescita è un’ideologia fatta apposta per garantire ai ricchi l’aumento della loro ricchezza. Significa mettere in crisi l’iniqua distribuzione della ricchezza.
Perché, ci azzardiamo a dire, il problema vero del mondo di oggi non è la povertà, ma la ricchezza concentrata sempre di più nelle mani di pochi. Il mondo di oggi ha ricchezze sufficienti per garantire la vita a tutti i suoi abitanti. Basterebbe mettere in atto politiche adeguate allo scopo. La cooperazione, se vuole davvero essere se stessa, deve essere attenta non tanto alle strutture o alle infrastrutture, ma alle persone.
Deve divenire motore trainante di un cambiamento politico, economico, ma anche culturale, che ponga i diritti di tutti e il loro rispetto al centro di ogni scelta. Raccontano che Padre Louis Lebret, uno dei maestri ispiratori dell’enciclica “Populorum Progressio”, una sera, mentre era a tavola con politici, banchieri e imprenditori, chiese loro di dare una definizione dello sviluppo. Le risposte spaziarono dal reddito pro capite al numero dei letti negli ospedali, dai chilometri di strada asfaltata per abitante al capitale investito in infrastrutture.
Dopo averli ascoltati, Lebret replicò loro: “Sviluppo è garantire la felicità delle persone. Pensateci bene prima di spendere soldi in strade e infrastrutture”. La cooperazione internazionale non è il “fondo di beneficenza” di un paese, quanto piuttosto l’anima della civiltà: base essenziale per costruire convivenza e benessere, nel rispetto della dignità e dei diritti di ogni essere umano. Nei momenti di crisi economica, la politica che investe in cooperazione sociale ed internazionale, contribuisce in maniera determinante ad affrontare i problemi sociali, nazionali ed internazionali. I tagli alla cooperazione, viceversa, aumentano i problemi e le tensioni, producendo maggiori costi. La cooperazione è la politica “più economica e più efficace” per costruire la sicurezza. Una politica di ponti, non di muri. Una politica di rispetto non di rigetto. Una politica di civiltà, di fatti, non di promesse.






