Cipsi
Banner
Sei in: Home page / Anno XXI / n. 1 Genn. 2010 / Così lontano, così vicino

Così lontano, così vicino

Approfondimenti

Incontro con il Bangladesh

Niccolò Rinaldi

Un paese sovrappopolato, con il 50% della popolazione al di sotto dei 15 anni. Adagiato sul delta del Gange rischia, con i cambiamenti climatici, di venire sommerso dall’acqua. Una democrazia che pratica l’alternanza, ha solide istituzioni e un primo ministro donna. Un paese in bilico tra dannazione e gioia.

Dacca - Ogni città, anche la più fetida, ha qualche seme di bellezza: a Khartum tra nugoli di zanzare appare la torbida confluenza del Nilo Bianco e del Nilo Azzurro, nello squallore generale di San Josè si erge un teatrino barocco impeccabile, il canaio di Lagos si sfoga nel fascino di un grande porto sull’Atlantico.

Ma Dacca no, è avvolta da una bruttezza sistematica, senza scampo. Tutto vi concorre, a cominciare dagli stessi elementi primari: il fango è sempre in agguato, l’aria è pessima, il rumore infernale. Non c’è un angolo “antico”, gli edifici di origine coloniale sono un paio e insignificanti, non si è ritagliato un parco, un luogo di raccoglimento, una moschea che ispiri. Ovunque c’è la minaccia del brutto: costruzioni moderne non finite e prive di qualsiasi armonia, un magma di strade sconquassate e sudice, baraccopoli sterminate. Il traffico è il peggiore in cui mi sia mai imbattuto - e ne ho viste - e i marciapiedi, anzi i bordi della strada, ospitano nel disordine ogni miseria umana.

Dacca, una bruttezza sistematica

Dunque, nessun senso è appagato a Dacca, tutti ne sono offesi. Qui non c’è la nobile povertà di Bombay cantata da Geoffrey David Roberts in “Shantaram”, i disastri di Lagos amati da Kapuchinski, la Calcutta altare di esercizi spirituali con Madre Teresa; nessuno ha mai scritto di Dacca, nessuno del resto va a Dacca. Non è luogo per i turisti, e nemmeno per trafficanti o uomini d’affari. A Dacca ad andarci sono solo gli emigrati che tornano a casa, gli emigrati del Bangladesh che, con i loro dieci miliardi annui di rimesse, offrono la prima voce di entrata di capitali nel paese.

Del resto, non c’è molto da fare in questo paese stralunato, senza materie prime, privo di interesse per i turisti, senza le eccellenze indiane e cinesi, senza la classe dirigente “pesante” del Pakistan, senza capitali; terra di investimento per aziende tessili (la Ferrari, tra i tanti, fa qui le sue magliette) spesso, ma non sempre, in condizioni di sfruttamento, o per lo smantellamento di navi (a Dacca per due lire si trovano arredi nautici favolosi). Resta solo il “capitale umano”, la dannazione e la gioia di questo paese sovrappopolato. È un capitale in aumento, con il 50% della popolazione che ha meno di 15 anni; ed è un capitale povero, con il 30% dei 150 milioni di abitanti che non arriva al minimo di calorie giornaliere. Per loro l’Europa dona circa 450 milioni di euro all’anno - detto così non pare poco, ma di fatto sono tre euro pro capite all’anno...

Non solo. Quasi tutto l’aiuto è destinato allo sviluppo rurale, nelle sue varie forme. A una riunione con le organizzazioni non governative internazionali, almeno una ventina, chiedo chi lavori nelle città - nessuno. Incontro vari ministri - e anche qua nessun investimento sulla dimensione urbana. Eppure, sono tutti in queste strade sovrappopolate, in quelle fetide baraccopoli, nei mercati spontanei che danno lavoro e sfamano a milioni. Tra pochi anni, UNDP docet, oltre metà della famelica popolazione del Bangladesh si arrabatterà nelle megalopoli.

A Dacca sono già dodici milioni. Ma non ci sono interventi per i “cittadini”: non c’è paradossalmente quasi alcun investimento su fognature, piccole infrastrutture, centri civici di quartiere, generatori e accesso all’acqua, microcredito, formazione professionale per il magma dell’economia popolare della strada - volgarmente chiamata “informale”, anche se altroché se è “formata”, ma segue regole (forme di apprendimento, ripartizione degli spazi, ruoli rispettivi) codificate in barba ai nostri canoni.

La dignità delle donne

Invece, quel poco che s’investe è soprattutto per le campagne. Sono speciali, in Bangladesh, di un verde scintillante, luminoso, ma anch’esse inchiodate alla povertà estrema. A cinque ore a nord-ovest di Dacca ci sono un gruppo di donne “ultra-poor”. Sono tutte sole con figli a carico, abbandonate dai mariti, spesso seviziate. Seguono un corso di formazione e ci regalano dei tappeti con grossi nodi e un senso cromatico elegante. Al termine dell’apprendistato, a ciascuna viene offerta anche l’apertura di un proprio primissimo conto bancario, di 5 euro... Sono donne riservate e sofferenti, ma regali nella dignità, nel portamento, nel modo in cui indossano la misera ma colorata tunica. Come altrettante divinità del focolare, incarnano la tenacia di questo popolo, quella stessa bellezza dell’umanità che si sguinzaglia nelle città. Perché, tornati tra quei tubi di scappamento, si è avvolti tanto dalla miseria quanto dalla voglia di vivere, di esserci, di andare avanti, malgrado tutti. Nonostante tutto è nel formicolare di questa folla che si esprime un’umanità formidabile, forte, che s’intrufola dappertutto, occupando ogni centimetro quadrato e declinando una vera gioia di vivere. Un mercatino A tarda sera, visito ciò che resta aperto d’un mercatino. Entro da un barbiere, un bugigattolo due metri per due. Sono in quattro a lavorare simultaneamente su altrettanti clienti, non c’è acqua corrente e nemmeno un bancone sotto gli specchi (quelli ci sono). Gli attrezzi sono riposti in una borsa ai piedi di ogni ragazzo (sono personali?) e con cura, usando rigorosamente solo forbici e mai rasoio, mi faccio tagliare i capelli. Risultato impeccabile, con diritto di supplemento ed energico, formidabile, massaggio alla testa. Il tutto per tre euro, e grandi sorrisi, e una chiacchierata tranquilla, tra me e il giovane barbiere, tra gli avventori del microscopico locale e vari passanti che interloquivano. Non percepisco traccia di nervosismo, nemmeno di angoscia, e torno in albergo, al buio, confortato dalla buona reputazione di Dacca quanto a sicurezza.

La democrazia

Del resto il Bangladesh sfata parecchi stereotipi - ad esempio che l’Islam sia incompatibile con la democrazia. Questo terzo più grande paese musulmano al mondo pratica una democrazia ancora incerta che conosce l’alternanza, un vero parlamento, ministri preparati, una stampa libera. E l’islam sarebbe inconciliabile con l’affermazione della donna? E invece qui il primo ministro è una gentile signora di ferro di un’antica dinastia politica che ci riceve con idee chiare, e anche la ministra degli esteri è donna, e pure il leader carismatico dell’opposizione. Si pratica la tortura, per non parlare della solita corruzione endemica, ma la natura è stata generosa verso gli animi di queste persone, che animano una società che ha una sua coesione e che nonostante tutto appare libera da isterismi collettivi.

Sarà un’antropologia della dolcezza, indispensabile contrappunto alla cattiveria del clima. Piogge torrenziali e inondazioni sono ogni anno appuntamento luttuoso per il Bangladesh. Le autorità negli ultimi anni hanno cominciato ad attrezzarsi e le vittime sono drasticamente diminuite, a forza di piccole misure a basso costo: individuare con anticipo rifugi per bestiame e popolazione, animatori di villaggio che armati di megafono informano e coordinano l’evacuazione, ascolto dei bollettini meteorologici, innalzamento del livello del terreno (con seimila euro, duecento famiglie di un villaggio sono messe al riparo dalle alluvioni).

Piccole cose che salvano vite e vite, ma non proteggono verso il cataclisma dell’innalzamento del livello del mare. I calcoli sono facili: se l’acqua cresce di 0,8 metri, il 20% del paese sarà sommerso. E la stampa britannica ha riportato la stima di venti milioni di bengalesi che si rifugeranno nel solo Regno Unito richiedendo asilo climatico. Venti milioni. Sarà pure una previsione esagerata, ma anche fossero la metà...

L’invasione sarebbe la “vendetta dello straccione”, dato che del cambio del clima siamo responsabili noi occidentali, coi cinesi, mentre il Bangladesh, nababbo di gente è pur misero in emissioni. Sono tutti numeri poco conosciuti in Europa. Ma faremmo bene a ragionarci sopra, per evitare questa superficialità su questioni capitali - la vita di milioni di persone, gli impatti nelle politiche d’immigrazione.

Il Bangladesh è vicino all’Italia

Dunque Dacca o Chittagong si preparano ad estendere i loro tentacoli fino alle nostre città. Il Bangladesh è vicino vicino, quasi un fratellino lontano e povero, se si pensa che dopo il Regno Unito la prima destinazione dell’emigrazione bengalese in Europa è proprio l’Italia. Li vediamo nelle nostre città, piccoli, instancabili, dall’apparenza melanconica ma serena, mai un problema di sicurezza - proprio come nel canaio di Dacca. Li vediamo fino a tarda ora a vendere fiori, lavoretto umile ma già nobilissimo, vendere fiori. Si pensi da dove vengono, da quale natura minacciosa, da quali città mostruose, a Dacca ci si mandi a fare una girata i razzisti di casa nostra. Almeno, tra quella polvere, apprenderanno una forma del sorriso.

Commenti
Nuovo
Nome: *
Email: *
 
Website:
Titolo:
Prima di commentare, inserisci il codice che compare in questo box.
I campi contrassegnati con * sono obbligatori.

!joomlacomment 4.0 Copyright (C) 2009 Compojoom.com . All rights reserved."

E-mail Stampa
 
Sei in: Home page / Anno XXI / n. 1 Genn. 2010 / Così lontano, così vicino