Banca Mondiale e vertice di Copenaghen
Luca Manes
Robert Zoellick, presidente della Banca mondiale, ha portato a casa l’ennesimo fondo ambientale da gestire in quasi totale autonomia e la consapevolezza che in materia di lotta al surriscaldamento globale il ruolo dell’istituzione da lui guidata nei prossimi mesi sarà destinato a crescere.
Il balletto delle cifre
Il lancio dell’iniziativa SREP (Scaling up Renewable Energy in Low Income Countries), annunciato dalla Banca mondiale all’inizio della seconda settimana di negoziato, è rientrato in pieno nel balletto delle cifre diramate dai governi e dalle istituzioni nei convulsi giorni del summit, senza però riuscire a nascondere il reale nulla di fatto del negoziato multilaterale.
Più che “un programma unico per sostenere l’aumento degli investimenti nelle energie rinnovabili nei paesi poveri”, con i suoi 250 milioni di dollari complessivi la SREP è servita a gettare fumo negli occhi ai non addetti ai lavori. Prima di tutto perché non si tratta di fondi messi a disposizione e gestiti a livello multilaterale dalla Conferenza delle parti. Al contrario, parliamo di finanziamenti a un fondo verticale, gestito dalla Banca mondiale, accessibile solamente a esecutivi che hanno un programma aperto con la stessa e che rispettano le condizioni imposte dai banchieri di Washington. Un’iniziativa davvero minima se rapportata ai finanziamenti globali necessari per il trasferimento di tecnologie ai paesi del Sud. Finanziamenti nell’ordine di centinaia di miliardi all’anno, di cui almeno 150 necessari per coprire i costi dell’adattamento ai cambiamenti climatici. Ma è un provvedimento risibile nelle dimensioni anche se paragonato ai diversi miliardi (tra i quattro e gli otto) che gli stessi governi hanno promesso all’altro fondo fiduciario istituito dalla Banca mondiale, il Clean Technology Fund, destinato principalmente a finanziare nuove centrali a carbone, il più inquinante tra i combustibili fossili, nelle economie emergenti.
Una torta ancora più grossa
In realtà nei corridoi del Bella Center, il mega centro congressi dove si è tenuto il summit, sono circolate diverse indiscrezioni sul fatto che la Banca mondiale si potesse ritrovare tra le mani una torta ancora più grossa. Non è escluso che i 100 miliardi di dollari l’anno entro il 2020 promessi dai paesi ricchi a quelli poveri – uno dei pochi risultati concreti, seppur molto parziali, di Copenhagen – potrebbero essere amministrati in tutto o in parte dai banchieri di Washington. Per carità, nello striminzito documento finale della COP 15 – che sembrava più un comunicato di un G8 che di un assise delle Nazioni Unite – non si fanno specifiche menzioni in merito, però nei prossimi mesi ci potrebbero essere sviluppi a dir poco sorprendenti.
Un’eventualità che ha preoccupato e preoccupa molto le realtà della società civile internazionale e che non va troppo a genio nemmeno al G77, convinto che debbano essere le Nazioni Unite a dover veicolare i fondi per l’adattamento al surriscaldamento globale. Secondo le analisi delle principali Ong ambientaliste del pianeta condotte in base ai dati resi pubblici dalla stessa World Bank, la più grande istituzione multilaterale di sviluppo tra il 2007 e il 2009 ha distribuito in media 2,2 miliardi di dollari l’anno in favore di progetti per l’estrazione dei combustibili fossili. Per le fonti energetiche rinnovabili sono stati stanziati solo 780 milioni l’anno.
E pensare che nel 2004 un rapporto indipendente commissionato dalla stessa Banca mondiale e condotto sotto i suoi auspici aveva raccomandato un’immediata sospensione dei finanziamenti per il carbone e il taglio dei fondi per il petrolio entro il 2008. Un invito ignorato senza troppe remore dai vertici dell’istituzione, come già era accaduto in precedenza con l’invito a smettere di foraggiare il settore delle grandi dighe.
Le emissioni globali
Come se non bastasse, la Banca promuove con decisione l’espansione del mercato dei crediti di carbonio e gestisce 11 Carbon Fund per un ammontare complessivo di circa 2 miliardi di dollari. In questo modo la World Bank non solo non contribuisce a ridurre le emissioni globali, ma addirittura rischia di aumentare l’instabilità finanziaria internazionale, dal momento che la maggior parte degli scambi di crediti e riduzioni di emissioni avviene sul mercato secondario.
Ovvero quello pericolosissimo dei derivati, già oggetto di importanti operazioni speculative da parte dei grandi investitori. Un aspetto, quest’ultimo, poco considerato dai negoziatori del Nord del mondo presenti a Copenhagen. Nel caso di una nuova bolla speculativa con origine in questo mercato di derivati, la Banca sarebbe in cima alla lista dei responsabili per gli impatti devastanti che si verificherebbero soprattutto nei paesi più poveri e più vulnerabili ai cambiamenti climatici.
Una prospettiva che, per un’istituzione che ha nel suo mandato la lotta alla povertà, sarebbe inaccettabile.






