Copenhagen vista dal movimento
Emilio Molinari
I re sono nudi. Anche Obama. Cancellate tutte le emergenze dalla crisi dell’acqua, alla crisi alimentare; dalle migrazioni alla respirabilità dell’aria. Il movimento deve ripensarsi e riprendere i fili di un’azione che ha bisogno di modalità e gambe nuove.
Su Copenhagen hanno scritto in molti, Riccardo Petrella e Paolo Cacciari hanno meglio di ogni altro illustrato il fallimento che si è consumato in questo appuntamento. Non avrei perciò nulla da aggiungere su questo piano, se non riassumere il fallimento globale.
Fallimento della politica mondiale, delle istituzioni internazionali, nazionali e locali, dei sindacati e fallimento dell’orizzonte strategico dello “sviluppo sostenibile”, dell’ecologia come “occasione” di crescita economica. Non è una novità, se non che in Copenaghen erano state riposte così tante aspettative e la questione climatica era stata tanto enfatizzata e assolutizzata da mostrare oggi che i “Re” sono nudi, Obama compreso, e il mondo privo di un qualsiasi governo politico.
Cancellate le emergenze
All’insegna dell’assoluta priorità della crisi climatica, sono state cancellate tutte le emergenze: la crisi mondiale dell’acqua, la crisi alimentare (un miliardo di affamati e un miliardo di obesi), tre miliardi di persone sotto la soglia di povertà, 200 milioni di profughi ambientali, le migrazioni bibliche, la stessa crisi energetica come crisi dei combustibili fossili e la stessa crisi dell’aria come sua respirabilità. Tutto riassorbito dalla riduzione dei gas serra senza produrre risultato alcuno dal momento che, Usa in testa, nessuno dei paesi ricchi o in via di diventarlo vuol ridurre o cambiare quei consumi che rappresentano lo stile di vita americano a cui tutti fanno riferimento. Ma ripeto è già stato detto tutto: rimane, ed è di questo che vorrei parlare con franchezza, un bilancio del nostro agire come società civile. Del movimento, quello dei Forum sociali mondiali e quello dell’acqua in particolare.
L’azione della società civile
L’acqua era esclusa dai negoziati sul clima, lo si sapeva. Riccardo Petrella l’aveva denunciato per tempo e aveva iniziato a costruire un percorso di relazioni istituzionali per portare dentro Copenhagen la questione del diritto all’acqua attraverso uno specifico protocollo. Quel diritto all’acqua che il Forum mondiale a Istanbul aveva negato e dove s’era avuto sentore che proprio sulla crisi dell’acqua sarebbero ricadute le scelte possibili indotte dalla crisi climatica e dagli interrogativi energetici. Di fatto con uno spostamento delle priorità dell’offerta di acqua verso gli usi energetici: idroelettrico e biocombustibili. L’idea di un protocollo aggiuntivo fu lanciata alla conferenza di Bruxelles “Fare Pace con l’Acqua” organizzata l’11–12 febbraio 2009 dal World Political Forum su iniziativa dello IERPE, l’istituto presieduto dal prof. Petrella.
Questi i punti salienti:
1. Inclusione dell’acqua nell’agenda dei negoziati.
2. Processo multilaterale in vista di un protocollo.
3. Creazione di un’autority mondiale a livello dell’Onu.
Da questa conferenza è nato un Memorandum da sottoscrivere da parte di governi e movimenti, con le ragioni dettagliate e gli obiettivi dell’acqua a Copenhagen. Alla fine i molti tentativi di portare l’acqua dentro i negoziati sono stati sostanzialmente bloccati dai filtri posti dall’organizzazione del Summit e per la decisa opposizione dei i governi Usa e Ue. L’idea di Riccardo Petrella era un’idea forte. Ma le idee, anche se buone, non bastano a convincere i potenti e spesso non basta l’azione di lobby, il vero problema è quello delle gambe sulle quali si muovono le idee e le proposte. Prima di tutto i movimenti reali e la loro capacità di suscitare interesse tra la gente e nella politica. A Copenhagen alcuni movimenti erano direttamente coinvolti dai temi del negoziato: il movimento dell’acqua, i movimenti della terra e della sovranità alimentare, a partire dai Sem Terra fino a Via Campesina, i movimenti contro le dighe in tutto il mondo. Noi abbiamo provato a suscitare incontri, ma occorreva una direzione sufficientemente forte da determinarne la convergenza. Il Comitato italiano per un contratto mondiale sull’acqua e il Cevi hanno cercato di riempire molti di questi vuoti. Prima di tutto abbiamo condiviso l’idea dell’importanza di Copenaghen e del Protocollo. L’abbiamo portata nel movimento italiano, abbiamo promosso incontri internazionali con lo scopo di sensibilizzare gli esponenti delle reti continentali dell’acqua, l’abbiamo inserita in tutte le dichiarazioni emerse dagli incontri internazionali: dal Forum mondiale alternativo dell’acqua di Istanbul, al Forum sociale mondiale di Belem. Infine, con gli esponenti dei movimenti internazionali dell’acqua, siamo stati gli animatori della Conferenza alternativa svoltasi nei giorni del negoziato. Potremmo dire: il nostro “dovere” l’abbiamo fatto.
I limiti dei movimenti
Personalmente invece penso che tutti noi, “dalle teste pensanti” ai movimenti dell’acqua, dai movimenti sociali alle Ong, ai sindacati, ecc. dovremmo per un attimo interrogarci se abbiamo fatto tutto quanto era in nostro potere, per conseguire qualche risultato positivo. Parlo dei movimenti dell’acqua, ma potrei parlare dell’insieme del movimento dei Social Forum. Se penso al movimento dell’acqua, il Forum italiano dei movimenti è rimasto sostanzialmente indifferente, le reti internazionali si sono limitate ad un’adesione passiva, diventata più attiva nei giorni dei negoziati e protesa al gioco interno al summit. Tutto si è svolto da una parte per idee, dall’altra per relazioni istituzionali ai vertici necessarie a conseguirle. I movimenti reali, intesi come movimenti di lotta e di opinione tra i cittadini, non sono né stati coinvolti, né quindi si sono mobilitati per l’occasione. In un anno non sono state pensate o organizzate iniziative di coinvolgimento dell’opinione pubblica dei vari paesi, né sono state coordinate le ricadute sui governi nazionali e locali. Come sempre ognuno prosegue secondo le sue abitudini, le sue priorità, le sue propensioni, la sua autoreferenzialità. Divisi tra l’agire lobbista verticistica e l’organizzazione protestataria di piazza, in mezzo il vuoto. Questo è l’agire di tutto il movimento dei Social Forum. Da dieci anni il Forum sociale mondiale si riunisce senza mai scegliere alcune battaglie e obiettivi su cui far convergere tutte le forze, penso ad esempio al riconoscimento dell’acqua come diritto umano e bene comune. Durante gli appuntamenti delle istituzioni internazionali non si cerca un contenuto che faccia da comune denominatore. “Non si facilitano” relazioni stabili tra movimenti che oggettivamente hanno in comune una narrazione, come i movimenti dell’acqua e quelli della terra e del cibo. Ma sopratutto, mai si costruiscono prima, molto prima, campagne capaci di sollecitare coinvolgimenti e pronunciamenti delle istituzioni locali, degli “opinion mediatici”, degli uomini di cultura, dello spettacolo, dei premi Nobel e premi Oscar, delle autorità religiose, cercando di rendere attiva una pluralità di soggetti sui contenuti e sull’appuntamento in questione. In una parola, manca il lavoro di un movimento che si prepara all’evento, costruisce alleanze e sinergie, determina quella massa critica sufficiente a diventare soggetto e notizia per l’opinione pubblica e contraddizione per partiti e governi. Mi chiedo: sarebbe stato diverso se avessimo agito in tal senso? Voglio fare un esempio che rischia di essere autoelogiativo. In occasione del G8, coscienti che già in quell’occasione era importante mettere in atto una qualche iniziativa che facesse parlare del diritto all’acqua a Copenhagen, ci siamo “inventati” una lettera ad Obama, sottoscritta da centinaia di personalità italiane di fama internazionale: premi Nobel, premi Oscar, registi, scrittori, attori, giornalisti, scienziati, religiosi. In un certo senso abbiamo determinato un movimento di opinione tra persone capaci di farsi sentire dai potenti. Da soli e con le sole nostre limitate capacità non siamo però riusciti a diventare un “evento” mediatico, ma la domanda è: se tutto il movimento dell’acqua si fosse impegnato in tal senso, se le reti internazionali avessero fatto altrettanto verso gli intellettuali dei loro paesi, si sarebbe determinato un moto culturale internazionale capace di trasformarsi in evento significativo in vista di Copenhagen? Ne saremmo usciti con nuovi alleati al nostro fianco? Sono fuori dal tema? Spero di no, queste cose da tempo mi stanno sulla punta della penna e sono sicuro che non sono rinviabili... diciamo che ho solo colto l’occasione.






