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Il flop di Copenhagen

Il vertice sui cambiamenti climatici

Ufficio stampa Greenpeace Italia

I leader hanno chiacchierato e proposto, ma non hanno raggiunto niente, mentre il nostro pianeta rischia di subire conseguenze gravissime. Alla fine un accordo di facciata, non vincolante, ha deluso le attese di tutti.

Il testo finale dell’Accordo di Copenhagen, promosso da Usa, Cina, India, Brasile e Sudafrica, non definisce alcun obiettivo vincolante per la riduzione di gas serra emessi nell’atmosfera e per il contenimento dell’innalzamento della temperatura del pianeta.

 

I leader hanno chiacchierato e proposto, ma non hanno raggiunto niente, mentre il nostro pianeta rischia di subire conseguenze gravissime. I due gradi erano l’obiettivo stabilito nel G8 de L’Aquila come limite massimo per l’innalzamento della temperatura sul pianeta, oltre il quale le conseguenze sarebbero catastrofiche e irreversibili. Il limite proposto nel 2007 dal quarto rapporto dell’Ipcc, la commissione intergovernativa sui cambiamenti climatici dell’Onu, doveva servire come base anche per il vertice di Copenhagen; in realtà un gruppo di governi raccolti nell’Alliance of Small Island States (AOSIS) aveva proposto addirittura come innalzamento massimo 1,5°C, per evitare alle proprie isole di essere sommerse.

Nessun accordo vincolante

Il problema principale rimane, però, quello che a Copenhagen non è stato trovato nessun accordo vincolante. Le delegazioni presenti hanno infatti riconosciuto la necessità di mantenere la temperatura globale entro un aumento di 2°C, ma non hanno fornito nessuna soluzione concreta. Risulta oramai chiaro, in realtà, che le emissioni dei paesi industrializzati andrebbero ridotte del 40%, ridotta la crescita delle emissioni dei paesi in via di sviluppo e fermata la deforestazione, fino ad arrivare a misure ancora più drastiche nel 2050. Unici segnali positivi ma confusi, rimangono la creazione di un fondo per la conservazione delle foreste e l’aiuto economico per i paesi in via di sviluppo che dovrebbe arrivare ai 100 miliardi di dollari annui, anche se rimane ancora oscuro come e chi debba finanziare questo fondo. Il vertice di Copenhagen, insomma, per tutti questi aspetti può essere considerato un vero e proprio flop.

Conseguenze devastanti

Anche la presenza di Obama non è servita più di tanto a smuovere la situazione, come già successo nel 1997 con il protocollo di Kyoto, in cui l’allora vice-presidente Al Gore prese impegni concreti che poi il senato americano non ratificò. L’accordo con i paesi emergenti non si può trovare per una semplice questione di cifre. Gli Usa propongono la riduzione delle emissioni del 17% entro il 2020, che però se rapportata al 1990, anno di riferimento per gli accordi di Kyoto, si riduce ad un 3-4%. Decisamente poco rispetto al 20% proposto dall’Unione europea e ancora meno rispetto al 25/40% richiesto dalla comunità scientifica.

 

Questa situazione non ha certo aiutato paesi come India e Cina (che nel frattempo ha superato gli Usa nelle emissioni di CO2) a proporre soluzioni alternative, in quanto il tempo di sospensione di gas serra nell’atmosfera è di circa un secolo, dunque la responsabilità della situazione attuale è da attribuire ai paesi di più lunga industrializzazione. Con gli impegni presi e quelli in via di approvazione, compresa la normativa Usa ancora in discussione, l’Ipcc prevede un aumento della temperatura globale di oltre 3°C. Le conseguenze per l’ambiente sarebbero devastanti. La foresta amazzonica potrebbe diminuire nella misura dell’80%, le specie in via di estinzione salirebbero tra il 15 e il 40%, la popolazione sottoposta a rischio idrico salirebbe, invece, dall’attuale miliardo a 3,2 miliardi. Aumenterebbe inoltre la popolazione sottoposta a rischio malaria e malattie tropicali in genere.

 

Altro fattore, l’innalzamento del livello del mare dovuto allo scioglimento dei ghiacciai. Ciò metterebbe a rischio, ogni anno, dai 2 ai 15 milioni di persone in più. Tutto questo significa 200 milioni di “profughi del clima” previsti per la metà del secolo. Il rischio innalzamento del mare riguarderà anche la nostra penisola, in modo particolare saranno coinvolti il nord dell’Adriatico, con Venezia e l’area del delta del Po, lo Ionio e alcune aree del Tirreno. L’aumento della temperatura globale avrà, in definitiva, conseguenze pesantissime per tutto il pianeta. Diminuirebbero le risorse vitali, quali acqua e cibo, e aumenterebbero pertanto i conflitti.

 

La necessità impellente è quella di riprendere i negoziati perché manca del tutto un quadro politico preciso a livello globale. Bisogna introdurre criteri di equità e solidarietà, fondamentali per governare questo processo. La base su cui lavorare, per una politica di salvaguardia del clima, sono le fonti rinnovabili e pulite per poter sviluppare una “economia verde”, base per una rivoluzione tecnologica verde e aiuto per chi subirà i danni dei cambiamenti climatici. Intanto entro il 31 gennaio 2010, data entro cui tutti i paesi avrebbero dovuto mettere nero su bianco i propri impegni di taglio delle emissioni, nessuno ha fatto nulla. Copenhagen, ad oggi, è ancor di più fallita. (www.greenpeace.it)

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