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Il fallimento del clima

Il tempo e i tempi

Roberto Musacchio

Era difficile pensare ad un esito così negativo della conferenza sul clima di Copenaghen. Per come è andata è stato anche meglio il non aver approvato sostanzialmente niente, piuttosto che qualcosa che stravolgesse definitivamente l’impianto del trattato di Kyoto.

Dunque è stata utile la contestazione arrivata da molti paesi latino americani e dagli stessi africani, che ha consentito a Ban Ki-moon di chiudere così. In questo modo si può pensare che i giochi restino aperti visto che c’è ancora un po’ di tempo a disposizione prima che termini la durata del trattato di Kyoto e per realizzare il nuovo trattato. Ma per uscire dalla crisi in atto bisogna cercare di comprenderne le ragioni e affrontare i nodi aperti. Ho già scritto altre volte che il passaggio dal primo al secondo trattato era difficile: come passare dall’aritmetica all’insiemistica. La portata dei tagli e la complessità dei fattori coinvolti crescono enormemente. Si poteva essere ottimisti perché il primo Kyoto era riuscito a sopravvivere agli attacchi di dieci anni di presidenze Bush.

 

L’arrivo di Obama induceva all’ottimismo ma, come dice il proverbio, dagli amici mi guardi Dio... Scherzi a parte, sul trattato di Kyoto si è abbattuto quello che possiamo considerare l’esordio del G2 e cioè una prova generale di nuova diarchia in sostituzione dell’unipolarismo Usa che coinvolge ora la Cina. D’altronde i due paesi condividono il record di massimi emettitori di CO2, avendo la Cina quello totale e gli Usa quello per abitante. Nessuno dei due nega l’esigenza di agire, ma entrambi recalcitrano allo schema Kyoto. Qual è questo schema? Quello di un trattato, cioè di un impegno vincolante e giuridico. Quello di date e obiettivi certi. Quello di meccanismi verificabili. Quello che richiede una gestione multipolare. Quello che domanda una ridiscussione di fondo delle politiche di sviluppo. Uscire da questo schema significa condannarsi all’impotenza come già accade per molti altri obiettivi del millennio.

 

Ma tenerlo in piedi richiede un salto in avanti deciso sulla strada di una nuova democrazia globale. Questo è il focus che proporrei alla nostra attenzione. Paradigmatica è la vicenda dell’Europa a Copenaghen. Dopo aver approvato con grandi sforzi e meriti un importante pacchetto clima non generico ma legislativo, l’Europa ha fallito a Copenaghen. Fallimento è la parola giusta per dire della sua mancanza di peso, delle sue divisioni e delle sue ipocrisie. Le stesse, e forse più gravi dato l’impegno prima profuso, di quelle palesate nella crisi economica. Un fallimento politico che ha ragioni politiche. L’Europa non ha scelto di andare fino in fondo e sul serio sulla strada di un soggetto politico compiutamente democratico e autorevole. Ma senza questi soggetti che rappresentino almeno democrazie continentali o subcontinentali è difficile, se non impossibile, affrontare i nodi aperti.

 

Vale per l’Europa, ma vale anche per l’America latina e l’Africa che sono chiamate a contrastare l’idea che dalla crisi dell’unilateralismo si esca con la diarchia e a spingere per un vero multilateralismo che chiede però un nuovo livello di democrazia a sostegno di scelte forti e coraggiose come quelle richieste per un nuovo trattato sul clima. Forse siamo ancora in tempo.

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