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Il viaggio interiore

Parole per dire

Cleophas Adrien Dioma

Ciao mi chiamo Arnaud, vengo dalla Costa d’Avorio e vivo in Italia da 5 anni. Con questa frase uno cerca di presentarsi. Con questa frase cerca di raccontare un viaggio. Con il nome, il paese d’origine e il tempo passato in questo paese cerca di riassumere la sua storia. È difficile raccontarsi in poco tempo. È difficile riuscire nel tempo a fare vedere quello che si è veramente. Raccontare il viaggio o i viaggi della vita.

Quello fisico, lo spostamento da un luogo ad un altro, e quello interiore: tutti i cambiamenti che succedono dentro i diversi momenti di questi viaggi. Le domande che ci facciamo. Le sensazioni. Gli incontri. L’imparare nuovi modi di vedere e vivere la vita. Una nuova lingua. Un nuovo linguaggio. Partendo dalla prima parte della presentazione si cerca di dire chi siamo. Mi chiamo Arnaud. Questo è il mio nome. In questo nome c’è tutta una storia. Perché Arnaud. Come mai i miei genitori mi hanno chiamato cosi. Dove lavoro, c’è una ragazza cinese che si chiama Xia Yu che significa La pioggia del mattino. È nata in una mattina di pioggia e sua madre ha tenuto a chiamarla così. Dunque in tutti i nomi ci sono delle storie. Storie che alla fine determinano qualche volta la nostra.

 

Quando sento il mio nome, mi giro sempre e cerco di capire chi mi ha chiamato. Ah sei tu, Paolo? Come stai tutto bene? Sono dunque Arnaud per me stesso ma anche per gli altri. Poi avrò un cognome che mi lega alla mia famiglia, a mio padre e qualche piccolo nome che mi lega agli affetti (gli amici, le persone che mi vogliono bene). Vengo dalla Costa d’Avorio. Il mio paese. La mia origine. Quello che non si può vedere. È lì e io sono qui. Posso solo raccontare. Raccontare la mia terra, la mia storia, la mia vita lì. Posso cercare di far vedere certe immagini. Ma alla fine è solo una cosa che ho dentro di me. E sarà sempre difficile riuscire a far uscire tutto quello che sento parlando del posto dove sono nato e da dove vengo. I legami affettivi e sentimentali sono sempre difficili da raccontare. Da cinque anni vivo in Italia: la mia vita italiana.

 

Quello che pensavo di questo paese e quello che ho visto quando sono arrivato. Come sono cambiato. Cosa ho incontrato. Come ho vissuto questi cambiamenti. Cosa ho preso, cosa non riesco a prendere. Come vivo la lingua, il rapporto con questa “nuova gente”. Tutti i casini interiori che mi provoca questo “incontro”. In questi cinque anni sarò diventato un po’ italiano? Come sento questa situazione? Il viaggio interiore. Lavorare sulla persona, sulle origini, sul tempo, partendo dal racconto autobiografico. Ma soprattutto ricordarsi che ogni incontro è un viaggio. L’incontro con l’altro, con una nuova casa, una nuova terra, un nuovo quartiere, un nuovo paese è sempre un viaggio. Perché è l’incontro, ma anche la domanda: chi sono io in questa realtà? Cosa posso cambiare in me per potere “incontrare” l’altro o l’altra cosa? In che modo posso mettere in gioco le mie certezze?

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