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Haiti, l’altro terremoto

Il terremoto che ha scosso Haiti ha suscitato emozione in tutto il mondo, ma ha anche distolto l’attenzione della pubblica opinione sulla realtà vera di questa mezza isola, collocata nei Caraibi. Ne è emersa l’immagine di un paese disperato, incapace, senza istituzioni credibili, che può sperare soltanto nell’aiuto dei paesi più ricchi. Primi fra tutti gli Stati Uniti d’America. Un’ingiustizia nell’ingiustizia.

A farne le spese innanzitutto gli haitiani definiti dalla Croce Rossa come “aggressivi” di fronte alla mancanza di cibo, mentre i giornali continuano a parlare di “gang che seminano terrore”. La storia, sia lontana che recente di questo paese, è invece emblematica di un rapporto di oppressione e di dominazione inumana da parte dei paesi più forti e più ricchi. Non abbiamo qui il modo di parlarne compiutamente, ma alcuni f lash ci paiono particolarmente significativi. Haiti, intanto, è stata la prima colonia latino-americana che ha conquistato l’indipendenza e l’abolizione della schiavitù. Siamo nel 1804. Haiti è colonia francese, ma gli haitiani si ribellano.

 

Napoleone manda ad Haiti più di cinquanta navi piene di soldati. I ribelli sconfiggono, però, la Francia e conquistano sia la liberazione degli schiavi, che l’indipendenza nazionale. Ma la terra era stata bruciata dall’abuso delle piantagioni e il paese bruciato dalla guerra. In più, la Francia impose un indennizzo di 150 milioni di franchi d’oro (21.700 milioni di dollari attuali). Haiti impiegò circa 120 anni per riuscire a pagare il “debito” e gli interessi usurai. Alla fine il paese apparteneva ormai alle banche degli Stati Uniti. Nel 1915 i marines sbarcarono nell’isola per una “missione civilizzatrice”. Vi rimasero diciannove anni.

 

La prima cosa che fecero fu occupare la dogana e l’esattoria. Ai neri - presidente compreso - era proibita l’entrata negli hotel, ristoranti e club esclusivi del potere straniero. Gli occupanti non osarono ristabilire la schiavitù, ma imposero il lavoro forzato per le opere pubbliche. E uccisero molto per “spegnere i fuochi della resistenza”. Si ritirarono nel 1934, lasciando al loro posto una Guardia Nazionale, contro i rigurgiti di democrazia.

 

Nel 1991 Jean-Bertrad Aristide, sacerdote e teologo della Liberazione, vince, con più di due terzi dei voti, le prime elezioni libere del paese. Aristide, prete ribelle, è di origine umile e incarna la speranza dei poveri. È il risultato di un processo di organizzazione popolare che doveva portare ad Haiti la giustizia sociale e, probabilmente, il socialismo. Egli assume la presidenza e adotta le prime misure contro la corruzione e il buco economico. Ma è deposto sette mesi dopo aver assunto l’incarico, con un golpe (e una strage).

 

I golpisti erano ufficiali militari e squadroni della morte, che in seguito si scoprì essere assoldati dalla Cia, la quale non voleva una nuova Cuba. Per febbraio sono previste le elezioni. Aristide vuole ritornare nel suo paese, la maggioranza degli haitiani rivendica la sua presenza sin dal golpe militare che lo ha deposto. Ma gli Usa non vogliono il suo ritorno. E l’attuale governo del presidente Preval, che dipende completamente da Washington, ha deciso che il partito di Aristide - il maggiore di Haiti - non sarà autorizzato a concorrere nelle prossime elezioni.

 

Intanto il paese è diventato un’appendice del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale. Nel 1970, Haiti produceva il 90% degli alimenti che consumava. Attualmente ne produce il 45%. Oggi Haiti importa il riso sovvenzionato degli Usa e i contadini haitiani coltivatori di riso, che erano la maggioranza, sono divenuti mendicanti nella periferia della capitale, o boat people. Solo alcuni accenni di storia di questo paese per fare un’amara considerazione: non esagerano coloro che parlano di un terremoto neoliberale più disastroso del terremoto naturale del 12 di gennaio 2010.

 

È un terremoto che da molto sta distruggendo la periferia di Port-au-Prince, così come tante altre periferie. Un terremoto che uccide coloro che sono troppo poveri e troppo neri per rivendicare diritti.

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