Le città del dialogo
Michele Zanzucchi
Corsa in taxi sotto la neve alla chiesa cattolica principale di Ürümqi dedicata a Maria Immacolata, assistere alla messa di Capodanno delle sette! Fuori ci sono 18 gradi sotto zero, dentro più o meno si raggiungono gli zero gradi.
La chiesa è nella penombra, e la ventina di presenti sta recitando una preghiera che assomiglia tanto al rosario. Tutti sono inginocchiati, e la massima parte di loro tiene la testa nelle proprie mani: la fede è forte, si taglia a fette. Un presepio assai gradevole alla vista, fornito di abbondanti luminarie, occupa lo spazio alla sinistra dell’altare, che a sua volta è addobbato con tre o quattro alberi di Natale che brillano ad intermittenza.
Padre Wong, sulla trentina, celebra la messa con giustezza e solerzia: la sua omelia parla della necessità che ogni cristiano rivesta le sue azioni di carità. Altrimenti non è seguace di Cristo. Al momento della comunione, in chiesa s’è ormai radunato un centinaio di fedeli. Sono 10 mila i cristiani nello Xinjiang, un terzo dei quali abita il capoluogo Ürümqi. Venti sono i preti, altrettanti i seminaristi e una trentina le suore. Un centinaio sono i battesimi all’anno, sostanzialmente necessari a compensare i numeri delle morti dei cattolici.
Qui non c’è distinzione tra Chiesa patriottica e Chiesa clandestina, non sembra che ve ne sia motivo, anche perché storicamente i cattolici sono sempre stati fedeli a Roma. Mons. Xie Ting Zhe è un uomo gioviale, sereno all’apparenza, dedito alla sua missione pastorale con tutto sé stesso: altro non ha nella vita. Le sue parole potrebbero sembrare ingenue, non considerare la difficoltà dell’essere cristiani, e cattolici in particolare, in Cina. Ma non è così, ovviamente. Egli conosce il bene del suo “popolo”, e si farebbe ammazzare piuttosto che mettere a repentaglio la sua esistenza. Nel suo studio modestissimo, con attigua la sua stanza da letto, c’è reale povertà. La lampada da scrivania, vecchia e traballante, ha più di vent’anni.
L’unico “spreco” sono le statue della Madonna: ne conto sei! Su una parete vedo affisso un calendario che riporta le immagini delle basiliche e delle Chiese romane. Gennaio è il mese di San Paolo: «Abito lì accanto», gli faccio. Il vescovo quasi si commuove, mi fà una carezza e mi dice: «Beato te». Lo Xinjiang è la sola regione cinese a contare una maggioranza di musulmani. Una terra che conta 13 etnie, 8 lingue e 7 religioni non è facile da condurre pacificamente, ma qui ci si riesce. E non è solo questione di pugno di ferro, o di guanto di velluto; qui i ministri delle varie religioni hanno imparato tra di loro il gusto della convivenza pacifica. Se scoppiano diatribe, queste caso mai avvengono all’interno delle singole fedi, e per motivi etnici più che religiosi. Così è con estrema naturalezza che il vescovo mi accompagna in visita a una delle moschee più originali che abbia mai visto, a pochi isolati dalla chiesa cattolica: sembra un tempio buddhista, o più ancora confuciano.
L’architettura delle costruzioni che formano un cortile – la più antica, la moschea vera e propria sembra avere poco più di due secoli – è assolutamente non differenziabile da altri luoghi di culto delle varie religioni cinesi, se non fosse per la modestissima mezzaluna che si nota sul tetto, sullo sfondo di una serie di recentissimi grattacieli che sembrano far corona (o minacciare, dipende dai punti di vista), l’insieme del complesso della moschea. Questo luogo di culto, in effetti, appartiene alla denominazione musulmana “più cinese” che esista, quella degli hui, rimasti per secoli fedeli al Corano e al Profeta, ma anche alle leggi prima dell’impero e poi della repubblica cinese. Accanto alla moschea, c’è la scuola coranica per i bambini e l’abitazione dell’imam riconosciuto da tutti, presidente della Chinese Muslim Association, che parrebbe un Confucio reincarnato, anche nell’aspetto semplice, dimesso, dalla barbetta cilindrica piccola e ben curata sotto il mento.
Ci accoglie con grande cordialità. Si parla della sua famiglia, dei due figli e delle due figlie, della mia professione, della festa del Kurbah, e si sbocconcella la treccia fritta della festa assieme a pistacchi e mandorle. Nella piazza della Grande moschea, anch’essa moderna, è stata eretta una torre-minareto che sfiora i cento metri di altezza. Ai suoi piedi, nella serata s’è fatto festa, e la si farà anche oggi. Su un grande e stamattina desolato palco – sul fondale campeggia anche qui un grande “Merry Christmas and Happy New Year” in tre lingue: inglese, arabo e mandarino –, due musici di tamburo aspettano assonnati e malinconici che la festa ricominci, imbalsamati nei loro colbacchi e nei montoni foderati di lana grezza, dinanzi ai loro silenziosi tamburi che consistono in normalissimi secchi di alluminio da stalla ricoperti da pelli grezze di pecora. Un soldato accetta di farsi immortalare, ma si rifiuta di sorridere: deve mantenere il suo contegno nella missione alta a lui affidata.






