Incontri: Claudio Bisio
a cura di Nicola Perrone e Francesca Giovannetti
Quando parla è semplice e serio. Ti accorgi subito che ha tante cose da dire. Lo incontriamo sul set di “Benvenuti a Sud”, il suo ultimo film che uscirà in primavera. Claudio Bisio non è un figlio d’arte. Ma è un umorista – come ama essere definito –, e anche attore, cabarettista, presentatore, comico, trasformista, impegnato nel sociale. Che si è ispirato a tre grandi: Dario Fo, Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci.
Un uomo che ama lavorare insieme agli altri, mai da solo. Non ha peli sulla lingua, e chi visita il suo blog (www.claudiobisio.it) può incontrare la sua libertà. Senza condizionamenti di nessun tipo. Ha pubblicato la lettera ad Obama per il diritto all’acqua. È anche testimonial di organizzazioni non-profit. Ama la sua famiglia, sua moglie Sandra e i due figli di 11 e 13 anni. Ci racconta che il nucleo della sua vita è il piacere di avere una famiglia e il suo lavoro. Claudio Bisio ci racconta la sua storia di vita e manda un messaggio ai giovani di oggi. Sottolineando la sua dote di vita più importante: far ridere gli altri con la saggezza di saper ridere di se stesso.
Come hai cominciato?
Mia madre era maestra di scuola elementare e mio padre rappresentante di commercio, quindi non ero un figlio d’arte. Ma nella vita ci sono le “Sliding doors” come nel film, ti si aprono porte che non avresti mai pensato. Ero iscritto all’Università di agraria, mi piaceva andare in campagna, macinavo esami. Il teatro, però era sempre stata la mia passione ed io credo nei segni del destino… Vi racconto la mia esperienza: nella mia testa mi ero dato delle tappe. Una di queste era l’esame d’ammissione alla scuola di teatro del Piccolo di Milano. Lì – mi dicevano - se non sei raccomandato, non entri. C’era un bando di concorso a cui si erano iscritti trecento persone e – come ogni anno - ne avrebbero prese solo dieci. Mi sono detto: ci provo. Ero quasi convinto che non ce l’avrei fatta. Invece mi hanno preso! E’ stato un segno, ho insistito. Ho fatto la scuola e mentre frequentavo ho fatto qualsiasi lavoro: fotocopie, vendita di enciclopedie a porta a porta … ma sapevo che lo facevo per sopravvivere, per pagare un affitto! Se non avessi fatto l’attore avrei fatto qualcos’altro sicuramente, magari mi sarei laureato. Chissà.
Dal punto di vista artistico quali sono stati i tuoi maestri?
Dario Fo, Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci. Fo mi ha ispirato da un punto di vista drammaturgico: lo andavo a vedere già da quando ero ragazzino. Ricordo una volta che sono andato in India, a Bombay, e ho visto lo spettacolo “Morte accidentale di un anarchico”: non capivo niente, ma conoscevo il testo perché l’avevo recitato con Fo, e l’avevo anche visto come spettatore. Le gente indiana rideva negli stessi momenti in cui ridevano gli italiani. Giorgio Gaber: tra i miei maestri lui rappresenta il modello cui mi sono ispirato di più nella mia professione, quando facevo teatro, soprattutto nei miei monologhi. Ogni spettacolo che ho scritto con gli amici è ispirato al teatro-canzone di Gaber. Gaber partiva da se stesso, dalla persona, dalle contraddizioni che lui stesso viveva. Era apparentemente meno politico di Fo, ma proprio per questo lo trovavo più interessante, andava più in profondità. Quest’anno la Fondazione Gaber mi ha chiesto di leggere un inedito, l’ultimo testo che Gaber stava scrivendo prima di morire. Il terzo è Jannacci, un altro milanese, un cantautore che mi piace per la sua follia e imprevedibilità. Ho anche lavorato con lui, è stato mio ospite in un paio di occasioni. Tutti e tre sono diversi uno dall’altro, ma tutti e tre hanno lavorato insieme.
Come nascono i tuoi testi, i tuoi monologhi?
Mi piace molto lavorare in gruppo. Già un po’ mi rammarico che siano dei monologhi, e ciò vuol dire essere da soli sul palco, anche se poi non è mai così perché c’è il tecnico, il fonico, ecc… Ma di fatto sei lì da solo, non interloquisci con altri. Quindi, almeno a livello di scrittura, mi piace condividere il lavoro con altre persone. Ho due o tre soci, collaboratori, ispiratori, che mi sono stati vicino in questi anni. Il primissimo è stato Edoardo Erba, un drammaturgo che ora vive a Roma, anche se è nato a Pavia. Ci siamo incontrati alla scuola del Piccolo, lui faceva la scuola di drammaturgia e quando feci il primo saggio di fine corso, recitai un suo testo: da lì ci conoscemmo. Abbiamo fatto tanti lavori insieme a teatro. Poi mi ha chiamato in televisione, per uno show su Raitre che si chiamava “Cielito Lindo” (1992). Gli autori erano lui, Sergio Staino e altri. Ci siamo rincontrati diverse volte. Lui rappresenta per me il teatro dell’assurdo e di denuncia. La seconda fase della mia vita è quella più scanzonata ed è qui che entra Sergio Conforti, in arte Rocco Tanica, il tastierista di “Elio e le Storie Tese”. Lo apprezzavo già prima che iniziasse a fare dischi nelle cantine milanesi e nei teatri, eravamo vicini di casa. Un giorno chiesi a Sergio se voleva collaborare con me e il primo spettacolo fu “Guglielma che vita di melma” (1988-89). Ho lavorato tanto tempo con lui, poi è nata la canzone sulla Grecia - “Rapput” - che nel 1992 fu la canzone dell’estate. Era molto demenziale, io non ero per nulla famoso e la canzone ebbe successo a prescindere da me. Sergio Conforti ha scritto tutte le musiche e le canzoni dei miei spettacoli e monologhi. Il terzo è Giorgio Terruzzi, incontrato durante lo spettacolo “Cielito Lindo”, e che rappresenta la mia terza fase. Lui è un giornalista sportivo, si occupa di Formula Uno, è bravissimo ed è anche scrittore di libri. È stato un allievo di Beppe Viola, prima che Beppe morisse, lavoravano insieme. Con Giorgio Terruzzi ho scritto “I bambini sono di sinistra”, il mio spettacolo più “gaberiano” degli altri. Queste sono le mie tre fasi della vita. Poi ho avuto grandi ispirazioni, ho realizzato uno spettacolo scritto da Michele Serra. Un altro collaboratore, quando facevo “Mai dire gol”, è stato Walter Fontana. Da solo non ho scritto nulla.
Come nasce la tua scelta di impegno sociale?
Ho iniziato a fare l’attore in un momento storico molto particolare e la scelta era coerente con l’impegno polico e sociale che caratterizzava la mia vita. L’amico Emilio Molinari lo conosco dagli anni Settanta, durante le lotte operaie. Oggi so che i tempi sono cambiati per chi decide di fare questo mestiere: lo si fa per il successo, apparire in televisione, al cinema, o in teatro. La prima volta che ho deciso di fare teatro è quando ho visto Dario Fo, parlo degli anni Settanta. Nel 1980-81 ho frequentato la scuola del teatro Piccolo ed è stato l’inizio della mia carriera. Poi il regista Gabriele Salvatores mi ha chiamato al teatro Dell’Elfo, dove ho lavorato dieci anni, con spettacoli che hanno segnato me, Paolo Rossi e altre generazioni. Da lì nasce la mia vita professionale, la televisione e il cinema. Con Gabriele Salvatores abbiamo vinto un Oscar con il film “Mediterraneo”. L’ultimo mio film che è uscito – sempre con caratteristiche sociali - è stato “Si può fare” di Giulio Manfredonia. Quando mi è capitata tra le mani questa sceneggiatura ho subito capito che poteva rappresentare – per me - la quadratura del cerchio. Il film è basato su una storia vera, la storia di Giorgetti (il personaggio che io interpreto nel film) che appartiene a una cooperativa sociale di Pordenone, è ambientato nei primi anni ’80 e riguarda il problema del disagio psichico-fisico. Questa sceneggiatura non l’ho cercata, ma l’ho trovata e appena l’ho letta l’ho accolta: era bellissima e mi sembrava che unisse esattamente i presupposti per cui ho fatto questo lavoro. ‘Un film leggero e godibilissimo’, sono i complimenti che abbiamo ricevuto. Affronta un argomento difficile come la malattia mentale, ed è stato adottato anche da tante associazioni che si occupano di disagio mentale.
Qual è il contributo che l’arte può dare al mondo della solidarietà?
Molto importante, e forte. Noi “artisti” possiamo arrivare direttamente alla gente comune e allo stesso tempo abbiamo un rapporto con molti personaggi della televisione e dello spettacolo. Possiamo quindi fare da “moltiplicatori”, provando a far conoscere i problemi non per slogan riduttivi, ma comunicando la realtà. Possiamo contribuire soprattutto nel sensibilizzare la gente. Molti di noi sono impegnati nel sociale, magari in modo discreto ma serio. E credo che ognuno, indipendentemente dal lavoro che fa, possa dare un contributo per cambiare il mondo. Una mia amica che fa l’ostetrica e ha fatto nascere i miei figli in casa (un’associazione a Milano, “Luna Nuova”, che fa parti naturali in casa), una donna che ha la mia età, che faceva politica negli anni passati come me, che ha fatto nascere tanti bambini, sentiva che non le bastava. Quest’estate non l’ho sentita per tre mesi, allora le ho inviato un sms con scritto: “Dove sei?”. Mi ha risposto, dicendo: “Finalmente ho realizzato un sogno”. È in Afghanistan con Emergency e sta lavorando alla formazione delle ostetriche. Credo che valga fare più questo e quello che fate voi piuttosto che fare il segretario del Pd! E noi, personaggi pubblici, possiamo darvi un sostegno concreto. Sei anche scrittore: parlaci del libro scritto insieme a tua moglie. Si chiama “Doppio misto” e l’abbiamo sottotitolata “autobiografia di coppia non autorizzata”. I personaggi si chiamano Claudio come me e Sandra come mia moglie. L’abbiamo scritto davvero io e lei. Il libro è nato durante una tournèe di tre anni fa. Stavo facendo uno spettacolo di Pennac in Italia. Per la prima volta mi sono portato dietro un computer e ogni sera mi collegavo in rete. I bambini erano ancora piccoli, frequentavano le scuole elementari. Durante un paio di telefonate ci eravamo accorti che sbagliavamo reciprocamente i tempi. Lei chiamava ed io rispondevo: “Sto facendo un’intervista”. La chiamavo e lei: “Sto portando i bambini a scuola, ci sentiamo dopo”. Così alla fine, per la prima volta abbiamo deciso di non chiamarci più, se non c’era un motivo urgente, e ogni sera ci si scriveva. Senza volerlo all’inizio ci si mandava un “ti voglio bene”, insomma cose romantiche. Poi abbiamo cominciato a raccontarci cose che c’erano successe: io sono spiritoso, ma lei può esserlo più di me…Io raccontavo la mia versione e lei la sua, erano versioni diverse e il libro è nato così. Poi l’idea è venuta da uno stimolo di Feltrinelli che da tempo mi chiedeva se avevo idee per scrivere un libro. Così ci siamo messi seriamente al lavoro e gli abbiamo dato una forma. Abbiamo fatto una prima parte in cui non ci si conosceva ancora, una seconda con tappe conosciute, e poi finalmente l’incontro. Ogni capitolo è descritto e vissuto da lui e da lei, sono sempre due storie diverse, ma sempre fonti di comicità.
Poi c’è l’esperienza della trasmissione “Zelig”: che valore ha per te?
Il nome l’abbiamo scelto per il film di Woody Allen. Il protagonista era uno che a seconda dell’interlocutore che aveva cambiava, anche fisicamente, i baffi, il pensiero, il modo di parlare. Insomma era un trasformista, un camaleonte, uno zelig. L’abbiamo scelto per il locale di viale Monza a Milano e poi è diventato naturale trasferirlo alla trasmissione. La scelta del nome è perché Woody Allen ci piace molto. Dopo 13 anni di Zelig, in prima serata e seconda serata, posso dire che a Zelig il mio ruolo è quello di mediare tra il pubblico e il comico che dice le cose, e adeguarmi ai ritmi da un punto di vista professionale. È un esercizio per me e questi anni mi sono serviti moltissimo. C’è un bel team di autori, una varietà di suoni e dialetti: all’inizio siamo partiti molto nordisti, milanesi. Ora abbiamo napoletani, siciliani, toscani, romagnoli… In Italia ci sono presentatori televisivi più bravi di me che impongono loro stessi. A me sembra di essere un po’ meno presentatore…Non a caso la mia definizione nei crediti è - da sempre – capocomico!
Il senso dell’umorismo è una tua vocazione?
La parola umorismo mi piace. Ce l’ho sempre avuto. Pensando alla mia infanzia, io non sono mai stato tra quelli più brillanti della classe, sia alle scuole elementari che medie: c’era sempre qualcuno che raccontava le barzellette meglio di me, non ero la “macchietta”. Posso però dire che avevo già da allora il senso dell’umorismo, ossia un diverso punto di lettura della realtà, un modo di vedere tutti la vita con un occhio disincantato. Così facendo si può correre il rischio di non essere mai dentro le cose, essere troppo distaccato. L’umorismo è qualcosa d’innato, vedi il lato buffo anche in una tragedia.
Alcuni saggi dicono che uno degli elementi più importanti nella vita di una persona è saper ridere di se stesso, tu ridi di te?
Penso di sì e spero di farlo, è una dote che il comico deve avere. Un vero comico deve partire da se stesso per riconoscere i propri limiti, fisici, mentali, psicologici: uno che si crede bello, intelligente, colto, non riesce a far ridere. Spesso i comici hanno dei difetti fisici dai quali partono: Paolo Rossi è basso, io sono pelato, ecc.
Al di là del tuo ruolo professionale, attore, cabarettista, ... se ti dovessi definire tu chi sei veramente?
Un uomo, una persona…senza nulla togliere alle donne! E mai dimenticare di esserlo. Con grande libertà di intervenire. Non ho peli sulla lingua. Anche se devo dire che poiché sono un personaggio pubblico tutti si aspettano che io abbia sempre un’opinione, anche su questioni che non conosco. Se ho un’opinione la dico sul mio blog, con libertà. Sono un uomo libero, senza condizionamenti di nessun tipo. Non mi piacciono alcune cose che ho intorno e cerco nel mio piccolo di cambiarle. Ho due figli e cerco di educarli, hanno 11 e 13 anni, maschio e femmina. Con loro farò degli errori, sicuramente per la mia assenza: questa è propria una delle cose che mi piace meno di questo lavoro, almeno da quando ho una famiglia. Eppure mi piace avere una famiglia e questo lavoro. Così a volte ho dovuto rinunciare a un lavoro bello per la mia famiglia oppure altre volte il contrario: per esempio quest’anno mi sono perso l’inizio della prima media di mio figlio perché ero a Castellabate a girare un film, mentre con mia figlia ero stato presente in quel momento.
Quale film stai girando ora?
“Benvenuti al sud”: è un remake di un film francese di due anni fa che in Italia si chiamava “Giù al Nord”, in originale “Bienvenue chez les Ch’tis”. In Francia, è stato un successo incredibile e inaspettato. Una commedia brillante e divertente diretta da Dany Boon che nel film recita pure. Il film ha incassato più di tutta la storia del cinema francese, più dei film americani, anche più di “Titanic”, perché ha toccato - così dicono - un nervo vivo per i francesi, la vicenda di una minoranza linguistica del nord della Francia, gli Ch’tis, un paese al confine con il Belgio. In quest’area geografica si parla lo ch’tis, un dialetto, quasi una lingua tra fiammingo e francese stesso. Ci sono tutti i luoghi comuni di questi popoli del nord e cioè che sono zotici, sporchi, volgari, un po’ violenti. Il protagonista è un direttore di ufficio postale molto borghesuccio. Lui e sua moglie vogliono un trasferimento lavorativo dal centro della Francia in Costa Azzurra. Lui però non riesce a ottenerlo e pur di averlo si finge handicappato. Lo scoprono e per punizione non solo non gli danno il trasferimento, ma lo mandano al nord. Lui pensa a chissà cosa troverà: sporcizia, freddo, volgarità, invece trova gente simpatica e gentile, anche se la lingua è difficoltosa. Ho scoperto che hanno preso i diritti per fare il remake in Germania e in America, dove Will Smith lo farà. Quando ho visto il film francese non sapevo ancora che l’avrebbero fatto in Italia e che l’avrebbero chiesto proprio a me. La prima cosa che pensai: “Perché non c’è venuto in mente anche a noi in Italia?”. Si sa da noi quanto il Nord e il Sud siano vivi e attuali, forse anche di più che in Francia. In “Benvenuti al sud” la moglie è interpretata da Angela Finocchiaro che quando parto mi regala un giubbotto anti-proiettile perché vado a Napoli. Sono un direttore di un ufficio postale che vuole il trasferimento a Milano e per punizione mi mandano a Castellabate. Gli altri attori sono napoletani, come Alessandro Siani, Rizzo, attori di teatro, cabarettisti, cui è stata data indicazione di recitare in dialetto napoletano. Giuro che non capivo niente. Il regista è napoletano, lui capiva, ma a me servivano i sottotitoli! Per questo film, c’è stata già una conferenza stampa, in cui molti giornalisti hanno subito individuato nel film possibili polemiche sulla Lega nord. In realtà il mio personaggio è un protoleghista e il tema è quello dei luoghi comuni che – ahimè - sono duri a morire. La maggior parte del film è stato girato a Castellabate, vicino Salerno. Qualche scena a Roma, precisamente all’Infernetto e a Milano. Il film dovrebbe uscire in primavera o in autunno.
L’obiettivo di questa rubrica di “Solidarietà internazionale” è anche dire ai giovani: “Anche tu ce la puoi fare a realizzare la tua vita”. Un messaggio per i nostri giovani lettori?
Non ci sono verità. La cosa più semplice è non accontentarsi mai. Ai giovani dico di non fermarsi, studiare se possibile, perché se uno perde quel colpo lì non lo recupera più, non accontentarsi mai e credere sempre che si può fare perché ce la puoi fare. Nella mia esperienza ho avuto gente che mi ha mandato dvd, cassette. Con calma le guardo tutte, rispondo a tutti. Mi è capitato di vedere qualcuno di valido ed infatti adesso è andato avanti, perché spazi ce ne sono, chi non aveva qualità ha cambiato mestiere. Tornando ai giovani, se uno ritiene di avere una qualità in un determinato campo, abbia fiducia, la qualità vince sempre, bisogna essere ottimisti, a costo di andare all’estero, ma prima proviamoci qua. Bisogna non accontentarsi mai di avere delle ambizioni perché averle fa bene, sapendo che avrai dei muri in faccia ogni tanto…tutti li abbiamo avuti! Non è vero che se non hai la raccomandazione non fai niente, non ho mai avuto nessuna raccomandazione nella mia vita e ne conosco tanti che non sono raccomandati. Ricordarsi che gli esami non finiscono mai, ma anche le prove. Per esempio, all’interno della mia carriera, brillante, in ascesa e sempre positiva, le più grosse delusioni le ho avute nel cinema. Dieci anni fa ho scritto un film, s’intitolava “Asini”. E’ andato male al botteghino e, di conseguenza, il film successivo l’ho fatto solo due anni fa. Per circa otto anni non ho realizzato più nessun film. Nella mia testa mi ero detto: “Il cinema non fa per me”. Ho ripreso a fare teatro e poi televisione con Zelig. Ora da due anni mi sono riavvicinato al cinema. Avrei potuto essere anche frustrato, ma le delusioni tutti ce li abbiamo. L’importante è non fermarsi e crederci perché “si può fare”.






