a cura di Donatella Gregori e Nazzario Ferrari, ufficio stampa Tonalestate
Finisce un’era e se ne intravede un’altra. Dai contorni difficili da definire. Con segnali diversi e contrastanti tra loro. Da una parte la crisi delle vecchie certezze e delle vecchie planimetrie, sia di carattere politico che di carattere economico. Svanisce la centralità occidentale, mentre si presenta, anche se ancora con contorni indefiniti, la possibilità di un mondo multipolare.
Crollano i templi tradizionali del culto alla civiltà occidentale: dalle borse ai vertici come il G8. Entrano in scena attori nuovi e potenti, come la Cina e l’India. È il tempo di guardare oltre, non soffermarsi ad Occidente. Anche se, proprio dall’Occidente - ma a sud - arrivano segnali diversi. Esplode con forza quella che potremmo definire l’anomalia latino-americana che, pur con tutte le sue contraddizioni, si situa oltre le macerie umane tipiche della globalizzazone solo economica e del capitalismo neo-liberista. Dall’edizione di quest’anno di “Tonalestate” (vedi Box di presentazione), pubblichiamo un intervento introduttivo sulla crisi dell’Occidente a cura di Gian Guido Folloni e, di seguito, alcuni interventi sull’America centrale svoltosi durante un seminario sull’America latina, organizzato insieme al Cipsi e alla rivista “Solidarietà internazionale”. Spiccioli di un dibattito che va oltre l’iniziativa svoltasi nell’agosto scorso, per portarci a cogliere il nuovo che avanza dappertutto, oltre la crisi del vecchio che non vuole morire.
Gian Guido Folloni
(presidente dell’Istituto Italiano per l’Asia e per il Mediterraneo)
Un’analisi storica mostra facilmente la fine di un periodo. Inizia una nuova Era. Non ne conosciamo ancora bene i profili, ma siamo certi che quella vecchia è finita. Potremmo affermare che la crisi che stiamo attraversando è l’ultimo bagliore del colonialismo nelle sue diverse forme. Durante il periodo tra il 1816 e il 1989/91 la logica che ha dominato il sistema mondiale è stata quella di un rapporto centro-periferia, in cui il centro ha continuato a prosperare sfruttando le risorse della periferia, nonostante in termini demografici la periferia abbia sempre pesato per il 75-80%. A differenza del 1929, non viviamo una crisi interna al sistema. Una crisi del sistema, conseguenza dell’inadeguata capacità dimostrata dalle leadership delle diverse nazioni nel governare gli squilibri causati dalla fine del sistema che ha caratterizzato i due secoli passati. Crisi e squilibri di questa natura si sono verificati ogni volta in cui si è passati da una comunità più ristretta e “solidificata” entro confini ormai precisi, a una più ampia e diversificata: è stato così per la scoperta geografica dell’America ed è stato ancora così con la scoperta economica dell’Asia. Per ora tuttavia nessun nuovo paradigma appare alle porte e la fine dell’illusione monopolare non significa necessariamente l’avvento del multilateralismo. Potrebbe anche aggravarsi la crisi dell’economia reale a causa dell’accentuazione dei protezionismi e dei particolarismi. Ecco perché improvvisamente tutti paiono consapevoli che non bastano misure nazionali per tentare di rilanciare l’economia inceppata. Non bastano nemmeno le vecchie strategie di norma decise fra i grandi in quel contenitore che è stato in tempi recenti il G8. La prima condizione è ripristinare la fiducia delle diverse comunità umane nella possibilità di colmare il vuoto di governance. Inevitabilmente bisognerà, anche se con la necessaria gradualità, affrontare il problema fondamentale della messa in opera di un nuovo sistema internazionale. La formulazione di proposte volte a riformare la governance di un mondo caldo, piatto ed affollato richiede di superare le vecchie convinzioni, caratterizzate dal primato dei valori e del controllo dell’Occidente. C’impone d’essere coscienti degli squilibri e delle asimmetrie che accompagnano l’attuale evoluzione del capitalismo di mercato, delle interconnessioni riscontrabili tra questi squilibri e asimmetrie, e al tempo stesso di riuscire ad intravedere le nuove opportunità. Un altro effetto della crisi è la fine dell’ideologia del mercato non regolato e lasciato a se stesso come migliore ricetta per l’economia. Così come appare evidente il fallimento delle politiche di cooperazione, e perfino si comincia a delineare un pesante interrogativo sul ruolo degli Stati. Che siano cioè gli Stati l’entità politica capace di regolazione e redistribuzione della ricchezza? Entra in crisi anche la religione della crescita lineare e inarrestabile. Non fosse altro che per la considerazione dell’insostenibilità ambientale. Il mondo non ce la fa a reggere lo sviluppo di tutti verso i parametri di consumo del vecchio Centro dello sviluppo. L’importanza che ancora riveste l’azione degli Stati, le diversità di caratteristiche nazionali, di preferenze, di comportamenti (che fanno sì che la globalizzazione agisca anche come fattore d’accentuazione delle differenze), la progressiva crescita dei problemi aventi dimensioni globali (che rende necessaria l’organizzazione dell’azione collettiva), l’emergere d’elementi di una coscienza civica planetaria (non solo la contestazione no global, ma anche l’aspirazione ad una nuova governance), sono fattori che spingono sempre più a ragionare in termini sia d’integrazione della società civile che di solidarietà indotta dalla consapevolezza di un destino comune. Possiamo affermare dovrebbe iniziare un lavoro che pensa al futuro dei figli dei nostri figli. Un’azione che, archiviando per sempre l’insostenibilità del polo unico, sancisca il definitivo passaggio al multilateralismo. In un grande, nuovo crogiolo entrano in contatto civiltà e culture, storie di popoli. Saranno ridefiniti gli spazi di lavoro, i consumi, il benessere, i diritti, le primogeniture e le marginalità. Sarà ridisegnata la geopolitica. Non dureranno all’infinito i privilegi e i vantaggi acquisiti. In estrema sintesi possiamo affermare che tutto torna in gioco: libertà, costumi, stili di vita. Simili cambiamenti ci sono già stati nella storia. Quasi sempre come conseguenza di grandi guerre. Ciò a cui stiamo assistendo è il tentativo di affrontare un cambio epocale senza il prezzo, i lutti e le tragedie di un grande conflitto. Nessuno può più negare che la spinta dei paesi emergenti si è fatta più decisa. Inoltre, il contesto è favorevole a intravedere nuove strade, perché la cultura anticipa sempre rispetto alla politica che si dimostra sovente pigra e asfittica. Tutti possono prendere coscienza diretta della dimensione degli squilibri internazionali, ma anche diventare consapevoli che tali squilibri non possono più reggere e che buoni ancoraggi culturali possono favorire la nascita di una nuova generazione responsabile e decisa nell’affrontare i compiti che le spettano”.






