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Solo Dio ci potrà salvare

Appunti dal Kivu, all’Est del Congo

Teresina Caffi

Mentre i giornali italiani pubblicano stralci di un documento, non ancora reso pubblico delle Nazioni Unite che accusa due missionari italiani di finanziare i guerriglieri responsabili del genocidio in Ruanda e oggi nel Kivu, pubblichiamo la testimonianza di Teresina Caffi da tanti anni a Bukavu. I missionari rispondono: “Non siamo complici ma solidali”.

Ogni contatto con le popolazioni dell’est del Congo svela cose nuove, che si decantano con il passare degli anni e provocano una ricerca continua. Rara nel mondo dell’est congolese è la classe media, che vive del suo lavoro senza l’affanno della sopravvivenza e pur tuttavia senza nuotare nell’oro.

Nuota nell’oro o in altri simili minerali un nucleo di ricchi che si costruisce ville, entrando nel mondo dei beati in terra che ignorano gli esclusi.

I ricchi

Costruiscono ville bizzarre, con pinnacoli e tetti aguzzi che evocano case svedesi o anche castelli di cartoni animati. Custodite da agenti dei servizi di sicurezza privati che sempre più rimpiazzano le vecchie sentinelle. Alla loro porta, la strada resta piena di buche, gli scoli nella città sono quasi inesistenti. Con contratti speciali i padroni si garantiscono la corrente che altrove in città è completamente aleatoria. Viaggiano all’estero con facilità e, per le cure impegnative, guardano direttamente a Kigali o a Nairobi. Viaggiano in fuoristrada dai vetri affumicati. La gente dice che alcuni di loro hanno fatto accordi segreti col diavolo, con morte di familiari, loro dicono che è tutta invidia. Molti di loro sono grandi commercianti, proprietari di grandi magazzini. Donne e uomini viaggiano facilmente fino all’emirato arabo di Dubai o in Cina per acquistare merci in quantità. Altre merci arrivano per container attraversando la Tanzania e il lago Tanganyika, oppure attraverso l’Uganda e il Ruanda. Quasi tutto ciò che si compra viene dall’estero, e quasi tutto ciò che viene dall’estero, viene dalla Cina. Altri posseggono centri d’acquisto di minerali, come coltan, cassiterite, oro, forniti da piccoli rivenditori che li trasportano dai luoghi di estrazione. Nei loro magazzini, il minerale dopo un’elementare lavorazione, è avviato all’estero, nei paesi vicini e poi nei paesi del nord del mondo. Scrive il rapporto di Global Witness del luglio scorso: “Diversi dei principali centri d’acquisto di minerali, situati a Goma e a Bukavu, acquistano, vendono ed esportano minerali prodotti dalle parti belligeranti o di cui esse beneficiano.[…] Il fatto che questi centri beneficino di una licenza ufficiale e siano iscritti presso dei pubblici poteri permette loro di nascondere facilmente il riciclaggio dei minerali che alimentano il conflitto”. Molti costruiscono le case dei benestanti, con salari irrisori e lunghe giornate di lavoro. Quando viene il momento della gettata, allora accorrono anche i bambini trasportando tutto il giorno la malta per un pasto e una piccola somma. Altri in città fanno gli artigiani: c’è qualche panificio, qualche laboratorio del ferro o del legno; ai calzolai basta un ago, un filo, un po’ di colla, qualche pezzo di scarpa vecchia e un sasso su cui sedere ai lati delle strade in attesa di riparare qualche scarpa. La fantasia della sopravvivenza moltiplica le proposte. C’è chi percorre la città con una bilancia, per pesare a poco prezzo chi vuole.

 

Tutti vendono

Ma la grande attività di Bukavu è il commercio. Spariti anche gli ultimi spazi verdi, tutto si deve comprare: dal carbone di legna, alla farina, alla verdura; all’acqua anche, in certi momenti o in certi quartieri. Già venti dollari è un capitale che può dare avvio a un commercio che fa vivere o sopravvivere una famiglia: basta a comprare un sacco di carbone di legna, o un bidone di petrolio, farina, verdura o frutta da rivendere. Se si rivende al mercato c’è la tassa, sia pur piccola, da pagare. Ma nessuna tassa per chi vende camminando per strada o fuori orario. Così molti passano per le strade offrendo i loro prodotti, mentre si moltiplicano i mercati della sera inoltrata (notte in Congo, perché il sole tramonta invariabilmente intorno alle 18,00), quando i percettori di tasse hanno finito il loro lavoro. Si vivrà ogni giorno del guadagno fatto. Ed è questa una ragione dei mercati notturni: talvolta è solo ad ora tarda che la donna riesce a realizzare qualcosa che le permetta di acquistare anche solo qualche patata da portare a casa. Per questo i mercati notturni vengono anche chiamati “Miye wabo!”, mercato del “Povera me!”, a indicare l’esclamazione della donna che vede giungere sera senza aver ancora realizzato nulla e pensa ai figli affamati che l’aspettano a casa. Col guadagno, occorre anche pensare all’affitto della casa: le più povere abitazioni richiedono, in centro città almeno 10 dollari mensili di affitto. L’economia di queste piccole commercianti è aleatoria: basta una malattia di un figlio a costringerle a mettere mano al capitale e tutto ricomincia da zero, o da sottozero. Oppure un furto subito.

 

Risorse di fortuna

Grandi poveri a quasi nulla possibilità di lavoro sono gli anziani, spesso donne, spesso sole. Questa situazione è nuova in rapporto alla tradizione che vedeva l’anziano integrato nella famiglia. Moltissime donne anziane, magre, miserabili vivono in tuguri, contando sulla solidarietà dei vicini o delle chiese. Interrogate, dicono che i figli sono morti in guerra o partiti lontano senza lasciare traccia. Altre, li hanno visti morire nei loro villaggi dell’interno attaccati dalle bande armate. Certe sono rimaste con nipoti da crescere, che spesso entrano nel mondo dei ragazzi di strada. Queste donne, inadatte a portar pesi, si danno da fare per quanto possono: trasportano la canna da zucchero, che rivendono a pezzetti, cercano legna nei pochi angoli ancora verdi della città, cercano aiuto presso le parrocchie, i conventi, o in città. L’accattonaggio mi è parso quest’anno in crescita: spesso praticato da persone adulte con handicap o anche da queste anziane donne che percorrono la città, specie il venerdì, giorno dedicato ai poveri. Allora numerosi escono come da invisibili ripari e fanno la fila davanti a negozi di persone notoriamente generose, entrano in tutte le rivendite chiedendo un aiuto a padroni e clienti, come pure ai passanti sulle strade. Chi non può per anzianità o malattia uscire di casa conta solo sul ricordo e la solidarietà di chi sta loro accanto. Ci sono poi i mestieri della disperazione o dell’ambizione, come la prostituzione, propria o organizzata per altri. Il furto, spesso a mano armata, in genere nell’inerzia delle forze militari e di polizia stazionate spesso a poca distanza dai fatti. O sono loro stesse ad agire, deponendo la divisa?

 

Frecce spuntate

Grandi poveri sono i giovani, generazione tradita. Cominciando dai bambini e bambine di strada, cui cercano di sovvenire alcune istituzioni. Spesso senza più genitori, con la sola mamma, spesso oberata dall’impegno di cercare come sopravvivere. Chi non accetta o non trova posto nelle istituzioni, non va a scuola. Ma non vanno a scuola anche molti altri, di famiglie normali. A qualunque livello, infatti, si deve pagare mensilmente una cifra che diventa pesante per una famiglia numerosa e povera. I direttori pazientano, ma verso febbraio aumenta la folla dei bambini e ragazzi in strada in piena mattina, ancora con la divisa scolastica: “Ci hanno mandati via! – dicono -. Non abbiamo pagato il minerval”. Tale denaro serve a integrare i magri salari degli insegnanti – molti dei quali non ancora “meccanizzati” e quindi ignorati dalla lista paga dello Stato - e a garantire il funzionamento della scuola e delle istituzioni a essa preposte. Chi con fatica riesce ad avanzare, frequenta le superiori e possibilmente anche l’università. Chi viene da villaggi dell’interno, alloggia alla bell’e meglio in città, attendendo che la famiglia invii denaro e cibo. Se è fortunato, guadagna qualcosa con qualche lavoretto. Molti vengono a scuola affamati; certi bambini svengono durante la mattinata e a volte anche l’insegnante è nelle stesse condizioni. Le università sono numerose e frequentatissime. Centinaia di studenti e studentesse si accalcano spesso in piccole aule. La città rigurgita di laureati, soprattutto in diritto, eppure il diritto è ancora forestiero nel paese. È la cultura che interessa? Bisogna aver provato la fame per comprendere che il gusto della cultura appare solo a ventre sazio. Per il resto si studia (o si copia o si corrompe) per riuscire, avere un pezzo di carta che offra un’opportunità di riuscita nella grande corsa al lavoro. Durante il giorno, le strade della città sono piene di giovani senza lavoro. Alcuni trasportano pesi. Nel vuoto di attività e di interessi altri, la droga si diffonde, la violenza, il sesso libero. A volte i giovani si organizzano in bande armate. A volte si lasciano attrarre dalle proposte di uomini di guerra che reclutano con offerte o promesse di denaro. Se possono, fuggono in altri paesi.

 

Eppure così ricco

Eppure, forse non c’è terra benedetta come l’est del Congo. Le campagne sono fertili, vi si fanno anche tre raccolti di fagioli l’anno. Si coltiva manioca, mais, legumi, canna da zucchero, caffè; banani e altri alberi da frutta sono pure importanti per la vita e l’economia familiare. Si allevano animali da cortile, capre, pecore, mucche. Solo cavalli, asini e muli hanno mostrato di non sapersi adattare: sarebbero stati una bella alternativa ai lunghi viaggi di donne sotto pesi immani. Il terreno risente di un intenso sfruttamento e l’agricoltura avrebbe bisogno di un rinnovamento. Soprattutto, il grande problema per la campagna è stata la guerra negli anni 1996-2002, senza contare la presenza di un milione e mezzo di rifugiati ruandesi dal luglio 1994, e l’ininterrotta guerriglia che ha fatto subire cose inenarrabili alle popolazioni dell’interno. Nel sottosuolo, minerali preziosi: oro, cassiterite, coltan… Mobutu ne liberalizzò la ricerca; il crollo delle multinazionali, che gestivano ampie zone d’estrazione, e la miseria ha spinto molti a darsi alla ricerca artigianale. Molti uomini, spinti dalla miseria, lasciano moglie e figli in città per andare lontano nella regione a scavare minerali. Per queste donne è come una vedovanza, perché spesso gli uomini non tornano più, si uniscono ad altre donne o muoiono sotto il crollo di cunicoli di fortuna o per violenza. Intanto, il minerale congolese lascia il paese senza un profitto per la popolazione. Più del 90% delle esportazioni della RD Congo sono illegali o incontrollate. La Banca mondiale ha spinto per l’approvazione, avvenuta durante gli anni della Transizione, di un codice minerario molto liberale.

 

Riconciliazione

Su questa terra benedetta, un popolo vive nella paura, nell’insicurezza, nell’assenza di diritto; sopravvive difficilmente, muore con estrema facilità e non conosce ancora la pace. Al suo capezzale sono piombate centinaia di associazioni e organismi, a volte ancor prima che i fatti tragici avvenissero, quasi a far pensare che ne fossero informati. Hanno riversato personale, soldi, alimentari. Altre numerose associazioni sono nate localmente, per tutti gli scopi umanitari possibili, alimentate da fondi provenienti da associazioni partner all’estero. Il mondo si è chinato sul Congo. Lo ha visto piangere e cerca di dargli caramelle, senza accorgersi che una delle ragioni è il piede che gli sta pestando. Sempre senza accorgersi di nulla e con le migliori intenzioni, rovescia a grande frequenza gruppi di formatori, paracadutati da Bruxelles per tre giorni di formazione per attori della società civile e poi recuperati immediatamente. Giovani di buona volontà, che vengono a spiegare al popolo congolese perché e come riconciliarsi. Già, perché la grande tesi è che i Congolesi non sanno andare d’accordo, sono irrimediabilmente tribalisti ed è per questo che sono nate tutte queste guerre. Da anni la società civile fa osservare che ci sono in Congo 450 tribù che hanno sempre convissuto, bene o male, con qualche tensione qualche bisticcio di tanto in tanto, come noi con i nostri vicini. No, il Congo sarebbe sempre a rischio conflitto tribale, anzi di fare un genocidio, sempre di quella tribù “minoritaria” che ne ha già subito uno. Non importa se il Congo ha avuto anche solo dal 1998 più di 5 milioni di morti per guerra e conseguenza di guerra. Non importa se tuttora l’insicurezza e guerre insensate continuano a mietere vittime. Il problema è nella gente, che deve imparare a riconciliarsi. Ormai è chiaro il senso: deve imparare ad accettare la presenza di una banda di rapinatori ed assassini sul suo territorio e portar pazienza. Non ho mai visto nessuno che dagli alti osservatori delle capitali del Nord venisse a Bukavu a spiegare ala gente che cosa sta accadendo, quali sono le cause del suo male e qual è il piano in corso di realizzazione. Giacché esso è ormai visibile agli occhi anche degli osservatori superficiali e senz’altro a quelli della gente. Una sessione sulla verità e la giustizia, che secondo la chiesa, devono sempre accompagnare la riconciliazione.

 

Alla ricerca del punto nodale

Qual è dunque questa verità, quale dev’essere questa giustizia, che sorgendo possano finalmente aprire la strada a una riconciliazione e pace vere? Colette Braeckman, una delle più note giornaliste belghe che segue le vicende dei paesi della regione dei Grandi Laghi, ha scritto recentemente: “La destabilizzazione della Repubblica Democratica del Congo per opera del Ruanda e dell’Uganda è stata resa possibile grazie all’avallo dei governi americani negli anni 1998-2008”. Secondo lei, l’atteggiamento americano oggi è cambiato, il che però è tutto da dimostrare. … Nel 2006 il Paese si dette, con le elezioni delle autorità di sua scelta, a livello nazionale e provinciale. La reale sovranità nazionale non fu però acquisita. La presenza ugandese e ruandese continua sommessamente, sia dal punto di vista economico che militare, che, per quanto riguarda il Ruanda, di occupazione di terre. Oltre a ciò, persistono nelle foreste e nei villaggi dell’interno del nord e sud Kivu, la presenza di hutu ruandesi. In parte armati e organizzati nelle Forze di Liberazione del Ruanda (FDLR), a difesa di un popolo che nel frattempo si è ricostituito, moltiplicato, a volte anche con matrimoni con congolesi. Affermano di voler rientrare in Ruanda, ma di non poterlo fare nella situazione attuale del paese. Chiedono un dialogo con il governo ruandese, che lo rifiuta, considerandoli in gran parte genocidari. Questa presenza ha pesato e pesa duramente sulla vita delle popolazioni congolesi dell’interno, e per conseguenza della città. Nei migliori dei casi barriere, tasse, acquisti a prezzi ridotti e imposti di raccolti, in molti casi, nei dintorni di Bukavu, saccheggi, stupri, rapimenti, assassini, brutalità inenarrabili. Dicono che chi fa queste cose sono hutu o persone loro somiglianti che il regime ruandese toglie dalle carceri per la specifica missione di continuare a infangare la reputazione degli hutu. Alla popolazione congolese, le distinzioni poco importano: vorrebbe semplicemente respirare, che tutti tornassero al loro paese. Vorrebbe poter continuare a coltivare i suoi campi, ad allevare le sue bestie, senza dipendere da aiuti internazionali. Invece nel nord Kivu, quasi due milioni di sfollati si sono ammassati in questi anni fuggendo sia da queste presenze sia dalle forze opposte ed egualmente devastanti di Nkunda e del suo Cndp, altro movimento filoruandese. E nel sud-Kivu, il fenomeno è in crescita.

 

Le operazioni militari di quest’anno

Nei due Kivu, nord e sud, due operazioni militari sono state messe in atto quest’anno: in gennaio-febbraio, l’operazione “Umoja wetu” nel nord, che ha visto la collaborazione tra esercito nazionale congolese (FARDC) e esercito ruandese. Scopo: costringere gli hutu rifugiati a rientrare in Ruanda. Magri i risultati, ma le fonti ufficiali hanno parlato di successo all’80%. Gli hutu in fuga, destabilizzati dalle zone dove coltivavano e facevano allevamento, si sono ridati alle rapine per sopravvivere e anche per la rabbia di vedersi combattuti. E molti si sono riversati nel Sud-Kivu, destabilizzandovi ulteriormente la situazione. Così, per ripetere il “successo” del Nord, anche nel Sud-Kivu è iniziata, ufficialmente il 20 luglio, un’analoga operazione, chiamata “Kimia II”, stavolta ufficialmente ad opera del solo esercito congolese (FARDC), con l’appoggio della Monuc. In tale esercito però sono stati rapidamente integrate delle forze di Nkunda e la gente testimonia anche della presenza di militari ruandesi venuti recentemente. Una guerra ad armi impari: gli hutu conoscono bene la foresta, sono robusti, ben armati, e ben motivati a non lasciarsi rimpatriare. I militari congolesi sono malpagati, spesso non pagati, viaggiano con famiglie e masserizie al seguito e non sono motivati. Così, sparano in aria, gli altri si spostano più all’interno. Effetto: i luoghi occupati dalle Fdlr vengono occupati dalle Fardc, compresi i siti minerari che i primi controllavano. Così, si estende l’occupazione del paese. Intanto, la gente, all’udire gli spari, fugge e nessuno potrà contare i morti di stenti, di paura, di malattia in queste migrazioni senza assistenza. Quello che la gente comprende è che si sta attuando sempre più anche militarmente l’occupazione dell’est del paese da parte dei ruandesi. Quello che la gente pensa è che l’unica soluzione sarebbe che la comunità internazionale spingesse il regime ruandese al dialogo, come ha fatto con gli altri paesi della regione.

 

Piste di soluzione e segni di speranza

Quali le piste di soluzione? Come ho detto, per la gente alcune piste sono ovvie: spingere il regime ruandese a un dialogo che permetta ai rifugiati ruandesi in Congo di tornare in patria. Tale soluzione non entra nelle intenzioni dei grandi della terra, che si limitano, semmai, ad auspicare che il regime si apra un giorno al dialogo. L’altra soluzione tocca la piaga che brucia nello spirito dei congolesi: la maggior parte delle autorità scelte con le elezioni non si sono mostrate all’altezza del compito, cercano denaro, si piegano per esso a compromessi, e lasciano marcire il popolo nella miseria. Al punto che c’è chi comincia a chiedere la loro destituzione per alto tradimento. Lo scoraggiamento è negli animi con conseguente apatia: non si vedono possibilità di cambiamento, si subisce per sopravvivere. Ma non tutti. Forse, a livello storico, la speranza sono coloro che continuano a pagare per dare dignità al loro popolo, per non tradire verità e giustizia. Ricordiamo alcuni di questi giorni. I due rappresentanti di Asadho/Katanga, Golden Misabiko e Thimothée Mbuya, che hanno firmato e fatto uscire in luglio uno scottante rapporto sulla miniera di uranio di Shinkolobwe, nel Katanga. Arrestati, il secondo è stato rilasciato in giornata, Misabiko è rimasto in carcere per “attentato alla sicurezza interna”. In seguito alle pressioni internazionali, ora è in libertà vigilata. I difensori di diritti umani e i giornalisti uccisi in questi anni a Bukavu: Pascal Kabungulu nel 2005, Serge Maheshe nel 2007, Didace Namujimbo nel 2008, e ora Koko Bruno Chirambiza, giovane giornalista radiofonico di 24 anni ucciso nella notte del 22 agosto, tra sabato e domenica, mentre tornava da una festa di matrimonio. Nulla gli è stato rubato, il che fa pensare a motivi altri che la rapina. I nove deputati nazionali originari del sud-Kivu, che hanno scritto il documento coraggioso di cui ho citato un estratto. Il coraggio di migliaia di donne che lotteranno tutta la giornata per racimolare qualche spicciolo, anche a prezzo della loro salute e perfino della vita. Il loro coraggio di partorire anche i figli nati da stupro, nati da stranieri oppressori e tenerli, dopo averli allattati, anche quando potrebbero farli adottare. Il sorriso quotidiano della gente, sorriso non d’illusi, ma di gente coraggiosa che ha capito che la vita è una battaglia che bisogna combattere fino in fondo. La loro fede, che non cessa di sperare e di affidarsi al Dio Padre degli orfani e delle vedove e ricattatore degli oppressi.

 

Domande

A un livello che non è superficiale, ma di solidarietà vera, possiamo dire: il Congo ha bisogno di aiuti, mandiamoglieli. Ne ha davvero bisogno per traversare vivo quest’emergenza, perché le ingiustizie non lo affoghino del tutto, per sostenere l’impegno di cambiamento di chi vuole organizzare le forze e lottare per la verità e la giustizia. A un ulteriore livello c’è l’analisi della situazione che sfocia nell’individuazione delle cause e nell’impegno di informazione e politico. Molto i nostri paesi possono fare perché l’Africa diventi vivibile ai suoi cittadini. Cessare il sostegno a regimi oppressivi, rivedere la filiera e le condizioni del nostro commercio con i paesi del continente. La tracciabilità del minerale è un aspetto importante, in cui si gioca anche la credibilità dei nostri aiuti e delle nostre parole di sostegno all’Africa. C’è un livello di chiesa: la chiesa cattolica parla, a volte in collaborazione con altre chiese di antica data. La chiesa cattolica e non solo ha dato alla causa della giustizia e della pace non pochi martiri in questi anni. Ha offerto costantemente documenti e analisi coraggiose sulla situazione. E anche noi possiamo andare in profondità, a cercare qual è quel male che serpeggia nel mondo e che lo fa così tribolato, quando potrebbe nutrire il doppio dell’attuale popolazione. Che cosa non va nel cuore umano. Anzitutto, chi è l’essere umano che arriva ad essere indifferente alla morte del suo prossimo, a causarla, a dormire comunque tranquillo, a causare la sofferenza e la decimazione di popoli interi, a umiliare fino a che ne muoiano donne che potrebbero essere le loro sorelle, mamme, figlie, nonne. A non accontentarsi di uccidere, ma a godere di far soffrire, gratuitamente, semplicemente per far soffrire, inventando le più atroci modalità. Chi è l’essere umano? Diceva Heidegger: “Dalla situazione in cui ci troviamo solo un Dio ci potrà salvare”. Ma quale Dio?

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