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Affari a sei zampe

Nuovi inquinamenti: le sabbie bituminose

Luca Manes

La produzione di un barile di sabbie bituminose rilascia nell’atmosfera dalle tre alle cinque volte più gas nocivi della quantità derivata dall’estrazione di petrolio convenzionale. È il caso del Canada e soprattutto del Congo dove è implicata pesantemente l’Eni.

La nuova frontiera petrolifera fa rima con sabbie bituminose, una combinazione di argilla, sabbia, acqua e bitume da cui, dopo un complesso processo di lavorazione, si ricava del greggio.

Ma, tanto per sgombrare il campo da possibili equivoci, va subito chiarito un punto nodale: la produzione di un barile di sabbie bituminose rilascia nell’atmosfera dalle tre alle cinque volte più gas nocivi della quantità derivata dall’estrazione di petrolio convenzionale, oltre a causare livelli di inquinamento delle acque e della terra mai visti prima nel settore.

 

Canada: una situazione compromessa

Di tutto ciò sono ben consapevoli le popolazioni della regione dell’Alberta, l’unico spicchio di pianeta dove le tar sands sono già state estratte dal terreno. La situazione è talmente compromessa che a metà novembre tre donne indigene canadesi sono arrivate fino a Londra, presso la sede della Royal Bank of Scotland (RBS), per chiedere all’istituto di credito britannico di smettere di finanziare lo sfruttamento delle sabbie bituminose nel loro paese. Le tre esponenti delle comunità indigene in precedenza avevano avuto una serie di incontri con rappresentanti di spicco del mondo politico inglese, tra cui il responsabile dell’Economia Alistair Darling. Vale la pena ricordare, infatti, che la Royal Bank of Scotland è ormai per l’84% di proprietà dello Stato, visto che insieme alla Northern Rock è l’istituto di credito che maggiormente ha usufruito dei piani di salvataggio del governo Brown, ma per il momento non sembra intenzionata a rinunciare alla scomoda etichetta di “oil bank”. Secondo una ricerca condotta dal Rainforest Action Network, dal 2007 ha erogato 14 miliardi di dollari a compagnie coinvolte nello sfruttamento delle sabbie bituminose nella regione nell’Alberta (2,7 miliardi sono stati concessi dopo le prime operazioni di sostegno pubblico).

 

L’Eni in Congo

Purtroppo oltre al Canada a breve ci sarà un altro paese che dovrà fare i conti con gli strascichi che si portano dietro le tar sands: la Repubblica del Congo. Un rapporto redatto dalla Fondazione Heinrich Boell, al quale ha collaborato anche la Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, e reso pubblico a inizio novembre, analizza in dettaglio i possibili scenari che si prefigurano per l’ambiente e le comunità locali, soffermandosi sul ruolo che sul campo sta già avendo l’Eni. Ovvero il principale soggetto privato di tutta l’operazione che, occorre sempre rammentarlo, è però al 30% di proprietà dello Stato italiano. In realtà la pubblicazione fa anche di più, dal momento che la compagnia petrolifera italiana nella Repubblica del Congo segue anche altri filoni d’affari, tutti finiti sotto la lente d’ingrandimento dei ricercatori della Fondazione Boell. Presente nel paese dalla fine degli anni Sessanta, l’Eni sta infatti pianificando un investimento multimiliardario su diversi fronti. Nel maggio del 2008, la compagnia del cane a sei zampe ha siglato un accordo “ombrello” – non reso pubblico per la clausola di confidenzialità – con l’esecutivo del Congo per un investimento di 3 miliardi di dollari nel periodo 2008-2012. L’ intesa copre: l’esplorazione delle sabbie bituminose, la produzione di olio di palma per alimentazione e biocombustibili e la costruzione di un impianto a gas da 350/400 megawatt. L’area interessata dall’attività dell’Eni in Congo raggiunge un’estensione di 1.790 chilometri quadrati e secondo la stessa Eni dovrebbe portare alla produzione di 2,5 miliardi di barili di greggio, con altri 500 milioni possibili.

 

Danni ambientali

La minaccia che lo sviluppo delle sabbie bituminose in Congo possa causare danni ambientali e sociali irrimediabili è particolarmente preoccupante: il rapporto sottolinea che la maggior parte del territorio incluso nella licenza è coperto da foresta tropicale primaria, mentre il rimanente è popolato da comunità locali di produttori agricoli su piccola scala. Inoltre, la seconda città del paese, Pointe Noire, si trova a soli 70 chilometri dal luogo dove l’Eni sta attualmente effettuando i primi test esplorativi. Nonostante l’Eni abbia dichiarato che cercherà di “minimizzare gli impatti ambientali e di studiare le tecniche più appropriate di conservazione e recupero”, al momento sembra davvero difficile pensare a una maniera sostenibile di sfruttamento delle sabbie bituminose. Le stesse comunità locali congolesi sono preoccupate per la mancanza di consultazioni, non solo per la questione delle sabbie bituminose, ma anche per quella dello sfruttamento petrolifero tout court. Nel giacimento di M’Boundi, gestito proprio dall’Eni, la compagnia continua la pratica del gas flaring, che consiste nel bruciare a cielo aperto gas naturale collegato all’estrazione del greggio, fonte di piogge acide e considerato una delle cause principali dell’effetto serra. I piani dell’Eni di trasformare questo gas in energia elettrica potrebbero essere i benvenuti, ma solo se i cittadini congolesi potranno beneficiarne, e se gli stessi saranno messi a conoscenza nel dettaglio delle politiche sull’ambiente e sui diritti umani della multinazionale petrolifera.

 

L’oro nero

Il Congo è oggi il quinto esportatore africano di petrolio, eppure è anche uno dei paesi più poveri del pianeta. Lì, come in molti altri paesi del Sud, l’oro nero non ha portato benessere, eppure incide per il 90% sugli introiti derivanti dall’export, per un totale che nel 2008 si è attestato intorno ai 4,4 miliardi di dollari. Il 70% dei tre milioni di abitanti della Repubblica del Congo vive sotto la soglia della povertà. Si stima che solo un quarto della popolazione abbia accesso all’energia elettrica. Come se non bastasse, il paese non ha adeguate normative ambientali, né la capacità di metterle in atto. Nelle elezioni dello scorso luglio è stato confermato presidente, con circa il 78% dei voti, Denis Sassou Nguesso, ritornato in carica nel 1997 con un colpo di Stato e che, a parte qualche breve interruzione, governa da quasi trent’anni. In realtà la tornata elettorale è stata pesantemente boicottata da tutti i partiti di opposizione, che lamentano la profonda mancanza di democrazia nel paese. Come se non bastasse, nel 2007 la Ong Global Witness ha pubblicato sul suo sito web le prove che il figlio del presidente della Repubblica, capo della divisione marketing della compagnia petrolifera nazionale, aveva pagato dei beni di lusso impiegando dei conti offshore sui quali venivano trasferiti i proventi della vendita del petrolio. La partita delle sabbie bituminose rischia di complicare ancora di più un contesto già molto complesso.

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