Afghanistan dopo le elezioni
Laura Giallombardo
Obama rilancia inviando nuove truppe e chiedendo agli alleati di fare altrettanto. L’Italia risponde inviando - malvolentieri - qualche altro centinaio di militari. Ma senza una strategia. Intanto aleggia lo spettro di un nuovo Vietnam.
Il futuro dell’Afghanistan è quanto mai incerto. Un paese lacerato da guerre decennali, occupato da migliaia di soldati stranieri, soggiogato dalla violenza terrorista, il cui presidente non è stato finora in grado di garantire una maggiore stabilità.
Il governo statunitense sembra paralizzato. E soprattutto aleggia un fantasma chiamato Vietnam. Un’immagine che a oltre trent’anni di distanza è ancora impressa nella memoria. Decine di elicotteri che prelevano centinaia di americani e vietnamiti da una Saigon circondata dalle truppe comuniste. La storia è un cerchio?
La situazione è peggiorata
Negli ultimi mesi la situazione in Afghanistan è peggiorata. Nello scorso agosto le elezioni presidenziali avrebbero dovuto essere il simbolo dell’espressione democratica del paese, ma si sono invece rivelate la manifestazione dei problemi che affliggono il territorio. Il 20 agosto gli afghani sono stati chiamati alle urne per scegliere il presidente e i consigli provinciali. Le minacce e le violenze dei talebani hanno impedito che gran parte della popolazione votasse. I dati finali attestano l’affluenza intorno al 30-35%, nettamente inferiore alle prime elezioni presidenziali del 2004 (70%).
Degli oltre 30 candidati, solo Abdullah, già ministro degli Esteri, era considerato il maggior avversario del presidente uscente Karzai. Proprio Abdullah è stato uno dei primi esponenti politici a parlare di brogli. È evidente che in un paese come l’Afghanistan l’organizzazione di elezioni risulti particolarmente problematica. Bisogna innanzitutto considerare le difficoltà di garantire la sicurezza, ma non bisogna nemmeno dimenticare che il paese è privo di infrastrutture tali da favorire l’apertura dei seggi.
I problemi maggiori si sono verificati nelle aree pashtun, ovvero l’est e il sud, Khandahar inclusa, dove l’instabilità è maggiore. Su circa 7.000 seggi elettorali, si ritiene che decine non siano mai stati aperti; altri, fittizi, in cui nessuno ha votato ma in cui sono stati registrati centinaia di voti per Karzai; altri ancora dove suoi sostenitori avrebbero aggiunto voti a lui favorevoli. Senza contare coloro che hanno votato più di una volta. Lo spoglio e il conteggio delle schede è stato dunque difficoltoso e lungo.
I dati ufficiali sono stati resi noti solamente il 21 ottobre scorso. In un primo momento l’Indipendent Election Commission of Afghanistan - IEC - aveva dichiarato vincitore Karzai, con il 54% delle preferenze, quasi il doppio di Abdullah, fermo al 28%. Ma il risultato schiacciante di Karzai non aveva convinto tutti. Tutt’altro. Erano molteplici infatti le voci che denunciavano brogli. Dagli osservatori dell’Ue ai rappresentanti dell’Onu, fino agli esponenti politici afghani.
La riconferma del presidente
Una Commissione d’inchiesta dell’Onu ha invalidato decine di migliaia di schede a favore di Karzai, riducendo la sua percentuale al di sotto del 50%, rendendo quindi necessario il ballottaggio.
Ma la sfida tra Karzai e Abdullah non ha mai avuto luogo. A poco meno di una settimana dal secondo turno infatti, lo sfidante ha annunciato a sorpresa il ritiro. Abdullah ha sempre sostenuto che un voto corretto sarebbe stato possibile in tempi più lunghi. Ma il motivo principale della rinuncia è il diniego di Karzai ad accettare la rimozione di Ludin, capo dello Iec, e di tre ministri coinvolti nei brogli del 20 agosto scorso. La Iec non è stata all’altezza del suo compito, tra schede comprate e truccate, e seggi inesistenti. Migliaia di voti sono stati dichiarati nulli da un’altra Commissione, la Electoral Complaints Commission (ECC), che include commissari internazionali nominati dalle Nazioni Unite. Ritiratosi Abdullah, Karzai è stato riconfermato presidente.
I capi di governo plaudono alla sua riaffermazione. Ma sarà effettivamente in grado di guidare il paese? Visti i deludenti risultati del suo primo mandato, bisogna interrogarsi sulle reali possibilità che ha di risollevare le sorti dell’Afghanistan. A fronte della crescita delle industrie e delle comunicazioni, della riduzione della produzione di oppio e della costruzione di nuove strade, permangono problemi di ogni genere: una corruzione diffusa a tutti i livelli dell’amministrazione, delle infrastrutture insufficienti, una popolazione allo stremo, un esercito non adeguatamente addestrato, una guerriglia talebana che con i suoi attacchi a sorpresa contribuisce a destabilizzare il paese e, in ultimo, ma non per questo meno importante, la presenza di truppe straniere, che si stanno rivelando un po’ “ingombranti”.
Il presidente dovrà inoltre focalizzare l’attenzione sul rapporto che si intende instaurare tra governo e talebani; bisogna quindi decidere se combatterli o giungere a un accordo. Karzai ha dunque molteplici nodi da sciogliere e difficili problemi da affrontare. Ma a differenza di cinque anni fa, quando è stato eletto a furor di popolo, oggi è un leader fortemente indebolito, che ha perso la capacità di mantenere saldo il potere nelle sue mani, e che è osteggiato sia all’interno che all’esterno del paese.
Le prospettive
Presentati tali elementi, il quadro della situazione è già complesso, ma manca un tassello che non è possibile tralasciare. Le scelte dell’amministrazione Obama saranno fondamentali per il futuro dell’Afghanistan, che è sin dalla campagna elettorale uno dei temi al centro della sua politica. Se in un primo momento il presidente è apparso deciso sulla strada da percorrere (elezioni, rafforzamento militare, maggiore impegno per migliorare le condizioni di vita della popolazione), ora appare indeciso.
Nel momento in cui scrivo la politica statunitense per l’Afghanistan non è definita chiaramente. L’incertezza di Obama riflette la frattura in seno alla sua amministrazione. Non si tratta di falchi e colombe, ma di una divisione che rispecchia diversi punti di vista che il presidente vuole valutare con accuratezza (e con lungimiranza, in vista delle prossime elezioni). McChrystal, a capo delle forze US in Afghanistan, ha chiesto l’invio di almeno 40.000 soldati. Di opinione opposta Eikenberry, ambasciatore statunitense a Kabul.
Eikenberry ritiene che l’arrivo di altre truppe servirebbe solo a rendere ancora più dipendenti i soldati afghani da quelli stranieri, mentre ciò su cui bisognerebbe puntare è la ricostruzione. Se da un lato i ministri della Difesa Gates e degli Esteri Clinton caldeggiano l’invio di altre truppe, il vice-presidente Biden e il capo dello staff Emmanuel puntano all’intensificazione degli attacchi contro Al Quaeda lungo il confine pakistano. L’annuncio della nuova strategia americana sarà un momento cruciale del primo anno della presidenza Obama; ed è un momento cruciale anche per il futuro degli afghani. A fronte di 600 funzionari stranieri dell’Onu che lasciano il paese, ci sono centinaia di migliaia di afghani che muoiono di fame, che non hanno assistenza medica, che non possono andare a scuola o non possono insegnare perché donne. Chi gli garantirà un futuro?






