Non servono nuovi piani Marshall
Thompson Ayodele
Il grande problema delle relazioni tra Europa e Africa è dato dalle sovvenzioni all’agricoltura previste dalla politica agricola dell’Unione europea. Ciò rende non competitivi i prodotti agricoli locali. Ma invece che togliere gli ostacoli che i prodotti agricoli africani devono affrontare nel mercato mondiale, i leader europei offrono aiuti. Decenni di aiuto estero in Africa non hanno stimolato la crescita, ma incoraggiato lo spreco e la corruzione. Dal canto suo, l’Africa ha bisogno di un appropriato sistema di istituzioni democratiche.
Nel 1885 a Berlino le nazioni europee divisero le nazioni africane e ne fecero loro colonie. L’obiettivo primario della colonizzazione fu innanzitutto incrementare il potere economico e l’influenza politica.
Ma l’interesse economico era prioritario rispetto agli interessi politici. Le economie emergenti in Europa a quel tempo necessitavano di materie prime per le loro industrie. Anche dopo l’indipendenza delle nazioni africane, la relazione economica tra Europa e Africa ha continuato ad essere molto intensa, soprattutto a motivo della vicinanza tra i due continenti. Oggi la portata del commercio tra Africa ed Europa è notevolmente superiore al commercio dell’Africa con gli altri continenti. Allo stato attuale,il commercio dell’Africa con l’Europa è maggiore persino al commercio tra le nazioni africane stesse.
Ridefinizione delle relazioni economiche
Durante il XXI secolo, la relazione economica tra l’Europa e l’Africa è largamente minacciata dal desiderio degli altri continenti di costruire una relazione economica con l’Africa, come effetto della globalizzazione e di un sistema commerciale ineguale tra Europa e Africa. Negli ultimi 10 anni, i paesi europei hanno cercato di rispondere alle sfide dello sviluppo economico dell’Africa e dell’immigrazione illegale verso l’Europa. Nel 2007, l’Unione europea e i dirigenti africani hanno firmato un documento: “EU-Africa Strategic Partnership”. Un Partenariato Strategico con un accordo che faceva pagare tariffe agli africani per poter esportare i loro beni in Europa. L’Europa aveva sempre esentato le sue precedenti colonie da tariffe doganali, ma quell’accordo era scaduto il 31 dicembre 2007 e veniva sostituito, nel gennaio 2008, da questi Accordi Economici di Partenariato.
In base a questo accordo, i paesi africani che commerciano con l’Europa sono ora catalogati secondo le seguenti categorie: 26 sono considerati come “paesi meno sviluppati” (LDCs – least-developed countries) Questi paesi hanno accesso duty-free in Europa, senza obbligo di reciprocità, all’interno del sistema di preferenze europeo che va sotto il nome di “Everything But Arms”, quindi, con un’unica eccezione che riguarda gli armamenti. 18 (inclusi 8 LDCs) hanno firmato accordi provvisori. Godranno dello stesso accesso al mercato europeo come gli LDCs, ma sono anche obbligati ad aprire i loro mercati alle esportazioni europee; 3 paesi – Gabon, Nigeria e Repubblica Democratica del Congo – potranno esportare ora in Ue sotto le meno generose Generalised System of Preferences (Sistema Generalizzato di Preferenze); mentre il Sud Africa sta sviluppando un suo proprio sistema commerciale. Per la prima volta nella storia, l’Europa sta negoziando accordi di libero scambio con i paesi ex coloniali.
In cambio della possibilità di accesso ai mercati europei, 77 Paesi Acp (Africa, Caraibi e Pacifico) dovranno aprire i loro mercati ai prodotti provenienti dall’Europa. I paesi africani temono che questo nuovo accordo possa costare loro miliardi di dollari, e che i loro mercati possano essere inondati dai prodotti degli agricoltori europei che ricevono ingenti sussidi dall’Ue per coltivare montagne di frutta e verdura in terre ben fertilizzate.
Le conseguenze sulle economie africane
I possibili risultati di questi nuovi Accordi Economici di Partenariato non sono difficili da immaginare. Con una vasta gamma di prodotti, i produttori europei possono superare gli Acp nei loro mercati domestici. I paesi africani rischiano di perdere le loro attività esistenti e il potenziale per svilupparne di nuove dato che i prodotti europei stanno invadendo i loro mercati. In Ghana e in Senegal, l’abbassamento forzato delle tariffe d’importazione su prodotti come salsa di pomodoro, carni di vitello e pollo provenienti dall’Europa è stato seguito da un’invasione di prodotti, venduti a prezzi stracciati.
Ciò ha minato i beni prodotti localmente, costringendo alla chiusura molte aziende. La liberalizzazione in Mozambico, così come risulterebbe dagli EPAs, renderebbe più economica la macinazione di farina proveniente dall’Europa, che di quella proveniente dal mercato locale. In questi e altri paesi, ciò non comporta soltanto perdita di posti di lavoro in industrie di macinazione, bensì maggiori difficoltà nelle comunità rurali e povere la cui sopravvivenza dipende dalla vendita del cibo non necessario alla sopravvivenza quotidiana. Non appena i firmatari degli Epa apriranno i loro mercati alle esportazioni europee, saranno soggetti a competizione e frequenti sconvolgimenti commerciali. I paesi africani che hanno precedentemente imposto dazi ai beni provenienti dall’Europa vedranno i loro guadagni diminuire. Naturalmente di questo i paesi africani hanno paura.
È infondata questa paura? Molti decenni fa, i paesi africani esportavano prodotti grezzi verso i mercati europei. Beni raffinati o con valore aggiunto erano tagliati fuori da queste esportazioni. Secondo le statistiche dell’Ue, le esportazioni africane verso l’Europa sono aumentate tra il 2000 e il 2006, da 124 miliardi di dollari a 184. Questo incremento del commercio risulta inferiore se si escludono dal calcolo i paesi ricchi di petrolio e risorse minerarie, perché l’Europa è interessata sempre più al petrolio e alle importazioni di gas dall’Africa.
La politica agricola comune dell’Unione europea
Nel 2001, al Doha Round, i ministri del Commercio mondiale concordarono che ci dovrebbe essere un abbandono graduale dei meccanismi commerciali distorti e che i sussidi agricoli europei dovrebbero scomparire. È generalmente risaputo che la maggior parte dei paesi africani dipende dall’agricoltura. Più del 70% della popolazione è coinvolta, infatti, in questo settore. Una sospensione dei sussidi agricoli in Europa renderebbe più competitivi i prodotti agricoli africani nel mercato mondiale. In base alla Politica Agricola Comune dell’Ue (Common Agriculture Policy), gli agricoltori in Europa hanno ottenuto garanzie, sussidi e altri sostegni all’esportazione. I sussidi che l’Ue paga agli agricoltori rende più economica la produzione di alimenti in Europa a danno dei piccoli produttori africani.
L’Ue distribuisce più di 50 miliardi di dollari all’anno ai suoi agricoltori solo in sussidi assicurati dalla Common Agricultural Policy che rappresentano circa il 45% del budget della Commissione europea. Una mucca in Europa riceve circa 2.50 dollari al giorno in sussidio. Secondo la Banca mondiale, l’eliminazione dei sussidi all’agricoltura nei paesi ricchi causerebbe un aumento del 17% nella produzione agricola mondiale. Si aggiungerebbero così 60 miliardi di dollari all’anno (circa il 6%) ai redditi rurali dei paesi a basso-medio reddito. La Pac garantisce un prezzo minimo agli agricoltori europei, impone tariffe d’importazione e quote per certi cibi, e fornisce un pagamento del sussidio diretto per la terra coltivata.
Secondo l’Organizzazione del Commercio Mondiale, l’Europa è il più grande esportatore mondiale di prodotti agricoli, per un valore di 519 miliardi di dollari solo nel 2007. In quello stesso anno, 15 miliardi di dollari di prodotti agricoli europei sono stai esportati in Africa, un continente che vive di agricoltura. Agli agricoltori europei è garantito un prezzo per lo zucchero tre volte superiore al prezzo mondiale e ci sono restrizioni sulle importazioni estere con tariffe che arrivano al 324%. Nello stesso tempo, i sussidi alle esportazioni permettono allo zucchero europeo in eccesso di essere venduto a prezzi contrattabili in paesi africani.
Gli effetti su alcuni prodotti
Zucchero: agli agricoltori europei è garantito un prezzo per lo zucchero tre volte superiore al prezzo mondiale. Il Mozambico perde più di 140 milioni di dollari all’anno sia per le restrizioni alle importazioni verso Europa e sia per le esportazioni sotto costo che l’Europa fa verso l’Africa. Circa 12.000 lavoratori in Swaziland hanno perso il loro lavoro perché l’industria locale non è competitiva.
Grano: Kenya, Nigeria e Senegal sono stati colpiti da importazioni a basso costo sussidiate dall’Europa mentre venivano pagati 60 milioni di dollari agli agricoltori inglesi per la produzione di grano.
Latte: migliaia di tonnellate di latte in polvere in eccedenza proveniente dall’Europa sta invadendo i paesi dell’Africa Occidentale come il Mali, ad un prezzo più basso rispetto a quello che possono offrire gli allevatori locali, rallentando così la crescita economica.
Pollo: la preferenza europea per il petto e le cosce di pollo comporta che ali e carcasse siano congelate ed esportate i africa a prezzi stracciati. Gli allevatori di pollo in Senegal, Nigeria e Ghana prima riuscivano a sopperire alla domanda del paese. Ora la loro quota di mercato si è ridotta all’11% perché le importazioni sussidiate sono più economiche del 50%.
L’aiuto impedisce la crescita
Invece che togliere gli ostacoli che i prodotti agricoli africani devono affrontare nel mercato mondiale, i leader europei sono impegnati ad offrire più aiuto ai paesi africani. Il punto è che noi tutti dovremmo imparare dalla storia degli aiuti esteri in Africa. Per più di tre decenni, i fautori dell’aiuto estero hanno sempre sostenuto che i paesi poveri sono poveri perché mancano di risorse e fondi da investire in infrastrutture che permetterebbero di rilanciare attività economiche. L’obiettivo principale dell’aiuto estero è di promuovere una crescita economica e di conseguenza di risollevare dalla povertà la popolazione.
La Task Force del Progetto del Millennio delle Nazioni Unite ha calcolato che l’Africa avrebbe bisogno di un extra di 25 miliardi di dollari di aiuto all’anno fino al 2015. Tra il 1970 e il 2000, l’Africa ha ricevuto 400 bilioni di dollari in aiuto. Nonostante l’immissione di ingenti somme di denaro, la maggior parte dei paesi africani sono più poveri di quanto lo fossero al tempo della loro indipendenza. Quindi, se l’idea dell’aiuto fosse stata vera – in particolare il legame presunto tra aiuto, investimento e crescita – molti di quei paesi avrebbero oggi sradicato l’estrema povertà e avrebbero un Pil pro capite simile a quello della Nuova Zelanda, Francia, Spagna e Portogallo. Se dobbiamo parlare di un risultato ottenuto dall’aiuto è, invece, una crescita ritardata. L’enfasi riposta sull’aiuto piuttosto che sull’incremento del commercio ha dimostrato che le azioni degli occidentali sono responsabili della povertà in Africa.
Infatti decenni di aiuto estero in Africa, invece di stimolare la crescita, hanno incoraggiato lo spreco e la corruzione. Per esempio, l’aiuto ha finanziato il 40% delle spese militari in Africa. Allo stesso modo, la cancellazione del debito è fallita perché non a impedito ai paesi africani di indebitarsi di nuovo. Uno sguardo all’Africa di oggi rivela che la maggior parte degli aiuti esteri sono usati per finanziare progetti mastodontici ma inutili. La maggior parte di questi progetti non sono mai stai completati e di conseguenza abbandonati. Per esempio, l’acciaieria di Ajaokuta in Nigeria ha inghiottito 4 miliardi di dollari, ma non è stata mai finita. Quando, nel 1998, è finita in Nigeria la dittatura militare, uscirono rapporti che denunciavano che il progetto era costato circa 2 miliardi di dollari solo in tangenti a vari dirigenti governativi. La richiesta di un nuovo Piano Marshall è, quindi, fuori posto.
Secondo i tassi attuali, quell’iniziativa di aiuto è costata circa 100 miliardi di dollari nei 4 anni successivi alla fine della II Guerra Mondiale. L’Africa ha già ricevuto l’equivalente di quattro Piani Marshall. Inoltre l’aiuto nei confronti dell’Africa è cresciuto e non è mai stato così alto come oggi. Ciò che rende poveri i paesi poveri è la mancanza di un appropriato sistema istituzionale. Le persone povere sono povere perché non possono possedere e trasferire proprietà, non possono registrare le loro attività con una tempistica giusta, i contratti non sono attuati, i tribunali sono lenti, molto cari e per la maggior parte corrotti. I governi sono coinvolti in ogni attività, controllano i prezzi e limitano gli scambi.
L’economia non è aperta al commercio e all’investimento con il resto del mondo. L’Africa per affrontare le sfide del XXI secolo deve promuovere la libertà economica, riconoscere il ruolo della legge, proteggere il diritto di proprietà e soprattutto smantellare ogni ostacolo alla creazione di attività produttive e generatrici di reddito. Questi sono i modi più sicuri perché l’Africa possa superare l’attuale situazione negativa, eliminare la povertà, prosperare e non soltanto appoggiarsi all’aiuto estero.






