Dopo il nono Convegno di Chiama l’Africa
Eugenio Melandri
L’Europa rischia di essere perdente di fronte al nuovo protagonismo cinese. Deve smetterla con l’approccio coloniale fatto sia di sfruttamento che di paternalismo. Nel tempo della grande competizione tra sistemi, il destino dell’Europa è inevitabilmente legato a quello dell’Africa.
Ancora una volta, è stata l’Africa in piedi, quella che si è trovata ad Ancona al nono convegno di “Chiama l’Africa”. Quest’anno con una cornice ancora più ampia che ha visto aggiungersi, come protagonisti del dialogo, oltre al Cipsi gli “Enti Locali Per e con l’Africa”.
Un momento di riflessione e di scambio su una tematica di grande attualità: le relazioni tra Europa e Africa. Va ricordato che solo qualche mese fa è stato eletto il nuovo Parlamento europeo e che il convegno avveniva alla vigilia della “rivoluzione copernicana” delle istituzioni europee con l’entrata in vigore della Carta di Lisbona. Tema particolarmente pressante, quindi, anche perchè l’Africa sta divenendo nuovamente “appetibile”, soprattutto a causa della “fame di energia” delle grandi potenze. E qui, anche se ad Ancona non abbiamo avuto modo di approfondire questo tema, entra prepotentemente in campo la Cina.
È di questi giorni la notizia di un nuovo grande protagonismo della Cina in Africa che prevede la costruzione di poli industriali “low cost” e il conseguente arrivo massiccio di manodopera cinese nel continente africano. L’Europa sta a guardare. Schiava come è di un passato coloniale che continua a condizionare le sue relazioni con il continente africano. Perchè l’Europa sembra non essersi accorta che l’Africa, nei 50 anni che la separano dalla decolonizzazione, è cresciuta, ha fatto un sacco di strada. E non solo nella sua gente, nella sua società civile, che sta cercando di prendere in mano il proprio destino, con una fierezza e una dignità inimmaginabili, ma anche – se pur con tante contraddizioni – nei suoi gruppi dirigenti e nelle sue istituzioni.
Non si è accorta che ormai l’Africa non chiede più aiuti, ma dignità, riconoscimento del proprio ruolo e della propria cultura, agibilità reale anche nei labirinti del mercato e del commercio internazionale. Così l’Europa è restata indietro, continuando ad usare nei confronti dell’Africa il metodo coloniale che mette insieme sfruttamento e assistenzialismo, rapina e paternalismo. In questi anni, infatti, pur in presenza di molte emergenze, diversi paesi africani hanno fatto passi da gigante nella realizzazione di istituzioni democratiche. Si pensi non soltanto al Sudafrica, ma anche alla Namibia, al Botswana, all’Angola, al Mali, alla Sierra Leone o alla Liberia. Il viaggio compiuto dal Presidente Obama in Ghana ha suggellato il riconoscimento di una democrazia compiuta, con l’arrivo pacifico al governo del partito di opposizione, dopo una votazione esemplare. L’Africa ha bisogno, ha detto Obama, non di aiuti, ma di istituzioni.
Certo, in altri paesi esistono drammi e tragedie che sembrano non avere fine. Si pensi soltanto alla Repubblica Democratica del Congo, alla Somalia, all’Eritrea, per non parlare di Sudan o di Guinea. Eppure la strada ormai è questa, anche sotto la spinta di una società civile organizzata che non demorde, che insiste, che condiziona dal basso la politica. Abbiamo avuto modo ad Ancona di ascoltarne le testimonianze. Pare tuttavia che di questo l’Europa non si sia accorta. Continua infatti a utilizzare forme obsolete di relazione e di cooperazione, che spesso altro non sono che il tentativo di continuare nel presente il passato coloniale. Intanto non mette in discussione la politica agricola comunitaria, strangola con i propri sussidi all’agricoltura i coltivatori e gli allevatori africani, spadroneggia nelle acque territoriali dei paesi costieri dell’Africa rubando gran parte del loro patrimonio ittico.
Poi, quasi a lavarsi la coscienza, propone forme di cooperazione sempre più striminzite che non solo non aiutano le economie africane, ma contribuiscono a renderle ancora più dipendenti. Intanto le promesse si assommano alle promesse. Mai mantenute, naturalmente. Il nostro governo in questo è maestro. Entra così in campo prepotentemente la Cina, proponendo un modello nuovo di cooperazione in cui si smette con il paternalismo e con l’assistenzialismo. La Cina si presenta come partner commerciale, senza entrare nel merito delle politiche dei singoli paesi, mettendo sul piatto ciò che offre e ciò che chiede. In un rapporto di parità – almeno apparente – che non lede il bisogno di dignità dell’Africa.
Certo, i problemi ci sono e sono tanti. L’Africa nel giro di pochi anni rischia di divenire una sorta di colonia economica cinese, dove la Cina fa i propri affari con governi che spesso non rispettano i diritti dei propri cittadini. In una sorta di scambio fra ciechi che sanno soltanto valutare gli interessi economici reciproci. Con lo spettro di una sorta di possibile invasione dell’Africa da parte cinese. Già esistono in diversi paesi africani insediamenti cinesi molto popolati. E si prevede nel prossimo futuro la nascita di diverse Chinatown africane. È tempo che l’Europa cominci ad accorgersi che, paradossalmente, non è l’Africa ad avere bisogno dell’Europa, ma l’Europa ad avere bisogno dell’Africa.
Non, si badi bene, in termini romantici, ma politici ed economici. Africa ed Europa sono geograficamente e geopoliticamente costrette a stare insieme, a sentirsi quasi un unico continente. Nel periodo della multipolarità e della competizione a tutto campo tra grandi sistemi, l’Europa rischia di essere perdente nei confronti sia dell’Occidente che dell’Oriente se non accomuna il suo destino, la sua politica e la sua economia al continente africano. Ma di questo dovremo parlare negli anni a venire. I pezzi che pubblichiamo qui di seguito sono due relazioni tenute ad Ancona.
La prima, quella di Hèléne Yinda che riflette sul ruolo strategico delle donne in Africa. L’altra, dell’economista nigeriano Tompson Ayodele, che rivendica all’Africa un ruolo nuovo anche nel mercato mondiale.






