Arriva al termine anche questo 2009. E, come sempre sarebbe ora di bilanci. Avremmo tante cose di cui parlare. Le difficoltà che questo 2009 ci lascia in eredità per il 2010 che sta arrivando. Le paure che una situazione di incertezza sia economica che politica suscita non solo nel nostro paese, ma nel mondo intero. Con una serie di ipoteche difficili che saremo chiamati a risolvere nel prossimo futuro.
Questo anno si chiude con una nuova esclation di guerra in Afghanistan e con la delusione che tanti stanno provando di fronte alle scelte del Presidente e Premio Nobel per la pace Obama. Altre truppe per una guerra senza fine. A Mogadiscio, intanto, un attentato sparge morte sulle briciole di speranza che questo paese, condannato alla deriva, stava faticosamente costruendo. Si profila un altro fallimento alla prossima conferenza sul clima a Copenaghen, e ancora una volta siamo costretti ad accorgerci della miopia di chi guarda solo all’immediato senza investire sul futuro dei propri figli. Qui da noi, a casa nostra, crescono intolleranza e razzismo che si manifestano in tanti modi: dalle grida dei comuni lombardi perchè si apra la caccia al clandestino, al Natale “bianco” voluto in nome della difesa delle nostre radici cristiane da parte di qualcuno che non ha paura neanche di strumentalizzare il crocifisso, la religione o il Natale a fini prettamente elettorali, fino alla vergognosa sentenza di un tribunale che praticamente definisce i Rom, in quanto tali, come delinquenti. Una serie di sfide difficili che, se da una parte non possono non turbarci, dall’altra devono divenire una sorta di sfida alla nostra capacità di speranza attiva. Mai come oggi la speranza si fa sfida reale per tutti noi che crediamo nell’umanità. Diviene la forma dell’impegno e della politica. Un appello alla vita e alla vita in pienezza. Nonostante le crisi e le difficoltà, ognuno di noi è chiamato ad essere felice e a costruire e donare, quasi spargere, felicità. Con il proprio impegno, la propria costanza, le proprie scelte quotidiane. In questo modo ogni azione, anche la più personale e privata, acquista lo spessore della politica. Il mondo è un campo in cui ognuno di noi è chiamato a seminare. E ogni gesto, ogni scelta, anche la più privata, lancia nel grande campo del mondo o zizzania che distrugge o seme di futuro che costruisce relazioni, solidarietà, umanità. Ci scusino i lettori. Non si tratta di una sorta di omelia, ma di una certezza che ci portiamo dentro in questa nostra avventura. Quella di chi sa che nessun gesto è neutrale e che ogni persona, grande o piccola che sia – ha un ruolo unico e irripetibile nella costruzione del presente e del futuro. Lo diciamo proprio guardando alla piccola esperienza che da anni portiamo avanti con “Solidarietà internazionale”. Abbiamo avuto modo di riflettere e di far riflettere. Di denunciare e di proporre piccole o grandi alternative. Abbiamo seminato nel grande campo del mondo e della storia il nostro piccolo seme di speranza e di umanità. Ci siamo sforzati, pur nelle contraddizioni che distinguono ogni esperienza umana, di fare la nostra parte. E, permettetecelo, di questo un po’ andiamo fieri. Ora “Solidarietà internazionale” per una serie di problemi che abbiamo avuto modo di spiegare nel numero scorso, si trova davanti a difficoltà economiche che mettono a rischio la sua stessa esistenza. Detto in parole povere, visti i conti che abbiamo, se non ci credessimo sul serio, dovremmo chiudere. Ma siamo cocciuti e crediamo nella “compagnia” degli amici e lettori che in questi anni sono stati con noi. Vogliamo andare avanti, con la testardaggine di chi crede che ogni seme gettato rappresenta un investimento per il futuro. La nostra parte la vogliamo fare fino in fondo. Tocca a tutti voi, amici lettori, se lo credete, darci una mano. Se continuiamo a stare insieme, ce la faremo anche stavolta.






