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Samarcanda I quattro platani

LE CITTÀ DEL DIALOGO

Michele Zanzucchi

Sulla via Sadralddin Aine, alla periferia della meravigliosa città che fu di Tamerlano, noto un minareto di modeste dimensioni. Non mi sembra annunciare granché, anche perché isolato in mezzo a un cimitero dalle lapidi neppure antiche. Non penso proprio che nasconda quella bellezza che taluni annunciano: il Khodja Abdi Darun. Il luogo, come sempre da queste parti, ha una ricca storia: il suo nome è infatti associato al giurista arabo del IX secolo Abd al-Mazzedin (khodja è colui che si è recato in pellegrinaggio alla Mecca). Seljuk Sultan Sanjar eresse per lui un mausoleo nel XII secolo, poi ingrandito e abbellito da Ulug Beg in persona, nel XV secolo.

Dietro al solo portale che sembra degno di tal nome, fervono i lavori per la costruzione di un edificio di dimensioni abbastanza ragguardevoli, che dalla struttura sembrerebbe l’ala di una madrasa, ormai ho imparato a riconoscerle. Questo è in effetti il luogo indicato da taluni per conoscere qualcosa della rinascita dell’Islam in Uzbekistan: qui in effetti vengono elevati degli edifici preposti alla formazione islamica. Entro attraverso il portale ingombro di assi di legno e di laterizi rossastri. Poi, improvvisa, la sorpresa, quasi una visione, la vista di qualcosa che doveva trovarsi in quel posto, esattamente lì e in nessun altro posto. Quattro platani secolari – ancora vigorosi aperti avvolgenti – e, in mezzo ad essi, un’hauz, un’ampia vasca assolutamente immobile. Attorno, disposti sui tre lati rimanenti, una moschea annunciata da un pishtak che una volta doveva essere delizioso, anche se oggi appare sbilenco e parzialmente ricoperto di maioliche irrimediabilmente danneggiate; un porticato di legno dai pilastri antichi o rinnovati con il pavimento ricoperto di tappeti di buona fattura; poi gli alloggi di una scuola coranica.

Dall’interno della moschea provengono i rumori (o piuttosto i suoni?) tipici della preghiera musulmana. Sbircio attraverso la porta semichiusa e scorgo una ventina di giovani in piedi, spalla contro spalla, in un ondeggiamento ritmato che mi sembra un’evidente marchio di fabbrica sufi. Mi siedo sotto il portico in attesa che i ragazzi sciamino dalla sala della preghiera, per poter scattare qualche foto che immagino suggestiva. Eccoli, paiono un gregge ondeggiante. Nello sciamare dei giovani affamati – è ora di cena e oggi comincia il Ramadan – un certo ordine, insolito per questi spazi musulmani, e noto pure un indubbio, altrettanto insolito rigore nei lavori di ricostruzione.

Mi volto verso il porticato. Un imam mi osserva attentamente, avrà settant’anni, una lunga barba bianca e uno sguardo penetrante. Si siede a gambe incrociate e continua a osservarmi, attirandomi poco alla volta verso di lui. Assalamaleykum. Con un impercettibile cenno del capo chiama a sé uno dei suoi, parla francese, da quattro anni fa la guida turistico-religiosa ai luoghi più spirituali di Samarcanda. Traduce diligentemente. «Mi chiamo Michele – dico – significa “chi come Dio?”, vengo dall’Italia, da Roma». «La città del papa, il Vaticano. E io sono l’imam Sultan Murad. Sei cristiano?». «Sì, lo sono, in Italia lo siamo quasi tutti. Io credo, comunque». «Siamo fratelli in Adam e Abraham». «Ne sono convinto anch’io». «Qui a Samarcanda m’accorgo che tanti europei hanno dimenticato Dio. Pensano infatti che i monumenti di questa terra d’Uzbekistan possano essere conosciuti senza tenere conto delle categorie religiose.

Si sbagliano, si sbagliano di grosso! Perché, come diceva il grande Platone – i chor platàn, i quattro platani ci ricordano la sua immensa figura di filosofo e di credente – così facendo si resta solo alla superficie delle cose e non si penetra nel loro significato più recondito, quello che Dio ha voluto per essi». «L’occidente sta attraversando un momento di forte crisi, in cui molto spesso Dio scompare dall’orizzonte dell’uomo. La scienza e la tecnica avanzano e lo spirito retrocede». «Lo intuisco anche solo guardando negli occhi questi turisti che mi osservano come fossi un’anticaglia, un sacerdote della più retriva superstizione, uno stregone o se va bene uno sciamano. Leggo il disprezzo nei loro occhi, senza bisogno di aprire bocca. Ma nei tuoi occhi non c’è questo disprezzo». «Grazie. Da una grande santa ho imparato qualcosa del rispetto per l’uomo diverso da sé e per la religione altrui». «Chi è questa santa?». «Si chiama Chiara da Trento, è morta da poco, era una mistica, una mistica dell’azione. Mi ha insegnato l’arte di amare». «Raccontamela». «Ama tutti, ama per primo, ama il nemico, fatti una cosa sola col fratello, scopri Dio che vive nell’altro». «Perché non ha messo all’inizio: ama Dio?». «Perché chiunque può arrivare a Dio anche se non lo conosce o lo rifiuta». L’imam tace improvvisamente, si liscia più volte la barba, poi riprende: «Il comunismo ha lasciato anche qui il morbo dell’ateismo. Forse allora anche qui c’è bisogno di quest’arte di amare. Per portare gli uomini a Dio. Me la spieghi di nuovo?».

L’imam fa portare una cuccuma di tè verde, prima di impartirmi una specie di ordine: «Fotografami». Eseguo, con impegno. Ma vuol controllare il risultato: «Hai usato rispetto», conclude. Quindi intona una preghiera: «Che Dio sia con te e con me e con tutti, nella pace e nell’amore». Gli ultimi raggi del sole calante fanno brillare l’acqua immobile, sempre più immobile, dell’hauz racchiusa e protetta dai quattro platani.
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