I MODENA CITY RAMBLERS
Eugenio Melandri
È Dudu (Davide Morandi), il cantante del gruppo che parla a nome di tutti. A lui è stato affidato dal gruppo il ruolo di portavoce. Parlo con lui mentre sono agli sgoccioli le prove per il nuovo tour, in occasione dei 15 anni dall’uscita del primo album: “Riportando tutti a casa”. “Un disco - lo presentano così nel loro sito – con cui i Ramblers rivendicano la loro identità meticcia, fatta di Irlanda ed Emilia, dei racconti sulla Resistenza e degli anni Settanta, di viaggi e di lotte.Forse è proprio questo meticciato che continua a caratterizzare un gruppo che è ormai sulle strade e sulle piazze d’Italia e del mondo da tanti anni. Un meticciato che li ha spinti a fare musica mescolandosi fra la gente, partendo dalle storie e dai drammi del nostro tempo. Incontrandosi con gruppi e persone impegnate nella costruzione di una società un po’ più umana. La loro musica ha accompagnato i ragazzi di Libera che lottano contro le mafie, o i drammi e le speranze dell’America latina, del Medio Oriente o della Romania. Con Dudu cerco di ripercorrere le tappe del viaggio che li ha portati fin qui.
Dudu, cominciamo dall’inizio. Raccontami come siete nati.
Come sono nati, dirai. Io sono arrivato quattro anni fa, quindi ti parlo per sentito dire. Anche se, in fondo posso dire che c’ero anche allora. Di fianco, ma c’ero, dato che sono stato uno dei primi fans del gruppo. Ero infatti amico del primo cantante Alberto Morselli, conoscevo bene lui, poi tutti gli altri. Hanno iniziato nei primi anni novanta. Un gruppo che veniva da Sassuolo che, allora si chiamava “Lontano da dove”. Faceva musica new age e non c’entravano niente con il folk. Poi si sono incontrati con Franco Agnello, Luciano Gaetani e Marco Michelini che venivano da Modena e avevano già cominciato a fare musica folk sul modello della musica irlandese. Il promotore di tutto, il grande saggio che cominciò tutto è stato però Luciano Gaetani che è di Roma. Lui aveva già suonato in una band di folk irlandese tradizionale. Aveva suonato al Folk studio, aveva un cultura musicale. È stato lui a cominciare tutto quanto, raccogliendo intorno a sé questo gruppo di baldi ragazzotti che cominciavano a conoscere la musica celtica, irlandese e folk. Di qui, i primi viaggi con interrail e erasmus in Irlanda, la birra irlandese e quant’altro. Sono nati così i Modena City Ramblers.Un gruppo che all’inizio faceva cover di pezzi tradizionali o di gruppi che in Irlanda e Inghilterra avevano riportato la musica folk mischiandola anche con il rock, prima di cominciare a camminare con le proprie gambe.
Quindici anni di intensa attività sono tanti. Ma, a tuo avviso, quale è stato l’itinerario che li ha caratterizzati sia dal punto di vista musicale che di impegno sociale?
Come ti dicevo il punto di partenza è stato il folk irlandese, prima quello più tradizionale, poi quello mischiato con il rock che i gruppi irlandesi e inglesi avevano riportato al successo. Il primo disco testimonia questa stagione. Poi è arrivato “Combat Folk”, una cassetta che adesso è introvabile. Una musica folk con temi impegnati, soprattutto verso il sociale, con uno sguardo attento verso la situazione politica e sociale del momento. Sono poi cominciati i viaggi che hanno portato all’incontro con popoli e culture diverse. Prima in America latina da cui nasce il terzo disco “Terra e libertà”. Viaggi e musica vanno di pari passo: Sud America, medio oriente, Sud Africa, Palestina, Balcani. Da questi viaggi uno porta sempre a casa qualcosa, sia da un punto di vista musicale che culturale. E tutto, inevitabilmente finiva negli album dei Modena City Ramblers. Un incrocio di tante culture che ha nutrito il gruppo fino a consegnarlo così come è oggi. Con una musica dove la matrice irlandese è sempre presente ma con tante sfumature e qualità diverse. Insomma, una specie di calderone in cui suoni e culture di quasi tutto il mondo si mischiano – pensiamo - in maniera felice e vanno a determinare quello che sono i Modena. Si è trattato per noi di un vero e proprio viaggio musicale attraverso tutto il mondo. Dal punto di vista dell’impegno sociale questa cosa era presente nel momento in cui il gruppo si è formato e lo è stata sempre. Ci sono state anche canzoni d’amore, di svago e di divertimento, ma la musica dei Modena si è sempre caratterizzata per una forte connotazione sociale.
Ciò comporta quindi una certa affinità sia nella visione del mondo che nelle scelte politiche.
Per far parte dei Modena devi per prima cosa condividere il progetto. Poi ci sono le differenze anche tra di noi. Ma all’interno di un progetto e di un’avventura comuni. Certo, tutti quanti apparteniamo all’area di sinistra. Tutti abbiamo fatto le nostre esperienze nel sociale. Chi ha fatto l’obiettore, chi ha lavorato con i portatori di handicap, chi con gli anziani. E questo ci ha portato a fare un percorso che va oltre la stessa musica. Che tocca anche il modo di vivere ognuno la propria quotidianità. Per un gruppo come i Modena ciò che conta fortemente è il progetto del gruppo, l’idea del gruppo e non i singoli elementi che lo compongono. La storia di questi quindici anni lo dimostra. Tanti sono usciti. Tantissimi personaggi che erano sul palco sono cambiati. Ma il gruppo resta.
Quanto, secondo te, incide la storia personale anche nel fare la musica?
Io penso che incida molto. Incide per chiunque faccia musica. Anche per chi scrive canzoni romantiche, d’amore o di divertimento. Il personale viene fuori sempre. È ovvio poi che quando ci si trova tra persone che hanno una forte sensibilità verso il sociale, verso l’impegno, questa sensibilità e quest’attenzione poi si riscontra anche nel fare musica. Penso che per una persona che non ha alcun interesse per queste tematiche sarebbe difficile suonare con noi, anche se fosse il più bravo musicista al mondo, con la più grande passione per la musica. Ci hanno chiesto di andare a fare un concerto in Romania per i bambini degli orfanotrofi, non abbiamo preso un soldo. Abbiamo fatto diciotto ore di pullman. È una rottura di scatole. Però ci siamo andati e ne siamo felici. Abbiamo incontrato questa gente, siamo stati bene e ci siamo portati a casa un’esperienza eccezionale. Questo nello scorso maggio. Un musicista che non condivide queste scelte dal punto di vista personale, che non le ha scritte nel suo Dna, fa inevitabilmente fatica anche a condividere la ricerca di carattere musicale.
Dudu, tralascio di farti la domanda sulla vostra discografia e sull’evoluzione del gruppo a partire dai dischi pubblicati. Voglio invece farti una domanda che cerchi di andare al fondo della vostra esperienza. In questi anni, con tutti gli album che avete fatto, che cosa avete voluto dire?
Abbiamo voluto raccontare più che dire. Non abbiamo mai voluto dare soluzioni o indicare la via. Noi, piuttosto, raccontiamo le cose. Quelle cose che, a nostro avviso, hanno bisogno di essere raccontate, sia perché non viene dato loro il giusto risalto, sia perché passano sempre in secondo piano, sia perché spesso sono storie che riguardano l’altra l’Italia. Quella che sta dietro le quinte, che però lavora, si dà da fare, si impegna. L’Italia del volontariato, delle ong, delle associazioni. L’Italia di chi dice no alla mafia, che lavora sui beni confiscati alla mafia. L’Italia di chi si impegna, nel sociale o anche in politica, in maniera corretta, onesta e sincera. Di queste cose a nostro avviso non se ne parla mai abbastanza perché purtroppo viviamo in un paese in cui fa più notizia il foruncolo che è sbucato alla soubrette di turno che non i campi che sono stati bruciati a una cooperativa della Calabria dai mafiosi che rivogliono i loro terreni confiscati. Noi le raccontiamo queste cose facendo un po’ quello che facevano i cantastorie una volta. Di qui musica folk e popolare, il nostro combat folk. Musica folk per la gente, anche raccontata con il linguaggio della gente. La nostra non è mai stata una musica poetica, difficile, ermetica, faticosa da comprendere. Abbiamo scelto sempre testi molto diretti, schietti, fatti per la gente. Testi impegnati che guardano al sociale.
Ma oltre che raccontare l’altra Italia, denunciate anche l’Italia così come è.
Beh, sicuramente. Perché quando vai a raccontare le storie del presente, purtroppo sbatti il muso contro questo presente. L’altro giorno pensavo, ricantandole, visto che stiamo provando queste canzoni del primo disco di quindici anni fa, che ci sono canzoni che se non fossero state scritte nel ’94, o nel ’93, ma l’altro ieri, nessuno se ne accorgerebbe. Basterebbe cambiare solo qualche nome.
Dimmene una.
“Quarant’anni”. Parlava della prima repubblica. Si parlava di tangenti, di armadi pieni d’oro, di mafia, di terrorismo. Basta che cambi solo due o tre cose, quella canzone sembra scritta l’altro ieri. Oppure penso a “L’ambulante” che parlava dell’immigrazione, dei clandestini, di chi arriva in Italia in cerca di una nuova vita e poi si ritrova a essere indicato come il male della nostra società. Per carità, le mele marce ci sono dappertutto in qualsiasi categoria, però “l’ambulante” è un’altra canzone che, dopo quindici anni, è rimasta di estrema attualità. Anzi a me pare che la situazione per gli immigrati sia peggiore adesso rispetto a quindici anni fa. Molte cose non cambiano, anzi peggiorano. Avremmo tanto materiale anche per i prossimi anni.
E dell’altra Italia, quali sono le cose belle che avete cantato e che vorreste cantare?
Di cose belle ce ne sono state tantissime e sono convinto che ce ne saranno ancora tante. Una cosa che mi fa sempre molto arrabbiare è quando sento dire che i giovani di oggi sono tutti privi di ideali e di valori. Che sono disillusi e menefreghisti. Che pensano solo al cellulare nuovo, alla play station. Forse sarà anche così, ma non per tutti. Incontriamo sempre tantissimi ragazzi molto giovani – ai nostri concerti vengono anche ragazzini che hanno 15-16-17 anni – che hanno tanta voglia di scoprire, di capire, di impegnarsi. Che stanno formando in questi anni la loro coscienza sociale e politica e stanno maturando in sé gli ideali che poi li guideranno nel futuro. Di questi ragazzi ne incontriamo veramente tanti. C’è tanta gente che ha tanta voglia di fare e capire. Poi, non dimentichiamolo, ci sono i ragazzi che si impegnano per le cooperative sociali. Ad esempio, i ragazzi delle cooperative di Libera, con i quali abbiamo avuto molto a che fare in quest’ultimo anno. In maggio abbiamo fatto un tour con loro.
Raccontacelo un po’.
È stata un’esperienza incredibile. Ogni anno da sempre organizziamo dei viaggi per suonare o per fare esperienze. Ad esempio, quest’anno – come dicevo prima – siamo stati anche in Romania. Ma il viaggio più bello l’abbiamo fatto nel nostro paese. Abbiamo fatto questa bellissima tournée. Partita il 25 aprile 2009 da Foligno, data non scelta a caso perché si tratta della festa della Liberazione, si è conclusa il 9 maggio. Abbiamo girato tutta l’Italia, da nord a sud, anche per chiarire una volta per tutte che la mafia non è un problema locale, del sud, ma riguarda tutto il nostro paese. E non solo, anche quelli vicini. Perché purtroppo la mafia si è sparsa dappertutto. È un problema di tutto il mondo. Ci sono tantissimi terreni e beni confiscati alla mafia anche a nord. Siamo stati a Genova, Torino, Milano, in Veneto nella villa di Felice Maniero, il boss della mafia del Brenta. Poi abbiamo cominciato a scendere l’Italia. Siamo passati a Montecatini terme, a Cisterna di Latina, a Castel Volturno. Siamo stati a Mesagni in Puglia, Polistena in Calabria. Abbiamo fatto tre tappe in Sicilia: una vicino a Catania, poi Trapani, e per finire il 9 maggio nella piazza di Cinisi per ricordare Peppino Impastato nel giorno della sua morte. È stata un’esperienza incredibile fatta veramente, alla “viva il parroco”, alla buona. Su due furgoni abbiamo caricato gli strumenti e tutto ciò che ci poteva servire per avere un minimo di amplificazione. In un certo senso è stato un ritorno al passato, anche da un punto di vista tecnico-musicale. Come si suonava una volta. Si attacca la spina e si suona. Sono venute fuori delle giornate intere veramente belle da un punto di vista umano e artistico. Abbiamo conosciuto queste persone meravigliose che davvero si impegnano tutti i santi giorni. Loro non vanno a cantare i cento passi una volta alla settimana o una volta al mese, lo fanno tutte le mattine. Si svegliano e i cento passi li fanno per andare a lavorare e tornare da lavorare su questi beni confiscati alla mafia. Quindi quest’altra Italia c’è. Noi continueremo a raccontarla e starle vicino.
Mi hai messo addosso un’enorme curiosità. Raccontami qualche fatto particolarmente toccante vissuto in questo tour con Libera.
Abbiamo ascoltato tanti racconti. Come quello delle migliaia, milioni di monetine che sono sepolte a Cisterna di Latina. Erano i proventi della famiglia mafiosa che faceva riferimento al clan dei Casalesi e che aveva l’appalto per smaltire queste monetine. Sono monete da 500 lire. Invece di smaltirle le hanno seppellite in questi campi, completamente seminati. Abbiamo scoperto che la favola di Pinocchio non è vera. Gli alberi dei soldi non crescono. Abbiamo conosciuto persone che hanno avuto familiari, uccisi dalla mafia. Spesso anche per sbaglio, perché si trovavano al posto sbagliato nel momento sbagliato. Persone che per questo non hanno perso la voglia di vivere, né la fiducia nello Stato e nella società, anzi hanno deciso di impegnarsi il doppio, e fanno veramente tantissimo. Poi i ragazzi in Calabria. D’estate, quando finisce la scuola, invece di andare al mare a divertirsi, vanno nei campi, per far rinascere quegli uliveti e aranceti che la mafia aveva distrutto. Perché i mafiosi, quando i terreni sono stati loro confiscati, hanno bruciato tutto. Per tornare a coltivarli, c’è da lavorare tanto. Con temperature molte elevate. Ad aprile c’era un caldo terribile e ci siamo immaginati cosa volesse dire lavorare sui quei campi in luglio o agosto. I ragazzi ci vanno quando finisce la scuola e si passano l’estate lì a lavorare in questi campi. Ci hanno fatto vedere i loro primi risultati. Con un orgoglio nel cuore e nella voce che veramente ci ha scaldato più di quanto facesse il sole. Anche dal punto di vista artistico, abbiamo vissuto momenti molto belli. Abbiamo avuto sul palco Dario Fo’ a Milano, Marco Paolini in Veneto. Poi ci sono venuti a trovare tanti musicisti. In breve, un’esperienza che ci ha arricchiti tutti e sotto tutti i punti di vista. Da quello umano a quello artistico. In più ci ha dato speranza nel futuro. Fino a quando ci sarà gente come questa, non è possibile perdere la speranza. “Libera” pubblicherà un dvd con un libretto allegato che racconta quest’esperienza. Dovrebbe essere pronto per Natale. Ci sono le nostre impressioni, quelle dei ragazzi di “Libera” che hanno collaborato con noi. Poi è bello continuare a tenere i contatti con queste persone. Perché continuiamo a sentirci. Una serie di relazioni intense. Che dire? È veramente bello.
Dudu, ti chiedo un commento di un fatto di attualità. Avete finito il vostro tour con “Libera” a Cinisi, ricordando Peppino Impastato. Intanto il sindaco di un paese del nord ha deciso di cambiare nome a una biblioteca intestata a lui, per dedicarla a uno del nord. Che effetto ti fa?
Cosa vuoi che ti dica? Penso l’effetto che fa a tutti quelli che hanno un minimo di coscienza civile e un minimo di cervello. Mi ha lasciato basito, anche perché queste cose sono tanto sciocche quanto inutili. Non riesco a vedere un conflitto tra la targa in una biblioteca a Peppino Impastato e il dare il giusto risalto a questo parroco del luogo, a cui potevano dedicare la targa in altra maniera. Anche il più piccolo dei Comuni ha mille modi per onorare e dedicare un qualcosa a un qualche personaggio di rilievo. Quindi si poteva risolvere in maniera tranquilla dedicando qualcos’altro a questo parroco e lasciare che le due figure convivessero nella memoria collettiva del paese. Anche perché c’è bisogno di condivisione e di sentirci uniti in quest’Italia che invece purtroppo va in senso opposto. La divisone tra nord e sud che una volta c’era nei fatti, ora c’è più nella testa della gente che non nei fatti. Al nord trovi chi vota Lega e con motivazioni che possono essere anche capite, ma c’è, purtroppo, chi ha un atteggiamento becero e privo di senso. Non riesco a capire come si possa arrivare a scelte del genere.
Continuiamo sull’attualità. La vostra musica si è nutrita di viaggi, di incontri con altri popoli e con altre culture. Siete un gruppo che fa musica “meticcia”. Come vivi il fenomeno delle migrazioni? La clandestinità che diventa reato? I respingimenti in Libia dei barconi di disperati che cercano di approdare in Europa?
C’è ancora molto da raccontare a questo riguardo, e temiamo che ci sarà molto di più nei prossimi anni. Quella dell’immigrazione è una questione importante, spinosa, che va affrontata, incanalandola su binari di tranquillità e di buon senso. La contaminazione e l’incontro degli altri sono stati la molla dell’umanità. L’umanità è sempre stata nomade. I popoli si sono sempre scambiati informazioni dal punto di vista culturale, tecnologico e quant’altro. Non ci dobbiamo, poi, dimenticare che noi europei, noi italiani siamo stati migranti per moltissimo tempo. Anche noi siamo stati respinti quando andavamo in altri paesi. Quando sognavamo l’America. Ci ficcavano tutti in grossi stanzoni, come delle bestie, e molti venivano rispediti a casa. È successo anche a noi. Non eravamo molti diversi da quelli che arrivano sui barconi nel Mediterraneo. Domandiamoci: perché andavamo in America? Perché eravamo furbi o perché volevamo andare a conquistarla? No. Solo perché qua in Italia non si campava, perché in Veneto c’era pellagra e si moriva di fame. Andavamo in America per cercare una vita migliore. La stessa cosa che fanno loro adesso. La storia si ripete. Bisognerebbe avere un po’ più di comprensione e di memoria. Certo, le mele marce ci sono dappertutto. Ma se io mi trovassi in un paese straniero, lontano dalla mia terra e dalla mia famiglia, senza un lavoro, con la gente che mi guarda storto, senza nessuno che mi dia lavoro, senza casa, andrei a rubare anch’io. Alzi la mano chi quando arriva alla fame e alla disperazione non pensa di andare a rubare. Certo, la questione è difficile. Ma se fossimo capaci di avere un po’ di comprensione, un po’ più di umanità, con fatica, anche facendo degli sbagli, riusciremmo a trovare la strada.
Torniamo a voi, alla vostra esperienza. Ci hai parlato di tanti ragazzi che si impegnano e che cantano con la loro vita la speranza. Voi come pensate di continuare a cantarla con la musica?
Questi ragazzi esistono, ci sono e continuo a parlarci. Non c’è solo la generazione di Amici o di X Factor. C’è tanta gente che ha voglia di fare le cose, di impegnarsi. Ma non viene data loro una gran mano. Spero che nel futuro a questi ragazzi sia dato più credito, più responsabilità. Nella scuola, ad esempio, bisognerebbe avere più memoria. Non solo raccontare le cose che facevano i greci e i romani, ma guardare anche le cose dell’altro ieri che sono quelle da dove è nata la nostra repubblica, la nostra costituzione. Tanti ragazzi giovani che vengono ai nostri concerti ci dicono di aver scoperto queste cose ascoltando le nostre canzoni: partigiani, Aldo Moro, 9 maggio, Bella ciao, ecc. Di queste cose non si parla mai. Dal punto di vista culturale, la speranza che noi abbiamo è che questo paese si tiri un po’ su. Non dico che stiamo raschiando il barile, ma poco ci manca. I ragazzi che hanno voglia di impegnarsi dal punto di vista culturale e artistico fanno molta fatica e rischiano di perdere la speranza. Viviamo in un mondo dove la tv comanda, con una cultura “usa e getta”. Ma noi continuiamo a rimanere ottimisti per il futuro. Non possiamo permetterci di essere pessimisti perché altrimenti tanto varrebbe chiuderci in una stanza e aspettare rassegnati gli eventi. Gli incontri che abbiamo fatto ci dicono che c’è un campo aperto per la speranza. Quell’altra Italia c’è. È piena di vitalità, anche se spesso non se ne parla e si presentano come modelli X Factor, Amici o il Grande Fratello. Quell’altra Italia, quella vera, che dà speranza ha il volto dei ragazzi che ogni mattina, senza far rumore, mettendoci fantasia ed entusiasmo, compiono i loro “cento passi”.






