Simone Silva Pereira ama definirsi una Sem Terra “di seconda generazione”. Racconta che i suoi genitori sono anch’essi Sem Terra e vivono da molti anni nel più grande insediamento del Maranhão, nell’area nord orientale del Brasile. Un insediamento nato 24 anni fa, uno dei più antichi della regione.
Da dieci anni, Simone è attiva nel Movimento Sem Terra, prima come insegnante poi, negli ultimi quattro anni, nella direzione nazionale. Nell’incontro organizzato dal CeVi con gli studenti dell’Università di Udine e poi nel seminario promosso in occasione della Giornata mondiale della Sovranità Alimentare, Simone parla con lucidità e precisione della storia e delle finalità del Movimento dos trabalhadores rurais sem terra.
Perchè non si possono capire l’entità e le dimensioni raggiunte dal Movimento senza ripercorrerne la storia e le rivendicazioni: “Il Movimento Sem Terra è nato 25 anni fa con l’obiettivo di lottare legittimamente contro il latifondo, la pratica della monocoltura e il potere delle multinazionali. Il Brasile è il secondo paese al mondo per concentrazione di terra ed è anche la nazione dove ci sono i latifondi di dimensioni più estese. Basti pensare che attualmente un’unica fazenda brasiliana possiede 4,5 milioni di ettari di terra. È una quantità enorme nelle mani di un solo proprietario”.
Il fatto è che in Brasile non è mai stata attuata una riforma agraria che suddividesse equamente le terre disponibili: questa mancanza di regolamentazione ha perpetrato il fenomeno di appropriazione indebita da parte dei latifondisti delle cosiddette terre “devolutas”. “Una pratica – spiega Simone - già in voga dal XVI secolo che purtroppo continua ancora oggi. Le terre ‘devolutas’ sono di proprietà dello Stato, ma non ancora destinate ad usi particolari. Non essendo mai stata attuata una riforma agraria, i grandi proprietari terrieri hanno iniziato ad appropriarsi indebitamente di queste terre, spesso fabbricando dei falsi documenti di proprietà. Dagli anni sessanta, i Coroneis (i Colonnelli, nome con cui vengono chiamati i latifondisti), hanno intensificato questa pratica, iniziando anche a cacciar via le persone che vivevano e lavoravano all’interno delle terre”.
Una situazione aggravata dall’attuale politica agricola brasiliana, basata sull’esportazione di pochi prodotti come la soia, le arance, il mais, il riso e sull’agrobusiness, un tipo di agricoltura capitalista, che pretende di controllare tutto il processo produttivo e tutti i produttori, grandi e piccoli, al fine di creare grandi monopoli di terra al servizio del mercato internazionale. “Questa politica – afferma Simone – si basa sull’abuso delle risorse naturali, sull’utilizzo di erbicidi e sostanze chimiche nocive, sullo sviluppo di monocolture destinate all’esportazione e sullo sfruttamento dei lavoratori.
Noi la chiamiamo la ‘politica delle seis marias’, termine con cui si indicavano nell’epoca coloniale le terre che venivano divise e regalate ai potenti. Vogliamo indicare con questo nome l’attuale suddivisione del territorio brasiliano in varie monocolture: canna da zucchero, soia, allevamento bovino, cellulosa. A questa si aggiunge l’acquisto sempre più massiccio di terre da parte di società straniere. La crescita del Brasile, considerato oggi a tutti gli effetti una grande potenza economica, si basa in realtà su questo progetto, dove l’accumulo della ricchezza è concentrato nelle mani di una ristretta fascia di popolazione, che gestisce l’agricoltura in maniera non sostenibile e non attenta alla biodiversità”.
La lotta dei Sem Terra
Ma quali sono, di fronte a tali scenari, gli strumenti di lotta dei Sem Terra e gli obiettivi che il Movimento vuole raggiungere? “La nostra lotta si fonda in primo luogo sull’occupazione delle terre, che dovrebbero essere espropriate ai latifondisti e restituite ai contadini. L’occupazione è anche un modo per fare pressione al governo affinché attui la riforma agraria. A questa affianchiamo anche altre attività, soprattutto manifestazioni e occupazioni di case”. La realtà dei Sem Terra è in continua crescita: oggi il Movimento è presente in 23 Stati brasiliani sui 27 totali e conta 1 milione e 600 mila persone coinvolte. Le famiglie sono organizzate in 100 cooperative, 1900 associazioni e 96 gruppi organizzati (le cosiddette agro-industrie). Le persone che vivono negli “asentamentos” (insediamenti) provengono da situazioni di disoccupazione, espulsione dalle terre in cui lavoravano, periodi di vita trascorsi nelle favelas. Negli insediamenti dei Sem Terra trovano una risposta ai loro problemi quotidiani di sopravvivenza e un minimo di organizzazione sociale. “In Brasile – ricorda Simone - esiste un Istituto nazionale per la riforma agraria, che dovrebbe svolgere il compito di individuare le terre improduttive e lottizzarle. Le occupazioni dei Sem Terra hanno proprio lo scopo di concretizzare il lavoro che l’Istituto non fa, poiché le nostre occupazioni danno poi avvio al percorso legale per la lottizzazione.
L’occupazione è un atto che deve essere improvviso ma non improvvisato. Sono necessari almeno due mesi di preparazione prima di procedere. Le famiglie coinvolte devono avere piena coscienza di ciò che andranno a fare. In genere, l’occupazione avviene di notte e ci si stanzia in luoghi di difficile accesso per la polizia. Le prima costruzioni che realizziamo sono un accampamento fatto di capanne di plastica nere e una scuola. Dal giorno successivo all’occupazione si iniziano a piantare semi, anche se non è detto che si arrivi ad ottenere un raccolto. Per noi è un atto simbolico. Appropriandoci delle terre ci riappropriamo della nostra vita e della nostra dignità, coltiviamo semi per coltivare la speranza di una vita migliore e più giusta per le noi e per le generazioni che verranno. È importante sottolineare che nei nostri insediamenti viviamo e lavoriamo in un’ottica di sovranità alimentare e rispetto della biodiversità. Pensate alla fazenda Anone, un appezzamento di 9000 ettari nel Sud del Brasile, che era stata considerata dall’Istituto nazionale per la riforma agraria completamente improduttiva. Oggi vi sono insediate 420 famiglie che producono 8.000 capi di bestiame, 20.000 sacchi di frumento, 6 milioni di litri di latte ogni anno... Questo è stato possibile grazie ad un lavoro collettivo che ha generato un motore di sviluppo sociale ed economico in quella zona”.
L’identità contadina
“La crisi economica mondiale che stiamo attraversando – sottolinea Simone – è secondo noi una chiara espressione del sistema capitalistico, che ha come riferimento il consumismo e il profitto a tutti i costi”. Per questo i Sem Terra cercano un compromesso tra riforma agraria e agrobusiness che sia basato su una modalità di lavoro collettivo e partecipato, su un modello agroecologico volto al rispetto delle risorse naturali e sulla sovranità alimentare. “Quest’ultima si basa sulla diversificazione alimentare e culturale ed è il pilastro su cui si fonda la modalità produttiva degli insediamenti. Senza contare che è anche una componente fondamentale dell’autonomia politica di uno Stato. Il nostro Movimento si impegna anche in un processo di costruzione dell’identità contadina, inserita in un contesto di piccola produzione familiare. Noi affermiamo che è possibile avere una vita dignitosa seguendo tale modello produttivo. È per questo che riteniamo fondamentale l’alleanza tra città e campagna, perchè vogliamo costruire un nuovo modello di vita che riguardi tutti, non solo gli agricoltori. Il lavoro che facciamo è anche e soprattutto di educazione, coscientizzazione e formazione culturale e tecnica dei lavoratori, cercando di orientarli verso scelte agroecologiche e facendo capire loro il significato della nostra lotta. Attualmente negli insediamenti sono attive 2885 scuole con oltre 400 persone formate”.
Le sfide del Movimento
La sfida attuale che l’Mst si trova ad affrontare è quella della criminalizzazione dei movimenti sociali, messa in atto in particolare dalla Bancada Ruralista, gruppo di potere trasversale presente all’interno del Parlamento brasiliano che da sempre difende il modello dell’agricoltura industriale. “I Sem Terra sono molto conosciuti e apprezzati nella società brasiliana – sottolinea Simone – il 60-70% delle persone sono favorevoli a quello che facciamo. Ma ultimamente il nostro Movimento sta vivendo una fase di dura repressione da parte delle milizie armate private facenti capo ad alcune grandi fazende e ad alcuni settori del governo. Per contrastare tale fenomeno stiamo cercando di attivare una sinergia con le altre componenti sociali del paese, come i movimenti di difesa della terra, quelli contro la privatizzazione dell’acqua e i movimenti dei Sem Tetto (senza casa). Noi auspichiamo che le istituzioni brasiliane prendano una posizione chiara rispetto a questa ondata di criminalizzazione, ma non siamo disposti a fare passi indietro, né a rinunciare alle nostre rivendicazioni. Gli insediamenti sono ormai parte integrante del tessuto sociale del Brasile, rappresentano la libertà e la dignità per noi e per le generazioni future. Continueremo la nostra lotta per arrivare ad una riforma agraria giusta e per spezzare il monopolio dei latifondisti e dell’agricoltura industriale che distrugge la nostra economia e la nostra terra”.
La situazione politica in Brasile
L’elezione di Luis Inacio Lula da Silva nel 2002 a capo della federazione brasiliana, aveva generato molte speranze nel Movimento Sem Terra perché venisse attuata la riforma agraria per tanti anni rinviata. Ma queste speranze sono state in parte deluse nel corso di questi anni. Un dirigente del Movimento commentava così nel 2007 la politica di Lula: “Lula ci ha deluso: lui pensa che l’agrobusiness sia una strada praticabile e buona per lo sviluppo economico del paese, ha liberalizzato l’uso degli Ogm nelle colture di soia, non ha ridotto l’allarmante ritmo di disboscamento dell’Amazzonia. Anzi: in Congresso c’è un progetto di legge che amplia le aree disboscabili…
Rispetto alla riforma agraria è innegabile che Lula qualcosa abbia fatto, ma in realtà si è trattato più di un appoggio a quanto era già stato fatto prima rispetto a riforme nuove ed incisive. La riforma agraria, per noi, vuol dire muoversi contro il latifondo improduttivo. Ma Lula dimostra di non volersi scontrare con il latifondo”. Come ha riportato in un suo reportage il frate domenicano Frei Betto, nell’estate appena trascorsa “tremila lavoratori Senza Terra hanno aperto le loro tende nelle piazze di Brasilia per ricordare al governo Lula il problema che in passato e nell’ultima campagna elettorale il Partito dei Lavoratori aveva dichiarato ‘prioritario e urgente’: la riforma agraria... Malgrado alcuni interventi sociali come la Borsa Famiglia e Fame Zero, 31 milioni di brasiliani sopravvivono nella miseria. E la violenza allarga la paura nelle città invase dai profughi che fuggono dal disastro umano delle campagne”.
È proprio di queste ultime settimane la notizia che l’idillio tra il presidente sindacalista e il Movimento Sem Terra, che ha rappresentato gran parte del consenso elettorale di Lula, sarebbe finito. Il settimanale “Internazionale” riferisce infatti che recentemente Lula ha definito “vandaliche” le azioni di protesta che tentano di espropriare le terre in mano ai latifondisti. Il Movimento ha portato la questione davanti all’Organizzazione internazionale del lavoro a Ginevra e ha denunciato la criminalizzazione del movimento da parte del presidente che, secondo l’Mst, vuole spostare l’attenzione dell’opinione pubblica da una delle principali questioni di giustizia in Brasile: la ridistribuzione del latifondo e la riforma agraria. Il presidente negli ultimi anni ha dimostrato un avvicinamento alle posizioni dei grandi latifondisti, allo scopo di rendere il Brasile un grande esportatore di etanolo.
Per questo il governo sta mostrando diversi segnali di insofferenza verso l’operato dell’Mst. A fine ottobre il Congresso ha approvato l’istituzione di una commissione d’inchiesta sull’impiego di denaro pubblico da parte del Movimento. E Gilberto Thums, funzionario del ministero dell’istruzione nello stato del Rio Grande do Sul, ha definito l’Mst come una “guerriglia illegale”, dichiarando di voler chiudere le scuole rurali del movimento.
In questo contesto si attendono le elezioni presidenziali del prossimo anno, alle quali Lula non potrà ricandidarsi e che potrebbero riaprire gli scenari di confronto tra governo e movimenti sociali e riportare in primo piano la partita ancora aperta sulla riforma agraria.
Amazzonia: la “Terra senza uomini per uomini senza terra”
I Sem Terra hanno occupato anche delle terre in Amazzonia: questo ci dà l’opportunità di parlare con Simone della situazione di quest’area, patrimonio di tutta l’umanità tanto importante quanto sfruttato. “All’epoca della dittatura – ricorda Simone – a cavallo tra gli anni sessanta e settanta, in Brasile venne avviato il programma ‘Terra senza uomini per uomini senza terra’. L’Amazzonia veniva, e viene tutt’oggi considerata una foresta disabitata, anche se in realtà è un’area da sempre popolata da diverse comunità indigene che vivono in equilibrio con la foresta.
Il programma avviato dalla dittatura ebbe come conseguenza un fenomeno massiccio di appropriazione delle terre da parte dei grandi latifondisti, commercianti o industriali in prevalenza. Anche qui, come nel resto del Brasile, predominano le grandi aziende, le cosiddette fazendas. Si ripropone la proporzione per cui in Brasile si stima che l’1% circa dei proprietari terrieri possegga oltre il 50% delle terre coltivabili. Questa gente proveniente dall’estero non ha mai avuto interesse ad instaurare una convivenza con il territorio e la natura circostante, ma ha voluto solo sfruttarlo al massimo”.
La ricchezza e il potere che potevano derivare dallo sfruttamento massiccio delle risorse minerarie e forestali, hanno dato il via alla distruzione della foresta. Più di un quinto della foresta amazzonica è stato disboscato. Secondo dati diffusi dall’università di Cambridge (pubblicati sulla rivista “Science” del 12 giugno 2009), dal 2000 ad oggi in Brasile sono scomparsi 155.000 chilometri quadrati di foresta pluviale, per effetto di un disboscamento continuo portato avanti per la raccolta di legname e l’utilizzo del suolo per scopi agricoli. In sostanza, ogni anno sparisce un’area di foresta pari alla superficie dell’intero Kuwait. Ogni minuto svanisce una zona ampia quanto quattro campi da calcio.
“Secondo la legge – continua Simone – solo il 20% delle terre in quest’area può essere coltivato, mentre l’80% deve essere preservato a foresta. Ma coloro che si sono appropriati indebitamente di queste terre non tengono conto della legge, contraria ai loro principi di profitto a tutti e costi e di produttività. Nei nostri insediamenti in Amazzonia, noi rispettiamo questa proporzione e cerchiamo delle modalità di convivenza più avanzate con la foresta, basate su un modello agroforestale che sia rispettoso della flora e della fauna, sostenibile ed ecologico.
La foresta dà ai propri abitanti ciò che è necessario per vivere. Quell’80% di terre mantenute a foresta offre un’enorme quantità di prodotti alimentari che possono essere raccolti, consumati o lavorati, come il caucciù o le castagne. Basta avere la pazienza e la dedizione necessarie per rispettare questa immensa riserva di ossigeno e di biodiversità”.






