a cura di Francesca Tacchia
Il 2009 sarà ricordato come l’anno di un triste record raggiunto nel nostro pianeta. Un record da molti temuto e annunciato. Per la prima volta dal 1970, infatti, oltre un miliardo di persone nel mondo soffre la fame. Si tratta di 1,02 miliardi di esseri umani che, secondo l’ultimo Rapporto “The state of food security” pubblicato dalla Fao e dal Pam (Programma alimentare mondiale), hanno una dieta povera e precaria, un accesso limitato agli alimenti e vivono in una costante situazione di insicurezza alimentare. Il record negativo, ci dice il Rapporto della Fao, lo detiene la regione Asia-Pacifico, con 642 milioni di persone (+10,5%), seguita da Africa subsahariana con 265 milioni (+11,8%), America latina con 53 milioni (+12,8%), Africe del Nord e dell’Est con 42 milioni (+13,5%). Ma in realtà, a causa della crisi economica che ha investito il pianeta, con una conseguente riduzione di redditi e aumento della disoccupazione, nessun paese è stato risparmiato dal generale aumento di “affamati”, nemmeno le nazioni “ricche e sviluppate”Rispetto allo scorso anno oltre 100 milioni di donne, uomini e bambini in più, un sesto dell’intera umanità, hanno fame. Il 70% delle persone che soffrono la malnutrizione e la fame, vive e lavora nelle aree rurali. “I poveri che vivono nelle città – si legge nel Rapporto della Fao - si troveranno probabilmente ad affrontare i problemi maggiori legati alla recessione globale, in quanto la riduzione della domanda di esportazioni e degli investimenti diretti esteri si ripercuoterà presumibilmente in maniera più pesante sui lavori urbani. Ma anche le aree rurali non verranno risparmiate. Milioni di persone emigrate nelle città si vedranno costrette a tornare nelle campagne, con conseguenti pressioni sulle condizioni dei poveri residenti in tali aree”. A ciò si aggiunge che l’attuale crisi economica ha fatto seguito ad una già grave crisi alimentare ed energetica che ha colpito il biennio 2006-08.
E una gran parte di questa umanità è la stessa che scappa dalla fame, che fugge dalla propria terra alla ricerca di una vita più dignitosa per sé e per la propria famiglia, trovando spesso la morte in mare o la disperazione e la miseria nel paese di approdo.
Obiettivo: sovranità alimentare
Questo scenario allarmante e presumibilmente destinato ad aggravarsi, ci porta a guardare con apprensione e speranza agli appuntamenti internazionali di questo periodo, in particolare il vertice per la sicurezza alimentare di Roma (16-18 novembre) e il vertice di Copenaghen sul clima previsto per dicembre, a cui le associazioni, il mondo del Terzo Settore e la società civile chiedono interventi d’emergenza, con aiuti, reti di sicurezza e welfare immediato e, a medio termine, un vero programma di sostegno all’agricoltura contadina. Un programma che restituisca la priorità alla persona, alla vitalità dei territori, alla molteplicità e ubiquità dei produttori di alimenti, alla dinamicità dei mercati locali, al protagonismo degli attori sociali, alla solidarietà tra i popoli, all’essenzialità del diritto al cibo.
Che, in sostanza, persegua l’obiettivo di raggiungere la sovranità alimentare di tutti i popoli, intendendo con questo concetto il diritto fondamentale dei popoli e dei produttori locali a scegliere cosa produrre e come produrlo, e considerando questa come la condizione per garantire in modo sostenibile il diritto ad un’alimentazione sufficiente e sana per tutti, in ogni paese del mondo. Un diritto riconosciuto e sancito anche dal I Obiettivo di sviluppo del millennio fissato dalle Nazioni Unite che, come noto, si propone di “dimezzare, fra il 1990 e il 2015, la percentuale di persone che soffre la fame”. Non solo, sottolinea inoltre che “l’eliminazione della fame e della povertà passa innanzitutto per la promozione della sicurezza alimentare, la diversificazione delle fonti di approvvigionamento alimentare, il ripristino della sovranità alimentare e una corretta soluzione dei problemi legati ai sussidi dell’agricoltura nei paesi ricchi”.
Praticare la sovranità alimentare significa dunque sostenere un modello produttivo diverso e alternativo a quello industriale, fondato sul rispetto della biodiversità e su un’agricoltura familiare e contadina. Il percorso della sovranità alimentare passa anche sul piano culturale, considerando che l’alimentazione coinvolge tanto l’aspetto biologico quanto quello culturale dell’individuo: pertanto, il concetto di sovranità alimentare si lega anche alla costruzione di nuove relazioni sociali fondate su principi di equità, inclusione e solidarietà, senza distinzioni di alcun genere. Vandana Shiva ci ricorda che le donne sono da sempre le custodi dei semi e del cibo. Se il mondo gestisse il sistema alimentare con la stessa saggezza con la quale le donne hanno provveduto per millenni al cibo per i propri figli, la fame non esisterebbe più. Salvaguardando e rilanciando i saperi tradizionali e locali che hanno sfamato per secoli i popoli della terra, sarà possibile elaborare strategie e politiche agricole alternative, orientate ad un futuro più equo e sicuro per tutti.
Al mondo esiste una grande ricchezza di sistemi agricoli, ognuno dei quali ha la sua ecologia, logica, problemi e potenzialità per un ulteriore sviluppo. Per questo è necessario che siano cercate differenti opzioni per stimolare lo sviluppo sostenibile. I problemi legati all’agricoltura e alle colture dovrebbero essere risolti con le comunità locali, attingendo alle conoscenze specifiche dei contadini. Le loro conoscenze su come gestire la biodiversità all’interno dei loro contesti sociali sono una delle chiavi per raggiungere la sostenibilità. Queste conoscenze vanno riconosciute, valorizzate e protette, dando priorità ai mercati locali e interni, alla filiera corta e alle filiere ad alto valore agroecologico.
La biodiversità *
Per biodiversità si intende la varietà di esseri viventi che popolano la terra. Una molteplicità incredibile di organismi, piante, animali, ecosistemi tutti legati l’uno all’altro, tutti indispensabili. La biodiversità non è un fenomeno recente: è frutto di 3 miliardi e mezzo di anni di evoluzione. È grazie ad essa che possiamo fornirci di acqua, energia e risorse per la nostra vita quotidiana. La biodiversità garantisce la sopravvivenza della vita sulla terra e per questo è importantissimo preservarla.
A causa dell’attività dell’uomo, la biodiversità si sta riducendo. Basti pensare che dall’inizio del XVII secolo si sono estinte circa 600 specie conosciute dall’uomo. L’importanza della biodiversità e della sua preservazione è ben conosciuta dalle tradizioni contadine di tutto il mondo. Gli agricoltori per secoli hanno raccolto i frutti della terra confrontandosi con i suoi semi, le sue acque, i suoi animali, i suoi limiti e la sua ricchezza. L’agricoltura tradizionale rappresenta una fonte preziosa di conoscenze perché attraverso di essa si sono tramandate le tecniche per selezionare e coltivare i semi al fine di ottenere raccolti migliori senza intaccare gli equilibri naturali. La terra come fonte di vita e di rigenerazione è un pilastro delle agricolture tradizionali. Anche per questo va conosciuta e rispettata, è d’obbligo non violare i suoi limiti ed è vita raccoglierne i suoi semi. Un esempio concreto per capire cosa intendiamo quando parliamo di biodiversità. Di Cristoforo Colombo tutti i bambini ricordano almeno tre cose: ha attraversato l’oceano con tre navi, ha scoperto l’America e dall’America ci ha portato le patate! Sono più di 2000 le specie di patate esistenti al mondo. Eppure oggi negli Usa ne vengono coltivate solo dodici specie. Il 40% della produzione complessiva è rappresentato dalla Russet Burbank, la patatina adatta ad essere sfornata dalla Mc Donald: il 40% delle patatine fritte sfornate dalla catena americana devono essere lunghe 5-7 centimetri, un altro 40% superare tale lunghezza e il restante 20% presentare una misura inferiore: la Russet Burbank risponde perfettamente a tali requisiti. Ciò rende evidente come le aziende conserviere spingano alla coltivazione il più possibile uniforme di ogni singolo prodotto, minacciando così la stabilità ecologica dell’agricoltura più di quanto sia avvenuto in passato. Centinaia di acri occupati dallo stesso tipo di tubero sono molto vulnerabili dal punto di vista ecologico. L’impoverimento del suolo e il rischio di carestie non è una minaccia solo per la biodiversità ma anche per i contadini che vivono di quei raccolti e che subiscono l’impoverimento della fertilità dei terreni.
* Tratto dal fascicolo “Sovranità Alimentare” realizzato dal gruppo America latina del CeVI.
Dall’Alimentazione alla Sovranità Alimentare
Consapevole di questi rischi e della necessità di preservare la biodiversità e l’autosufficienza alimentare di tutti i popoli, il CeVi (Centro di volontariato internazionale) ha pensato di dare un nome più appropriato alla Giornata mondiale dell’Alimentazione, fissata dalla Fao per il 16 ottobre di ogni anno, denominandola invece Giornata mondiale della Sovranità Alimentare. Una diversa terminologia che sottende ad un radicale mutamento di approccio rispetto alle politiche agricole ed economiche intraprese da governi e istituzioni internazionali. Un approccio che, appunto, rispetti e tuteli il diritto dei popoli a scegliere cosa produrre e come produrlo. In occasione di questa Giornata, il CeVI, la Bottega del mondo di Udine, la rivista Solidarietà internazionale e il Cipsi hanno promosso ad Udine un seminario titolato emblematicamente “Semi di libertà”.
Una serata per discutere di sovranità alimentare prima attraverso la proiezione di un documentario di Diego Cutilli, poi grazie alle parole di Simone Silva Pereira del Movimento brasiliano Sem Terra, infine con la presentazione dei cinque fascicoli curati dal CeVI, di cui alcune parti sono state riprese in questo dossier e che toccano diverse sfaccettature della sovranità alimentare. La sovranità alimentare è strettamente connessa con i movimenti sociali contadini: lo stesso concetto di sovrnaità alimentare è nato nell’ambito del movimento internazionale Via Campesina che dall’inizio degli anni novanta, coordina organizzazioni di agricoltori, piccoli e medi produttori, donne contadine e comunità indigene.
Sono i movimenti sociali contadini che applicano nel concreto i concetti finora esposti, portando avanti un’agricoltura familiare sostenibile ed ecologica, buona, sana e per tutti. Spesso anche a costo di lotte e repressioni cruente, come è accaduto tante volte nella storia del Movimento brasiliano dei Sem Terra. Una storia di rivendicazioni, lotte e occupazioni nel nome di un ideale: lottare per eliminare la povertà delle popolazioni rurali e la disuguaglianza esistente nella società brasiliana. Occupare terre per riappropriarsi della libertà e della dignità. Seminare semi di speranza per costruire una vita migliore. ( Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ) •
Per saperne di più:
www.fao.org - www.millenniumcampaign.it - www.cevi.coop
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