XXI Secolo
Guido Barbera
Per chi ha voglia di uscire dall’anonimato della nostra informazione, o sia intenzionato ad uscire dal vuoto della nostra politica, per chi si trova spesso in viaggio o ama leggere i giornali internazionali, ascoltare radio e televisioni estere, è gioco facile rendersi conto di quale bassa considerazione ci sia verso il nostro paese. Barzellette e “promesse da marinaio”. Una lunga serie di maglie nere.Una considerazione internazionale oramai inesistente. Non bastano gli sfarzi di un G8 come quello de L’Aquila a dare credibilità ad un paese che non mantiene gli impegni. Un paese che ripetutamente fa riferimento alla cooperazione quale strumento di intervento per frenare i flussi dell’immigrazione e mantenere gli immigrati a casa loro, un paese che ha proposto il fondo globale contro le grandi malattie, un paese che vuole proporre l’Africa e l’agricoltura al centro del dibattito politico mondiale, non può di fatto annullare lo stanziamento delle risorse a meno dello 0,1% del suo Pil, ultimo tra tutti i paesi donatori.
Bob Geldof, Desmond Tutu, Bill Gates e compagni, tutti in prima linea nell’impegno per il continente africano, alzano la voce contro il nostro governo. Non si tratta di magistrati comunisti, dei soliti antiberlusconiani. Si tratta di star internazionali che hanno presentato a Londra il Rapporto Data, documento che monitora ogni anno il comportamento dei governi del G8 rispetto alle promesse fatte al vertice di Gleaneagles nel 2005 in merito agli aiuti per l’Africa. In primis, l’impegno ad aumentare il volume di aiuti fino ad arrivare a 25 miliardi di dollari entro il 2010, quasi il doppio rispetto al 2004. Una promessa che quasi tutti i paesi del G8, chi più chi meno, hanno preso sul serio. Senza arrivare agli eccessi di zelo del Canada che, secondo il Rapporto, ha superato le previsioni più ottimistiche realizzando finora il 206% degli incrementi promessi entro il 2010, o a quelli del Giappone che l’anno scorso, quando era presidente di turno del G8, ha aumentato considerevolmente l’aiuto pubblico allo sviluppo, raggiungendo l’obiettivo che si era prefisso per il 2010 e realizzando il 150% delle promesse fatte a Gleaneagles. Dall’Italia solo un misero 3% di promesse mantenute. Come può un paese che non mantiene quasi nulla di quel che promette, pretendere rispetto e considerazione a livello mondiale?
“Il problema della povertà è così grande, così esteso, così profondo - dichiarava nel 2002 il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, in occasione della Conferenza delle Nazioni Unite sull’e-government per lo sviluppo – che, per quanto mi riguarda, a nome dell’Italia, mi impegno a mettere progressivamente a disposizione dei paesi che ne hanno bisogno maggiori risorse, fino ad arrivare all’1 % del prodotto interno lordo”. Nel 2009, le cifre sono ben diverse. L’Italia, in compagnia della Francia, si conferma maglia nera degli aiuti internazionali. Il nostro paese doveva stanziare lo 0,33% del Pil in Aiuti pubblici allo sviluppo già nel 2006. Nel 2008 si è fermato allo 0,22%. Nel 2009 la percentuale è scesa fino allo 0,09%, il livello minimo del rapporto aiuto pubblico/reddito nazionale lordo dal ‘97. “Un mondo con meno povertà e disuguaglianze è anche un mondo più giusto, sicuro e stabile” ha sottolineato a conclusione del G8 de L’Aquila il nostro presidente del Consiglio, mentre per la prima volta nella storia le persone nel mondo che vivono sotto la soglia di povertà hanno superato il miliardo (nel ‘96 erano 800 milioni). La giustizia però non è solo affare di magistrati e tribunali.
La giustizia, prima di tutto, è cooperazione, nuove relazioni, rispetto dei diritti, dei beni comuni e della dignità di ogni essere umano. È saper con-vivere nel ben-essere comune. La giustizia, la si deve costruire con coerenza. Non si sposa in alcun modo con gli interessi. Non gioca con il gossip, ma pesa direttamente sulla vita delle persone. In questo contesto di fallimento e di bancarotta, il nostro governo, in buona compagnia con l’Unione Europea, sta cercando risposte ed alternative nel “movimento per la privatizzazione” della cooperazione. La cooperazione fra pubblico e privato nell’ultimo decennio ha assunto infatti, in tutto il mondo, caratteri nuovi per varietà di forme e contenuti, diffusione e intensità. Si è trattato spesso di una reazione ai “fallimenti dello Stato” accusato di invadenza, inefficienza e corruzione. Senonché, nei primi decenni del secolo, i teorici dell’economia del benessere, avevano giustificato l’interventismo statale con la necessità di rimediare ai fallimenti del mercato. Rischiamo ora di coniugare i due fallimenti.
I fallimenti della politica ed i fallimenti del mercato! È possibile coniugare, invece, le valenze virtuose della cooperazione solidale, dei valori delle relazioni umane, del rispetto di tutti i diritti umani e dei beni comuni dell’intera umanità, con l’organizzazione e la professionalità dell’impresa privata, sulla base di un’autentica responsabilità sociale, non di semplice necessità di immagine di mercato. L’aiuto pubblico allo sviluppo è oramai insufficiente, forse anche impossibile, da parte di istituzioni sempre più collassate dall’incapacità di far fronte alle molteplici sollecitudini del welfare nazionale ed internazionale. Le risposte sono da trovare in un nuovo patto sociale tra pubblico e privato, che sappia valorizzare le virtù delle aggregazioni sociali e dei cittadini, liberandosi da ogni potenziale interesse o intenzione di strumentalizzazione ed utilizzo. Un grande lavoro da fare, ma anche la sola strada forse possibile, per recuperare credibilità per il nostro paese e per i cittadini italiani.






