Incontro con Luce Irigaray
Paola Bizzarri
La democrazia va ricostruita partendo dall’irriducibile dualità dell’umanità. Nel tempo dell’incontro con nuove culture, dentro ai processi di globalizzazione è tempo di affrontare la sfida della costruzione di una identità universale, a partire dalla differenza di genere. La carta universale dei diritti umani non è più sufficiente. Per vivere occorre amare, non armare le differenze.
Incontrare Luce Irigaray è un’esperienza preziosa. Perché questa donna, rara figura di filosofa in un panorama tutto maschile, ha saputo fornire al nostro secolo risposte pratiche e di universale interesse sulla comunicazione tra esseri umani e sulla convivenza universale. Belga, direttrice di ricerca al Cnrs di Parigi, era a Torino nel mese di maggio, per presentare al Salone del Libro il suo ultimo lavoro: “Condividere il mondo”, pagine intense e complesse in cui si modella una nuova visione dell’umanità e della democrazia in relazione alla differenza fra i sessi, al multiculturalismo e alla globalizzazione. La tesi della sua ultima opera e, generalmente, del suo pensiero è netta: «L’alterità mi è per sempre inconoscibile, inappropriabile, – benché lui, o lei, si presentino come finiti alle mie percezioni – in un processo dialettico sempre aperto. […] Un mondo da poter condividere deve partire da umani che si sforzano di usare la propria energia per creare se stessi, aiutare l’altro a crearsi, accettando anche il suo aiuto, creando un mondo dove vivere in pace e felici, lavorando al divenire dell’umanità».
Rifondare la democrazia
Si esprime in italiano Luce Irigaray, mentre incontra il pubblico al Salone del libro di Torino. Il perchè è presto detto: «Il primo e più importante gesto multiculturale risiede nello sforzarsi di parlare la lingua dell’altro – esordisce Irigaray -. Parlare la lingua dell’altro ci costringe più d’ogni altro atto ad uscire dalla nostra casa, dalla nostra cultura». Una casa che, in Europa, fonda le sue basi sulla democrazia, concetto sul quale Luce Irigaray ha qualcosa da aggiungere, come scrive nel libro “La democrazia comincia a due”: «Una parola che esiste – democrazia – ma che dovrebbe essere cambiata perché punta troppo sul gruppo e poco sull’individuo». Come il filosofo italiano Norberto Bobbio, lei stessa crede che la democrazia si debba ri-fondare a partire dal rapporto tra i cittadini, cominciando ogni volta dal rapporto tra “i due”, con l’altro, che, nella nostra tradizione, è innanzi tutto la donna contrapposta all’uomo. Solo così si può ricomporre la società in un modo più democratico. Al centro del suo pensiero resta sempre la differenza fra i due sessi (dalla filosofa definita “differenza sessuata”).
«Per poter conoscere l’altro dobbiamo ripartire dalla nostra vita quotidiana, dalla nostra co-esistenza», afferma la filosofa belga. «Oggi, si tratta di fare antropologia a casa propria», concorda Marco Aime, presente al suo fianco nel tavolo dei lavori. Proprio come fece lei, quando, più di trent’anni fa, venne sospesa dall’insegnamento all’École Freudienne di Parigi, aperta da Jacques Lacan, per aver messo sotto una lente d’ingrandimento critica il padre della psicoanalisi. In “Speculum”, la sua tesi di dottorato, Luce Irigaray criticò il pensiero filosofico e psicoanalitico occidentale che, a partire da Platone, aveva considerato l’alterità uomo-donna definendo quest’ultima in termini negativi, limitandola alla sfera della natura e contrapponendola a quella della cultura, di sola proprietà maschile. La critica al pensiero tradizionale de-costruì tanto la visione uomocentrica, quanto il pensiero femminista. Irigaray non accettò nemmeno la tesi di Simone De Beauvoir sul femminismo dell’uguaglianza.
Il pensiero della Irigaray sulla differenza e sulla potenziale base da cui partire per costruire una nuova convivenza è espresso chiaramente in queste parole: «Nell’umanità ci sono due generi, diversi non solo per natura e cultura, ma anche per soggettività. Allora, credo che il primo ‘ignoto’ per noi sia l’altro genere, che attraversa tutte le culture e nel farlo ci dà la possibilità di costruire una cultura mondiale. Possiamo analizzare come in differenti culture la diversità risulta in parte nel modo di sistemare la dualità tra i generi, sia sul piano della genealogia sia sul piano dei matrimoni. Per me un primo Tu è il soggetto dell’altro genere, ma questo atto non l’abbiamo mai riconosciuto e coltivato. E allora l’Io non si è ancora reso soggetto compiuto, perché un Io si costruisce nel rapporto con un Tu differente. Quando riusciremo a riconoscere la prima e irriducibile differenza fra un Io donna e un Tu uomo allora saremo pronti a trattare con tutte le altre diversità, perché per costruire una cultura abbiamo bisogno di una differenza e con la differenza di genere abbiamo la più universale delle differenze».
Il non aver mai riconosciuto questa differenza ha permesso il nascere dell’aggressività proiettata sugli altri, gioco alimentato dai politici e dai media per assicurare una certa collisione dei gruppi, molto pericolosa, perché totalitaria e fondata sull’esclusione.
L’irriducibile dualismo dell’umanità
L’essere umano vive in mezzo agli altri. Ma chi sono questi altri se non prodotti creati da noi? La questione per Luce Irigaray è approfondita con la domanda «Perché questi altri? Questi altri verso i quali siamo così ambigui. Ci troviamo a dover fare i conti con il fatto che non abbiamo riconosciuto e coltivato l’irriducibile dualità dell’umanità. L’altro in quanto tale è stato escluso dall’elaborazione della cultura occidentale, se non in quanto anziano perché poteva servire da guida tra uomini o in quanto giovane da educare».
La differenza
Invece di amare la differenza, si arma la differenza. L’altro diventa icona di ogni male. Un’affermazione amara che Marco Aime rivolge a Irigaray per permetterle di dar seguito al suo pensiero: «Sugli altri proiettiamo le cose che non conosciamo e non riconosciamo. Invece dovremmo cercare di accogliere l’altro senza pretendere di dominarlo. Nella sfera politica direi che è urgente un gesto: ridefinire i diritti positivi, definire una piattaforma di diritti civili che dia a ciascuno, ancorché donna, giovane, straniero o povero, un’identità civile. Non basta più la Carta dei Diritti umani. Occorre che lo Stato assicuri un diritto civile a ognuno, garantendo l’identità del cittadino. In seconda battuta dobbiamo essere consapevoli che viviamo all’interno di differenti culture e ciò ci impedisce di comunicare. L’attuale epoca multiculturale e globalizzata ci ha fatto scoprire un mondo che credevamo unico e invece è solo un’evoluzione parziale dell’umanità».
Dunque, come fare? «Secondo me dobbiamo ritornare sul nostro cammino culturale e ritrovare un’identità naturale condivisibile da tutta l’umanità, tutti gli umani di tutte le culture hanno finalmente un’identità. Dunque dobbiamo trovare un’identità universale condivisibile con tutte le altre culture. Dobbiamo ricominciare a riprendere un dialogo nella differenza duale».
Non si tratta di tolleranza, per Irigaray un principio etico; si tratta di un passo di qualità diversa. «Bisogna proporre veri e propri cammini, come essere capaci di aprire una porta per andare incontro al mondo. Essere capaci di silenzio per condividere davvero, aldilà di ogni appartenenza linguistica. Siamo stati educati a considerare l’altro all’interno della famiglia o della familiarità. Il nostro mondo è il mondo della familiarità nella famiglia, al punto che abbiamo esteso questo concetto alla famiglia religiosa, politica. Ma non possiamo essere sempre bambini in famiglia. Non funziona più. Dobbiamo crescere e diventare adulti. E provare a rischiare, a desiderare l’altro. Il desiderio è il gesto più umano. Non è amore, ma è una tensione positiva. Perché non imparare a desiderare l’altro?».
Solo così può accadere di essere in due e, come titola un intenso lavoro della filosofa: “In due, quanti occhi abbiamo ora?” Lei stessa spiega: «Il nostro sguardo può continuamente rinascere se consideriamo l’altro come altro, con rispetto per il mistero della differenza esistente. In effetti, questo ci preserva dal ridurre l’altro a un oggetto o a un’immagine di cui possiamo appropriarci, che possiamo ricondurre a una parte di noi stessi. Gesto che paralizza il divenire di ogni soggetto e alla fine porta la morte ai due soggetti: quello che è guardato e quello che guarda, compresa la morte dello sguardo». Ecco la risposta alla domanda come possiamo comportarci da essere umani rispetto agli altri: «Il rispetto dell’invisibilità dell’altro, questa ospitalità data all’altro in quanto altro, non solamente nel proprio paese o nella propria casa, ma in se stessi – nel proprio corpo, nel proprio respiro, nel proprio spirito o nella propria anima – corrisponde, per me, a un diventare o un essere umani». •
Bibliografia
Luce Irigaray, Condividere il mondo, Bollati Boringhieri, Torino, 2009 - Luce Irigaray, La democrazia comincia a due, Bollati Boringhieri, Torino, 1994 - Luce Irigaray, Speculum, l’altra donna, Feltrinelli, 1975 - Luce Irigaray, In due, quanti occhi abbiamo?,Christel Göttert Verlag, Rüsselsheim, Germania
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