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Il business dei farmaci

Salute e miseria: la leishmaniosi

Patrizia Caiffa

Incontro con Gianni Colotti del CNR. Nonostante la ricerca scientifica in materia stia facendo grandi passi in avanti per trovare dei farmaci più semplici e a basso costo, le ditte farmaceutiche non finanziano questi progetti perché non portano facili guadagni.

“Ciò che è lontano, ciò che non si vede, ciò che non ci disturba, non esiste. Così è per le malattie neglette e per la leishmaniosi in particolare”.

A parlare è Gianni Colotti, ricercatore all’Istituto di biologia e patologia molecolari del Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche), che denuncia un “grave disinteresse” delle multinazionali farmaceutiche nei confronti di questa malattia della povertà che colpisce, soprattutto nei paesi del Sud del mondo, circa 12 milioni di persone, con 600.000 nuovi casi e 70.000 morti ogni anni. La leishmaniosi è la seconda “malattia negletta”, dopo la malaria. Nonostante la ricerca scientifica in materia stia facendo grandi passi in avanti per trovare dei farmaci più semplici e a basso costo (i costi dei farmaci attualmente vanno dai 100 ai 1000 dollari a dose), le ditte farmaceutiche non finanziano questi progetti perché non portano facili guadagni. Ma presto se ne dovranno occupare, perché con i cambiamenti climatici e l’avanzata della “linea del caldo” anche in Europa e in Nord America aumentano i casi anche tra noi.
Cos’è la leishmaniosi e come si manifesta?
Si manifesta principalmente in due forme, quella cutanea e quella viscerale. Il parassita, un protozoo, è trasmesso da un insetto (il pappatacio), che usa il cane come serbatoio. Per cui se l’insetto morde un cane, e successivamente un uomo, gli trasmette la malattia. La malattia cutanea è data da morsi che non guariscono. Si manifesta con segni piuttosto evidenti e facili da identificare, ossia delle bolle che diventano crateri. Alcune persone vengono sfigurate in maniera orribile, perché la malattia mangia i lineamenti del viso, perfino il naso. Ma questa è la forma meno grave, che raramente porta alla morte. Normalmente si guarisce in maniera spontanea. La forma viscerale è più complessa. Il protozoo viene iniettato dal pappatacio, quindi dal sangue si incista e raggiunge gli organi interni. Si muore per diverse cause legate a danni al fegato, ai reni e al cuore. In Occidente difficilmente si muore perché la diagnosi e le cure sono più efficaci e le persone colpite possono pagare i farmaci.
Come si diagnostica e si cura?
La diagnostica è tramite le analisi del sangue, alle quali i poveri accedono con difficoltà. Dove la malattia è più diffusa si è più in grado di autodiagnosticarla. Ma la diagnosi e la cura non sono facilissime. I farmaci vanno presi per iniezione, ripetutamente, e sono molto costosi. La cura più semplice è con l’antimonio, ma siccome è un veleno va somministrato sotto stretto controllo medico e in alcuni ceppi non funziona. L’obiettivo è trovare un farmaco che funzioni con una singola dose o al massimo due. La fondazione Gates ha finanziato un centro di ricerca che ha identificato un farmaco potenzialmente buono.
Quali sono i paesi più colpiti?
I paesi più colpiti in assoluto sono l’India (lo Stato del Bihar) e il Bangladesh. In particolare il sub-continente indiano, l’Asia centrale, l’Africa centro-orientale, il centro e il Sud America. Ma la malattia si sta espandendo verso Nord a causa dei cambiamenti climatici e dell’aumento della temperatura media della terra. Fino a 20-30 anni fa l’Europa era immune da questa malattia, che da noi colpisce solitamente solo i cani (8-25% di casi soprattutto al Sud), invece ora comincia a colpire anche l’uomo. In Europa sono stati accertati centinaia di casi in Grecia, Italia (alcune decine, soprattutto tra i migranti africani) e Spagna, ultimamente anche in Francia e Germania. 
Una malattia della povertà estrema…
È una malattia bastarda che colpisce dove c’è povertà e dove le conseguenze sociali sono peggiori. Le persone colpite diventano invalide a lungo e costituiscono un problema per la famiglia. Le donne vengono scarsamente curate, meno degli uomini. L’aggravante in questo periodo è che la leishmaniosi tende a colpire persone malate di Aids, perché già indebolite. Dove non c’è igiene, dove c’è fame e le condizioni di vita sono peggiori è più facile prendere la malattia ed è più difficile curarsi, soprattutto perché le cure costano. L’antimonio costa relativamente poco e si riesce a dare più facilmente, ma ci sono altri farmaci che sono carissimi. Ogni singolo trattamento costa dai 100 ai 1000 dollari.
Non esistono nei paesi colpiti campagne di sensibilizzazione e prevenzione?
No. Ma a livello di prevenzione si potrebbe fare molto. Tramite l’igiene essenziale, facendo attenzione alla presenza di cani infetti. Perché solitamente si ammala chi sta in mezzo alle bestie e ai pappataci.
E l’Organizzazione mondiale della sanità cosa fa?
In genere hanno pochi fondi per qualsiasi tipo di campagna, ma non riescono a fare granché dal punto di vista scientifico o a reclutare interesse dal punto di vista farmaceutico.
Perché non interessa alle case farmaceutiche?
Ovviamente le ditte farmaceutiche non sono interessate perché non ci guadagnano. In generale il mercato dei farmaci è soprattutto del primo mondo. Il problema è quindi l’accesso al farmaco. Anche per i cani i trattamenti sono costosi.
Perché questi farmaci costano?
Le industrie farmaceutiche dicono che non costa tanto la molecola o la confezione, ma la ricerca a monte. In Europa e in America non è un problema perché le persone possono pagare. I paesi impoveriti vorrebbero fare delle fabbriche per produrre i farmaci a basso costo – perché queste molecole costano relativamente poco – ma le multinazionali farmaceutiche si oppongono perché non vogliono ‘sprecare’ i loro brevetti senza guadagno.
Se abbassassero i costi e diffondessero i farmaci a più ampio raggio?
Le ditte farmaceutiche cercano comunque di vendere a prezzi alti anche nel Sud del mondo. Sarebbe invece etica e necessaria almeno una diminuzione sostanziosa del prezzo del farmaco. In seconda battuta, i paesi del Sud del mondo potrebbero e dovrebbero essere in grado – se non esistesse la tutela dei brevetti - di produrli in casa.
Cosa rispondono le case farmaceutiche quando proponete i progetti di ricerca?
“Non abbiamo fondi, il progetto è scarsamente interessante…”. C’è un grave disinteresse generale, e una mancanza di sensibilità per ciò che non porta ritorni economici a breve. In Italia non ci sono più ditte farmaceutiche, sono tutte multinazionali. In alcuni casi abbiamo trovato interesse limitato della Glaxo, rimasto finora sulla carta. Alcune industrie riservano piccole parti del loro fatturato per malattie di questo tipo. Ma siamo rimasti a patti assolutamente generici. Altre non sono per niente interessate. L’altra prospettiva è avere fondi internazionali di fondazioni, enti, Ue, ma sono pochissimi a disposizione per malattie di questo tipo.
Come portate avanti allora il vostro lavoro di ricerca sulla Leishmaniosi?
In questo momento abbiamo due anni di finanziamento per altri progetti. Storniamo una piccola quota dei fondi da questi progetti per continuare a studiare la leishmaniosi. Abbiamo scritto sei progetti in proposito e nessuno è stato finanziato.
Quale risultato scientifico potrebbe essere appetibile, economicamente, per una casa farmaceutica?
Stiamo studiando delle alternative agli antimoniali, possibilmente non costosi. Abbiamo identificato dei composti metallici che sono più efficienti dell’antimonio. L’abbiamo provati solo in vitro, ora dobbiamo testarli. Però sono studi che conduciamo in maniera rapida. Siamo abbastanza ottimisti e crediamo che nel giro di 1-2 anni si potrebbe arrivare ad un risultato serio. La nostra idea è giungere a un cocktail di metalli. Un farmaco unico, semplice, a prezzi accessibili. Ora abbiamo pubblicato dati scientifici e torneremo alla carica con le case farmaceutiche.
Cosa potrebbe portare l’attenzione su questa malattia?
Servirebbero campagne di sensibilizzazione, anche in occidente. Ciò che sta leggermente aumentando l’interesse è il fatto che la linea del caldo si sta spostando verso Nord, quindi anche la leishmaniosi aumenterà tra i cani e di conseguenza potrebbe colpire di più anche l’uomo. L’Ue ha fatto un bando di finanziamento, però per un solo progetto. Purtroppo l’interesse nasce solo quando i problemi ci colpiscono direttamente.
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maura |2010-01-27 15:04:58
io sono italiana..ho la leishmaniosi viscerale contratta in italia (liguria). ho difficoltà anch'io a curarmi. figuriamoci nei paesi poveri. che schifo!

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