Conferenza internazionale sui cambiamenti climatici
Rosario Lembo *
I movimenti chiamati a mobilitarsi perché il tema dell’acqua sia inserito nell’agenda. Necessario un protocollo internazionale sull’acqua. La disponibilità d’acqua dolce continua a diminuire, ed è urgente stabilire nuove regole che salvaguardino l’acqua come bene comune.
La Conferenza sul Clima che si svolgerà dal 7 al 18 dicembre 2009 a Copenhagen costituisce il solo negoziato internazionale multilaterale che gli Stati hanno accettato, e che dovrebbe portare ad un nuovo Trattato sul clima, dopo quello di Kyoto.
Purtroppo l’agenda di Copenhagen non comprende il tema dell’acqua. Ciò ha spinto diversi Movimenti a mobilitarsi per inserire l’acqua al centro dell’agenda politica di Copenhagen, e quindi provocare i singoli Stati e le stesse Nazioni Unite affinché si avvii un percorso per pervenire alla stesura e sottoscrizione di un “Protocollo Mondiale sull’acqua”. Diminuisce sempre di più la quantità di acqua dolce per usi umani a causa dell’aumento della temperatura media dell’atmosfera terrestre.
Le ricerche dicono che questo fenomeno tenderà a intensificarsi (fonte: IPCC - Intergovernmental Panel on Climatic Change - costituito dalle Nazioni Unite nel 1992). La disponibilità e l’accesso all’acqua dolce diventerà nei prossimi decenni uno dei principali problemi per l‘esistenza dell’umanità e la pacifica convivenza dei popoli. Una delle principali fonti di conflitti e guerre tra paesi, che coinvolgeranno diverse regioni del pianeta. Una causa di distruzione della vita di ogni essere vivente e forse della stessa sopravvivenza del pianeta terra. Sempre l’IPCC suggerisce a istituzioni nazionali e internazionali di fissare con la massima urgenza le regole, le modalità di governo e di gestione delle risorse idriche disponibili.
Alla vigilia della Conferenza sul Clima le associazioni della società civile esprimono una nuova proposta politica: una convenzione mondiale sull’acqua che fissi le regole di utilizzo e di salvaguardia dell’acqua come diritto umano e bene comune.
Perché un protocollo mondiale sull’acqua?
L’acqua rappresenta la sacralità della vita e quindi preservare l’acqua significa salvare la vita dell’intera umanità e di ogni essere vivente. Se nei prossimi decenni non sarà possibile garantire l’acqua a tutti gli abitanti del pianeta terra, sarà quindi difficile garantire la pace e la pacifica convivenza dei futuri abitanti del pianeta.
Ma esistono altri livelli che è opportuno ricordare e che giustificano la necessità da parte della comunità internazionale di dotarsi al più presto di un protocollo. Possiamo partire da una breve ricognizione delle conseguenze che l’aumento di alcuni gradi della temperatura può determinare sul ciclo naturale dell’acqua. La quantità d’acqua stoccata nei ghiacciai e nelle calotte polari - che rappresenta, ricordiamolo, circa il 90% dell’acqua dolce del pianeta - sta riducendosi perché l’aumento della temperatura determina lo scioglimento dei ghiacciai. La disponibilità d’acqua diminuisce nelle regioni a latitudine media e nei tropici, cioè in aree già caratterizzate da forte stress idrico e dove abitano centinaia di milioni di persone.
Il ciclo idrico muterà e si assisterà all’innalzamento del livello dei mari - tra 0,09 e 0,88 metri tra il 1990 e il 2100 - e all’intensificazione del ciclo idrologico mondiale - aumento delle precipitazioni e dell’evaporazione. L’accelerazione del ciclo idrologico condurrà a un mondo più umido. I cambiamenti climatici in precedenza descritti si tradurranno in una modifica dell’ampiezza e del calendario dello scorrimento delle acque nei continenti, dell’intensità delle inondazioni e delle siccità, modificando così l’approvvigionamento in acque sotterranee e di superficie per usi umani.
Le conseguenze per le persone
Anche le conseguenze dei cambiamenti climatici sugli esseri umani sono in gran parte conosciute. Entro il 2080 il numero di persone residenti in aree geografiche a “scarsità idrica” sarà 1,8 miliardi di abitanti. La carenza d’acqua determinerà un aumento dei flussi migratori dalle aree colpite da inondazioni, localizzate prevalentemente nei continenti asiatici e africani. Ci sono stime che parlano di 330 milioni di persone, in particolare dal Bangladesh, dal delta del Nilo in Egitto e dal Vietnam. Le persone esposte al rischio di cicloni tropicali sarebbero 344 milioni, e potrebbero avere conseguenze devastanti per molti paesi.
Il miliardo di persone che attualmente vive in baraccopoli, situate su fragili siti collinari o lungo gli argini di fiumi soggetti a inondazioni, dovranno far fronte a gravi vulnerabilità. Nel contempo il numero di persone in miseria che oggi è di 2,8 miliardi aumenterà fino ad oltre 3 miliardi nel 2020. Non meno disastrose sono le conseguenze che i cambiamenti determineranno sugli attuali modelli e settori produttivi di quasi tutti i continenti e quindi le economie nazionali.
Aumenta la siccità
In agricoltura le aree vulnerabili dei paesi più poveri, saranno colpite dalla siccità. Solo nell’Africa subsahariana potrebbero ampliarsi di 60-90 milioni di ettari le zone agricole aride, che soffrirebbero perdite economiche a livello di produzione pari a 26 miliardi di dollari entro il 2060.
Una cifra di gran lunga superiore a quella trasferita o messa a disposizione dagli aiuti bilaterali per la regione subsahariana nel 2005. Ma anche altre regioni dell’America latina e dell’Asia meridionale subiranno danni alla produzione agricola, che mineranno gli sforzi per sconfiggere la povertà delle campagne e quindi non ridurranno i flussi migratori verso le città. La sicurezza alimentare subirà le conseguenze dei cambiamenti climatici: il numero di persone affette da malnutrizione potrebbe aumentare a 600 milioni entro il 2080, mentre saranno oltre 4,8 miliardi le persone prive di accesso all’acqua, cioè si raddoppierà il numero di esseri umani che già oggi non hanno accesso alla risorsa idrica.
Le soluzioni della Conferenza di Copenhagen
Il modello di pianificazione proposto dal Rapporto delle Nazioni Unite e che sarà al centro dei lavori della Conferenza si ispira al principio dell’adattamento. Le proposte strategiche con cui attaccare i cambiamenti climatici si basano su quattro pilastri fondamentali: più informazioni per una pianificazione efficace; più infrastrutture per il climate proofing; più assicurazione per la gestione del rischio sociale e la riduzione della povertà; più istituzioni per gestire il rischio di catastrofi. La comunità internazionale – cioè le Nazioni Unite, i governi, i portatori di interesse – sono convinti che le risposte ai problemi posti dal cambiamento climatico saranno date dal trittico: tecnologia, finanza, mercato. Le soluzioni chiave proposte sono basate sulle nuove tecnologie, in particolare le innovazioni introdotte a livello di tecniche di dissalazione dell’acqua di mare, che consentirà di far fronte alla crescita della domanda di acqua dolce per tutti gli usi.
A questa soluzione tecnologica principe, si aggiungono le innovazioni possibili a livello di irrigazione - che determineranno un aumento della produttività idrica in agricoltura ed industria, un maggior sfruttamento di acque sotterranee più profonde (fra le quali le falde d’acqua fossile). Sono previste soluzioni a livello infrastrutturale, che porteranno alla costruzione di grandi dighe di sbarramento dei corsi dei fiumi, al riutilizzo delle acque reflue, alla raccolta dell’acqua piovana. Ma come verrà utilizzato questo incremento d’acqua prodotta? Purtroppo la destinazione d’uso non sarà quella di garantire l’accesso all’acqua a milioni di persone che attualmente non lo hanno.
I principali consumi finali saranno i seguenti: aumento delle coltivazioni intensive per incremento degli agribusiness finalizzati alla produzione di mais, soia ed altri cereali non per uso alimentare ma per produrre bio-combustibile; produzione di energia idroelettrica attraverso la costruzione di dighe e sbarramenti sui corsi dei principali fiumi e di piccole dighe in prossimità delle sorgenti. Una delle proposte che dunque dovrebbe emergere dalla Conferenza sul clima è quella di produrre e mettere a disposizione quantità sempre maggiori di acqua da consumare, da inquinare, per utilizzarla come una risorsa sul fronte della produzione di nuove energie alternative a quelle fossili, e non per portare l’acqua alle persone che non ce l’hanno. Naturalmente per adottare queste soluzioni ci si affida al mercato per finanziare l’acquisto di nuove tecnologie, mentre per la realizzazione dei progetti ci si affida alla finanza privata.
Le nostre proposte
A questa progettualità che intende rispondere ai cambiamenti climatici, distruggendo altre risorse vitali del pianeta terra come “l’acqua”, rispondiamo con la proposta di mettere al centro della Conferenza sul Clima un Protocollo mondiale sull’acqua, che invece preservi e tuteli questa risorsa al pari dell’aria, che vogliamo mantenere meno inquinata, e che si fondi su principi e percorsi completamente alternativi. I principi fondativi di questo Protocollo puntano quindi a far riconoscere alla risorsa “naturale acqua” un’identità diversa da quella di merce, di prodotto da utilizzare, per affermare l’identità di bene “patrimonio mondiale di tutta l’umanità”.
Questa nuova identità deve essere fondata sui principi del diritto umano, sociale, individuale e collettivo, del governo sostenibile e solidale dei corpi idrici mondiali. Della non applicabilità all’acqua delle regole del Wto (sul commercio dei servizi), che considera l’acqua una merce e un servizio di rilevanza economica. Del riconoscimento dell’acqua come bene comune pubblico, bene patrimoniale della umanità. Rispetto alle modalità con cui concretizzare questi obiettivi, il Memorandum per un Protocollo mondiale sull’acqua propone i seguenti principi. Affermare la responsabilità comune da parte degli abitanti del pianeta, su base individuale e collettiva, al rispetto dell’integrità del ciclo idrologico e al controllo della sua variabilità. Promuovere il valore, l’uso e la salvaguardia delle acque dolci, come patrimonio comune della umanità, essenziale alla vita e agli ecosistemi.
Garantire l’accesso alle risorse idriche come un diritto di ogni essere umano, in conformità ai principi delle Nazioni Unite e della Dichiarazione universale dei diritti umani; garantire la tutela della salute e del benessere di tutti gli esseri umani, su base individuale e collettiva. Valorizzare le risorse idriche del pianeta per l’agricoltura, al fine di assicurare il diritto al cibo, alla sicurezza alimentare, proteggendo il suolo, gli ecosistemi, le foreste… Sviluppare una gestione partecipativa pubblica dell’acqua potabile, finanziariamente responsabile verso la collettività, e fondata sulla condivisione e l’uso sostenibile delle risorse disponibili, garantendo la sicurezza degli approvvigionamenti, prevenendo e risolvendo eventuali conflitti. A queste affermazioni sulla natura dell’acqua vanno associati alcuni principi fondativi per introdurre un modello di “governo pubblico e mondiale dell’acqua, come bene comune”.
A livello europeo questo governo presuppone da parte della Commissione europea e degli Stati membri l’adozione del principio della gestione dell’acqua come un servizio pubblico europeo di interesse generale, cioè come un diritto di cittadinanza da garantire ad ogni cittadino. Il principio della democrazia sovranazionale associato a quello della cooperazione interregionale e della solidarietà verso i paesi vicini La proposta del protocollo è quella che queste regole di governo vadano applicate a tutte le componenti del ciclo idrologico, in particolare : acque dolci superficiali; acque sotterranee; acque costiere e marine utilizzate per la produzione di acqua dissalata, per la pesca, l’acquacoltura e per attività ricreative; acque reflue.
Conclusioni
Come pervenire alla formalizzazione di questi principi e alla definizione dei principi guida della nuova proposta di un Governo mondiale dell’acqua? La proposta del Memorandum è quella che le parti dovrebbero convenire sulla creazione, attraverso trattati, convenzioni multilaterali e accordi transfrontalieri, di istituzioni transazionali, dotate di autorità politica sufficiente a promuovere e garantire la messa in atto delle decisioni reciprocamente concordate. Il percorso per pervenire alla definizione del Protocollo mondiale, a partire dalla Conferenza di Copenhagen, è quello di avviare una revisione del principio di sovranità nazionale sulle risorse idriche, trasformando il principio stesso in una sovranità condivisa responsabile di un patrimonio e identificando nuove strutture sovranazionali a cui affidare parte di questa sovranità. Oltre ciò, moltiplicare l’efficienza di istituzioni internazionali e transnazionali per la prevenzione e risoluzione dei conflitti.
Al fine di promuovere e consolidare un’efficace e reale cooperazione a livello mondiale, i partecipanti alla Conferenza dovrebbero inoltre decidere di creare una Autorità mondiale dell’acqua, rafforzando gli attuali meccanismi di coordinamento (Acqua - Onu) fra tutte le agenzie specializzate, direttamente o indirettamente interessate al tema dell’acqua. Questa Autorità mondiale dell’acqua dovrebbe avere una triplice funzione: normativa, legale e giudiziaria, informativa-valutativa e di allerta. Sarà possibile avviare nel corso della Conferenza sul Clima di Copenhagen questo percorso alternativo di un nuovo governo mondiale dell’acqua? Apparentemente la proposta di questo protocollo può sembrare una utopia, un sogno di fronte alla crisi di progettualità e di credibilità che le agenzie internazionali attraversano.
La proposta di un Protocollo mondiale sull’acqua può contare su diversi percorsi di sostegno e mobilitazione che lasciano presagire il possibile raggiungimento dell’obiettivo. Il Comitato italiano per il contratto mondiale dell’acqua e alcune Ong europee che aderiscono al progetto europeo Water chiedono al Comitato organizzatore della Conferenza di Copenhagen di mettere in agenda il tema dell’acqua, e la proposta di avviare un percorso per un Protocollo mondiale sull’acqua. Questo appello verrà fatto intorno al 14-15 dicembre 2009, all’interno del Klima-Forum, cioè prima dell’apertura dei lavori ufficiali della Conferenza, in un seminario internazionale che si svolgerà nell’ambito del ciclo di eventi alternativi organizzati dalla società civile. Questo seminario sarà affiancato da altre manifestazioni promosse nel corso della Conferenza di Copenhagen. Un secondo percorso sarà affidato all’iniziativa dei 24 governi che non hanno sottoscritto la Dichiarazione di Istanbul, che formalizzeranno le proposte dell’Appello nel corso dei negoziati della Conferenza.
Ancora una volta la società civile tenta di lanciare alle istituzioni multilaterali e alla politica una proposta per avviare nuovi percorsi che possano portare a costruire un modello diverso di convivenza improntata a valori di pace, solidarietà responsabilità nei rapporti con la natura, il pianeta Terra e tutti gli abitanti. La proposta esiste. Le azioni di mobilitazione sono avviate. Sarà capace la comunità internazionale di cogliere questa opportunità? •






