Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale
Luca Manes (CRBM/Mani Tese)
Più che di impetuosi venti di cambiamento, per le istituzioni di Bretton Woods si è potuto parlare di timida brezza autunnale. Ma con un alleato forte e ormai affermato come il G20 dalla propria parte, ora Banca e Fondo si sentono le spalle ben coperte.
Gli incontri annuali di Banca mondiale e Fondo monetario internazionale si tennero in Europa per l’ultima volta nel 2000. Erano passati pochi mesi dalle proteste di Seattle del dicembre 1999 e c’era la reale impressione che la società civile potesse giocare un ruolo nel modificare il corso della globalizzazione, guidata fino a quel momento da istituzioni come la Banca e il Fondo.
A Praga, dove si riunirono quell’anno i banchieri di Washington, ci furono manifestazioni molto partecipate e di tale intensità che il summit fu ridotto di un giorno. Cucinare vecchie ricette Lo scorso ottobre a Istanbul le iniziative di piazza sono state risibili rispetto a quelle tenutesi nella capitale della repubblica ceca. Purtroppo ci sono stati incidenti di un certo rilievo, un manifestante ha perso la vita perché colpito da infarto, ma i vertici della Banca mondiale e del Fmi non hanno mai sentito la pressione che era montata in passate occasioni. Se poi a Praga si trovarono in difficoltà anche a livello politico, in Turchia erano reduci dal G20 di Pittsburgh di fine settembre, che ha rafforzato il ruolo delle due entità, chiamate a svolgere un “ruolo attivo” nella gestione dell’economia mondiale che sta cercando con fatica di uscire dalla crisi.
Qualcuno potrebbe chiedersi che fine ha fatto la tanto sbandierata Bretton Woods Due, ovvero una sorta di costituente come quella che proprio a Bretton Woods, amena località del New Hampshire, nel 1944 generò le due istituzioni gemelle. Ebbene, il tanto atteso iter di sostanziosa riforma dei due organismi per il momento non è nemmeno più immaginabile. Passata la buriana dell’apice della crisi, la strategia sembra mutata. Meglio dare una fetta di potere in più ai paesi emergenti e provare a cucinare le vecchie ricette, con qualche ingrediente in più, ma con un sapore molto simile a quello del passato. Certo, se il 5 per cento in più di peso per Cina & co nel consiglio direttivo del Fondo monetario è stato gradito, solo il 3 per cento in Banca mondiale ha lasciato un po’ di amaro in bocca.
Ma a lamentarsi sul serio sono sempre le realtà più povere del pianeta che, come nel G20, si ritrovano senza voce in capitolo. Ad Istanbul non si è materializzata nemmeno la possibilità della creazione di un nuovo sportello finanziario a tassi agevolati per aiutare i paesi poveri a far fronte alla crisi, mentre il dibattito su come la Banca mondiale debba impiegare i suoi fondi per combattere l’emergenza climatica inizia ad avere sempre più rilievo. Tanti Stati del Sud, così come numerosi gruppi della società civile internazionale, preferirebbero meccanismi e strutture diverse e in ambito Nazioni Unite. Non fosse altro perché i banchieri di Washington continuano ad investire pesantemente nei progetti per l’estrazione di combustibili fossili (2,2 miliardi di media nel triennio 2007-09, di cui 470 per il carbone) e non nelle fonti rinnovabili (783 milioni nello stesso periodo). In attesa di giocare un ruolo di primo piano al prossimo vertice sull’Ambiente di Copenaghen, la Banca sembra avere una politica energetica dannosa per i poveri del pianeta.
L’enfasi delle dichiarazioni Esaminando nel dettaglio il comunicato finale del G20 di Pittsburgh, si coglie subito l’enfasi sulla lotta alla disoccupazione globale e il rimando alle istituzioni finanziarie internazionali nello svolgere un ruolo chiave nell’introduzione e nel monitoraggio di “buone pratiche economiche”. Comportamenti virtuosi che dovrebbero essere favoriti soprattutto dal Fondo monetario. Un nuovo rapporto di reti della società civile quali Eurodad, Solidar e Global Network, evidenzia come in alcuni paesi in via di sviluppo – lo studio si sia concentrato su El Salvador, Etiopia e Lettonia – le rigide politiche fiscali e le condizionalità volute proprio dal Fondo abbiano imposto ai governi degli ingenti tagli di bilancio, il tutto a discapito delle fasce meno protette della popolazione. Questo nonostante le previsioni per i lavoratori siano molto negative in ogni angolo del pianeta. L’Ilo sostiene che non meno di 59 milioni di persone potrebbero perdere il loro posto di lavoro entro la fine dell’anno e che oltre 200 milioni cadranno sotto la soglia di povertà nei prossimi mesi, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, privi dei necessari ammortizzatori sociali indispensabili in queste occasioni.
Lo stato d’emergenza è stato ribadito in maniera quasi paradossale dallo stesso direttore generale del Fondo, il francese Dominique Strauss-Khan, che ad Istanbul ha riconosciuto gli errori del passato, ventilato l’ipotesi di allentare le rigide condizionalità macroeconomiche e fiscali associate ai suoi prestiti, pur se solo temporaneamente, e persino lasciato intendere di voler studiare la possibilità di introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie. Insomma, più che di impetuosi venti di cambiamento, per le istituzioni di Bretton Woods si è potuto parlare di timida brezza autunnale. Ma con un alleato forte e ormai affermato come il G20 dalla propria parte, ora Banca e Fondo si sentono le spalle ben coperte.






