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Viaggio nella povertà dell’Europa

L’assemblea europea di Emmaus

Niccolò Rinaldi

Senza tetto, mendicanti, immigrati clandestini. Un’umanità di veri ultimi che non sono sempre i primi per noi e per la politica. Con la loro presenza indesiderata e la loro condizione emarginata delineano i tratti della nostra vergogna.

Tra i tanti appuntamenti della frenetica istituzione, una mattina di ottobre il Parlamento europeo ha ricevuto una visita poco ordinaria quando le sue stanze hanno accolto l’assemblea europea di Emmaus.

Ho avuto il piacere, vero, di fare gli onori di casa a questa forza popolare mobilitata, sull’esempio dell’Abbé Pierre, nell’assistenza dei più poveri della nostra società: i senza tetto, i mendicanti, gli immigrati clandestini. È quell’umanità di veri ultimi che non sono sempre i primi ai nostri sfuggenti sguardi, che con la loro presenza indesiderata e la loro condizione emarginata delineano i tratti della nostra vergogna - un’indecenza sempre più imbarazzante per l’Europa, tanto fiera delle sue conquiste e altrettanto avvinghiata alle sue certezze. La povertà urbana La vergogna della povertà urbana che cresce, tumore maligno che tutto, passo passo, travolgerà.

 

L’Europa questo lo sa, i calcoli in tasca sa farseli, ce lo ricordano due criteri principali. Il coefficiente Gini cresce (NdR: misura della diseguaglianza di una distribuzione, in particolare per il reddito), così come cresce la relazione S80/S20 (rapporto tra il 20% dei più ricchi e il 20% dei più poveri). E la crisi ha fatto emergere nuove povertà, anche taciute, come quelle di cui a Firenze si occupa da secoli l’Oratorio di San Martino in soccorso anonimo dei “poveri vergognosi”. Tante altre cose vanno male in Europa - si dirà - e allora figuriamoci per i senzatetto. Ma il viaggio in questa notte fonda dell’emarginazione soprattutto urbana è un viaggio nei pozzi neri dell’identità europea, quella voglia di riscattarsi da secoli di ineguaglianze strutturali verso il “sole dell’avvenire” dell’Europa unita: un’area di prosperità diffusa, dove sono garantiti i meccanismi della mobilità sociale e dei diritti fondamentali, tranne che...

 

Eppure non parliamo della “fame nel mondo”, condizione tanto reale e atroce quanto astratta per tanti nostri concittadini che questa miseria lontana non se la immaginano nemmeno, esotico paesaggio di miseria ad altre latitudini. Parliamo di solitudine e povertà definitiva e sotto l’angolo. Una notte alla stazione di Roma Tiburtina Quest’estate, nella lettera “Europea” sul mio sito, avevo raccontato: “Una notte alla stazione di Roma Tiburtina: al fresco, l’umanità senza tetto si prende quasi una rivincita su chi dorme in case caldissime, e si mescola a giovani turisti che viaggiano con poche lire o a un parlamentare che ha perso l’ultimo treno e non va a nanna preferendo restare ad aspettare il primo del giorno dopo. Brevi dialoghi con gli uni e con gli altri. Ma di fatto guardiamo alle vicende e alla solitudine altrui solo senza vera partecipazione, solo laddove interessano anche noi, come occasione per osservare la vita, la società, per farne politica.

 

A ottobre, all’assemblea annuale di Emmaus, tornerò su questa incomunicabilità che fa coppia con l’abitudine rispetto agli ultimi della nostra società”. Una testimonianza senza nulla di particolare, solo quello a cui assiste chiunque viaggi di notte - o di sera, o di giorno - per le stazioni italiane - o belghe, o austriache, o francesi... - nella quale il sapore risolutivo era proprio quel “tutto che diventa politica”. Perché se proprio la lotta contro la miseria dovrebbe costituire la nuova e scontata frontiera della cittadinanza (che tra i suoi sinonimi avrebbe anche “fraternità”), invece proprio la politica spesso si mostra, più che indifferente, addirittura incompatibile con l’affrontare di petto quest’offesa alla dignità umana. Tanto che ho dovuto avvertire gli amici di Emmaus, raccolti in una sala del Parlamento Europeo, che tra quelle pareti si trovavano in un territorio non necessariamente comprensivo per il loro impegno, al di là dei facili slogan.

 

Perché la politica è contraria alla povertà: la politica, perfino quella delle democrazie parlamentari dove il consenso lo si costruisce col voto a suffragio universale, costa, e non poco, cerca soldi, insegue la tutela se non dei settori più ricchi, quantomeno degli interessi costituiti. Cosa c’entra un parlamentare con la fauna notturna di Roma Tiburtina? Una stazione non costituisce un terreno di confronto e di raccolta del consenso. Perché la povertà estrema non dispone né di giornali né di sindacati, né di nient’altro - dispone solo di Emmaus e simili. Il disagio è reciproco: perché la stessa povertà percepisce il gioco della politica, e ancora di più le istituzioni europee, con procedure bizantine, riti sfarzosi, sprechi - di tempo, energie, volontà e risorse - come un vero mistero.

 

Un mondo inavvicinabile, che forse dispensa aiuti, ma a costo di logiche incomprensibili. Intanto al Parlamento europeo Così al Parlamento europeo si moltiplicano iniziative, si depositano emendamenti e si negoziano compromessi, si assumono impegni per tutte le categorie e gli interessi costituiti - dai disoccupati ai diversamente abili, alle minoranze, ma con l’emarginazione non ci sono rapporti. Proprio non ci sono. Per questo ho ricordato agli amici di Emmaus che la loro presenza nel Parlamento europeo non era rituale, tutt’altro. Eppure nemmeno Emmaus ha permesso alla povertà dell’Europa di varcare la soglia del Palazzo - i volontari di Emmaus rappresentano un’avanguardia illuminata e una testimonianza d’impegno, ma non sono “la povertà”, la quale, in fondo, “non è una novità”.

 

Perché si dice che la povertà è sempre esistita, e in parecchi spiegano che sempre esisterà - come una funzione di scarico della nostra ingiusta società. La povertà la si può vivere con dignità, che in essa si nascondono grandi amori e nobiltà. Ieri i poveri erano i contadini che arrivavano in città con i loro cenci e i bambini denutriti, come capita ancora di vedere nelle megalopoli cinesi. Oggi i poveri sono immigrati clandestini, persone con un passato familiare disastroso, tossicodipendenti e alcolisti, ma sempre più ex prostitute, madri sole in difficoltà, famiglie schiantate dalla crisi e da mille congiunture negative. In un modo o nell’altro, spesso ci si nasconde dietro la fatalità del “tanto ci sono sempre stati”.

 

Alibi, fra i tanti della politica: in campagna elettorale non se ne parla mai, eppure la miseria ha una dimensione europea, e anche lo sradicamento della miseria è un obiettivo che appartiene allo stesso concetto d’identità dell’Europa. Del resto una risposta alla povertà esiste: è una questione di organizzazione (studiando quanto fanno ottime istituzioni come Action contre la faim o la Comunità di Sant’Egidio, che hanno logistiche e soluzioni valide anche per un coordinamento e un sostegno pubblico) e di risorse (con l’istituzione di un autentico fondo di aiuto, magari evitando di sperperarne come fatto con i cinque miliardi regalati alla Libia o mille altri sprechi – consapevoli che la lotta alla povertà non è cara).

 

Anche Emmaus ha adottato una piattaforma aperta completa e largamente condivisibile, alla quale ho portato alcune integrazioni sul ruolo dei media, a volte ambiguo nell’ignorare la miseria urbana o nel rappresentarla unicamente come un fenomeno di disperazione da compatire, e sulla necessità di valorizzare al meglio le volontà positive sul campo - perché ad esempio al Parlamento europeo si propone la costituzione di ben tre gruppi permanenti di lavoro sulla povertà, animati da un piccolo manipolo di deputati, anziché concentrare i pochi sforzi in campo? Perché temo che finora ogni associazione voglia spingere per il suo intergruppo di riferimento.

 

Piuttosto si cominci presto a lavorare sul rafforzamento del programma Urban, con una sezione dedicata alla lotta alla miseria, fenomeno soprattutto metropolitano. L’Europa deve anche favorire il confronto fra problemi e soluzioni presenti nei vari paesi, spremersi un po’ il cervello per adottare politiche innovative. Attenzione anche alla burocratizzazione degli strumenti di assistenza, che rendono per molti impossibile beneficiarne, e al ruolo ambiguo dei media, che sollecitano e attirano l’attenzione, ma distribuiscono “pietà”, senza mai apprezzare la dignità e la vitalità che possono sussistere anche in chi dorme per strada. Come sempre, inoltre, la scuola resta la pietra angolare di ogni politica, per un’educazione responsabile, di storia della nostra società e di etica. Il quarto mondo nel Palazzo Perché questa resta soprattutto una questione d’identità, per l’intera Europa.

 

Non amo il dibattito sulle “radici cristiane” dell’Europa, che puzza di esclusione verso le nostre minoranze; ma se le radici cristiane, e anche quelle umaniste, hanno un senso, allora non possiamo tollerare la povertà che emerge ancora nel XXI secolo e addirittura è in crescita. Altrimenti chi siamo noi nel 2009? Se abbiamo le nanotecnologie, possiamo avere le case rifugio e lottare contro gli sprechi di un consumismo squilibrato. In forma di conclusione, o di motivazione, un piccolo episodio, per me un segno, alle primissime battute del mio nuovo cammino politico. Lo scorso marzo, o aprile, mi sono recato per la prima volta alla sede nazionale dell’Italia dei Valori, in via Santa Maria a Roma – una sede decorosa e senza sfarzo. All’ingresso, faccio strada a una signora che sta entrando con me. Le apro la porta dell’ascensore e chiestole a quale piano scende, capisco che andiamo nello stesso posto, anche perché noto una spilla IdV sulla sua giacca e un borsa di tela sempre col logo IdV. Anche il berretto che ha in testa è dell’IdV.

 

Ma osservandola meglio mi rendo conto che non è una militante qualsiasi: le sue scarpe sono bucate, e dalla borsa spuntano fuori alcuni stracci. Arrivati al piano, suono e mi aprono la porta. Ma appena vedono chi mi sta accompagnando, un funzionario del partito le dice, con ferma cortesia: “No signora, non può venire tutti i giorni, Di Pietro non c’è”. Lei, silenziosa fino ad allora, controbatte sicura: “Ma io ho un appuntamento con lui, devo dirgli cose importantissime! Fatemi passare!”. Ne nasce una discussione, ma la signora viene fatta accomodare. Capisco poi che è una storia vecchia: la donna, una senzatetto del quartiere, ha fatto spesso di queste visite all’IdV, accampando sempre la solita pretesa di dover parlare con Antonio Di Pietro (e una volta ci è anche riuscita).

 

Ogni volta, gli amici che lavorano al partito le hanno dato un caffè o un po’ di gadgets col simbolo dell’IdV (magliette, borse, penne…) e dopo un po’, rabbonita, lei se ne va, anche con i nostri cortesi saluti. Dove? E quali ansie vorrebbe comunicare a Di Pietro? Cosa le è capitato nella vita per divenire una donna povera e incerta? Quello che so è che in quei frangenti ho visto il quarto mondo europeo dentro una delle sedi del palazzo – che noi vogliamo umano e aperto. Era il mio primo vero giorno di campagna, mi aspettavo qualcos’altro e invece il mio primo incontro dentro la sede del partito, fu con un’emarginata. Fu non solo un richiamo alla crisi, ma anche un invito al “candidato”, anzi, un monito.

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