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Nebbia fitta sul dramma degli Uiguri

Cina: la crisi nello Xinjiang

Laura Giallombardo

I mass media cinesi mostrano immagini e diffondono notizie filtrate. Ne emerge la responsabilità degli Uiguri e la loro sete di vendetta nei confronti degli han. Sembra lo stesso film visto nel 2008, quando le rivolte sono esplose nell’altra, ma più famosa, regione autonoma del Tibet.

L’Aquila. Luglio 2009. G8. Il tanto atteso e pubblicizzato incontro delle maggiori economie mondiali è teatro di un inaspettato colpo di scena. Il capo di Stato cinese, Hu Jintao, lascia anticipatamente l’Italia per tornare in patria e seguire da vicino la crisi nello Xinjiang, dove si susseguono gli scontri tra popolazione di etnia han e popolazione di etnia uigura.

Da quel momento i riflettori si accendono su questa - ai più - semisconosciuta regione autonoma a Nord Ovest della Cina, grande cinque volte l’Italia, ma con meno di 20 milioni di abitanti appartenenti in maggioranza alle etnie uigura (45%) e han (40%). La genesi In giugno sei lavoratori uiguri di una fabbrica del Guandong vengono accusati di aver violentato due giovani donne han.

 

La reazione degli han è violenta. Negli scontri due uiguri vengono uccisi e numerosi sono i feriti. La denuncia contro i presunti stupratori si basa su un documento falso. Gli uiguri chiedono chiarezza e il 5 luglio scendono nelle strade del capoluogo Urumqi. Ma la manifestazione pacifica si trasforma in rivolta. È un bagno di sangue. Si parla di oltre cento morti e centinaia di feriti. Decine gli arresti. Si parla, si dice, si pensa. Le cifre, così come l’evoluzione e la responsabilità dei fatti, sono tutt’altro che certe. I numeri e le spiegazioni divergono a seconda della fonte.

 

Le autorità sostengono che i morti siano qualche decina, in maggioranza cinesi, e imputano agli uiguri la responsabilità degli scontri. Gli uiguri accusano i poliziotti di aver volontariamente provocato una carneficina tra i manifestanti. Trattandosi della Cina, sarà arduo superare la versione ufficiale ed arrivare alla versione reale. I mass media cinesi mostrano immagini e diffondono notizie attraverso filtri. Ne emerge la responsabilità degli uiguri e la loro sete di vendetta nei confronti degli han. Sembra lo stesso film visto nel 2008, quando le rivolte sono esplose nell’altra, ma più famosa, regione autonoma del Tibet. Proteste di un’etnia, repressione, normalizzazione.

 

Per fare luce sugli eventi recenti occorre dare uno sguardo alla storia del territorio e dei suoi abitanti. La storia e i diritti umani La regione, nota oggi come Xinjiang, è chiamata anche Turkestan orientale. Territorio attraversato dall’antica Via della Seta, ha conosciuto diversi dominatori, i turcomanni, i mongoli, i tibetani, gli uiguri, i cinesi. L’etnia uigura ha un’origine turca e professa la religione islamica. Durante la guerra civile cinese i due tentativi di creare un paese indipendente falliscono, e la Seconda Repubblica del Turkestan viene assimilata dalla Repubblica Popolare Cinese.

 

Da quel momento inizia una lenta, ma graduale cinesizzazione. Gli han aumentano e assumono posizioni di potere. Agli uiguri vengono invece limitate le libertà. Si proibisce l’insegnamento della lingua uigura e il suo uso negli uffici pubblici, si rende difficile la pratica della religione alla maggioranza islamica, ma anche alla minoranza cristiana. I viaggi all’estero sono difficili. Decine di donne uigure vengono costrette ad abortire al nono mese di gravidanza. Centinaia di famiglie sono state forzate a lasciare le proprie case nel centro storico di Kashgar, che verrà raso al suolo e ricostruito.

 

Numerose sono le moschee distrutte. Dopo l’attentato alle torri gemelle gli uiguri vengono spesso associati al terrorismo islamico. Strano, per una popolazione da sempre caratterizzata dalla moderazione. È vera l’esistenza di infiltrazioni fondamentaliste e di gruppi di ispirazione jihadista, prova ne sono gli attentati perpetrati ai danni di cinesi a partire dagli anni novanta. Alla vigilia delle Olimpiadi un attentato a una caserma di Kashgar è attribuito all’Etim – Movimento indipendentista islamico del Turkestan Orientale, una cellula terroristica islamica che rivendica l’indipendenza del Turkestan.

 

Forse si tratta di un’escalation di violenza, oppure altro non è che una manovra del governo cinese per mettere in cattiva luce gli uiguri. Alla fine del 2001 l’Etim non è nella lista americana delle organizzazioni terroriste. Ne entra a far parte l’anno seguente, dopo la visita a Washington del presidente Jiang Zemin. È in questo periodo che alcuni uiguri fuggiti alla repressione cinese vengono arrestati con l’accusa di terrorismo e portati a Guantanamo. Ma gli stessi inquirenti hanno dei dubbi, così nel 2003 vengono dichiarati innocenti e scarcerati. Ma oltre il danno, la beffa. Per i 18 uiguri non c’è posto. Nessun paese li vuole. Nessun governo vuole irritare la Cina. La potente Cina non vuole ingerenze nella politica interna. Forse è per questo che l’attenzione dei governi occidentali alle sistematiche violazioni dei diritti umani in Cina non è mai stata affrontata seriamente.

 

Gli avvenimenti del luglio scorso portano prepotentemente alla ribalta il tema. Solo che ora non si tratta più del popolo tibetano. E, così come i tibetani hanno come guida il Dalai Lama, anche gli uiguri hanno il loro simbolo. Una donna, Rebiya Kadeer. Ricca imprenditrice uigura, Kadeer viene eletta rappresentante del popolo, carica di cui si serve per appoggiare la democrazia e l’autonomia culturale della regione. Incarcerata per tradimento della causa del popolo, una volta libera decide di lasciare il paese per gli Stati Uniti, da dove non smette di denunciare la condizione degli uiguri. Questa è la ragione per cui viene accusata di essere la vera guida della rivolta di luglio. I “grandi” stanno alla finestra Si ritorna dunque ai fatti dell’estate scorsa. Rivolte, sangue, morti.

 

Nei giorni seguenti la prima manifestazione, scendono in piazza le donne uigure che vogliono avere notizie dei loro uomini portati via dalle loro case o semplicemente spariti nel nulla. La reazione degli han non si lascia attendere. Protestano anche loro contro gli uiguri. La tensione è alle stelle. Le autorità stringono le morse del controllo e della repressione. Alcuni arrestati vengono condannati a morte. La posta in gioco è troppo alta. Lo Xinjiang è un territorio strategico, fondamentale per la potente economia cinese. La sua ricchezza sono il petrolio, il gas, i minerali. Nessuna protesta può essere permessa. Non importa quale sia la rivendicazione degli uiguri.

 

Non serve che le loro richieste siano la maggiore autonomia e la protezione dell’identità culturale uigura. Non sono sufficienti il rispetto e la fedeltà allo Stato. Chi li protegge? Ad eccezione della Turchia, chi rivendica la loro protezione non sono gli altri paesi. Sono gli uiguri all’estero, sono alcune organizzazioni non governative, sono le associazioni che proteggono i diritti umani. I “grandi” stanno alla finestra. E i loro rappresentanti forse faranno come il ministro degli esteri francese Bernard Kouchner, che ha chiamato yoghourts gli ouïghours (uiguri in francese). Gaffe o ignoranza?

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